MUSICA CHE ENTRA NELLA VITA….. DA UN LIBRO AD UN HAPPENING

JazzMi per me esordisce con la presentazione di un libro, il bel “Great Black Music” di Paul Steinbeck in cui viene NARRATA l’avventura musicale ed umana dell’Art Ensemble of Chicago. Non un pur pregevole ed impeccabile saggio accademico, ma appunto un racconto vivido quanto i suoi ‘personaggi’ (che in effetti tali sono stati), come ha acutamente insistito Claudio Sessa nel presentarlo. Sfilano lontani ‘ricordi italiani’ dell’Ensemble (che se nella Francia ha trovato il rifugio di una seconda patria mentre la prima andava alla deriva tra le fiamme, nell’Italia anni ’70 trovò molto spesso una casa emotivamente calda): uno per tutti l’ormai mitologico concerto di Bergamo 1974, aperto da una jam session ‘silenziosa’ perché solo mimata (non a caso nel ‘carnet di ballo’ di Joseph Jarman figura anche una serata live del 1966 con John Cage, pagg. 84-86 dello Steinbeck). Ma ad un certo punto nella saletta affollata da più di un centinaio di persone filtra sempre più densa ed incombente una musica in cui gli strumenti passano da intricati collettivi ad aperte interrogazioni reciproche: esattamente quello che Marcello Lorrai sta spiegando in quel momento, soffermandosi sugli affascinanti ‘racconti dall’interno’ che Steinbeck fa di tre registrazioni dell’ Art Ensemble. L’irrompere di un sax soprano scomposto sino alle più recondite particelle dei suoi registri fuga ogni dubbio: sono Roscoe Mitchell e l’Art Ensemble in persona che stanno ultimando le loro prove nell’adiacente Teatro dell’Arte.

I due relatori Sessa e Lorrai – due voci della nostra saggistica musicale che vorremmo sentire più spesso – non avevano ancora finito di meravigliarsi per la pressocchè magica coincidenza, che da dietro una tenda fa capolino una figura massiccia (ma ahimè anche un po’ claudicante), con un coloratissimo dashiki: è Famadou Don Moye, uno dei due soli padri fondatori sopravvissuti dell’Art Ensemble. Appigliandosi alla sua ben nota inclinazione per le lingue (adesso sta impratichendosi del wolof senegalese), Sessa & Lorrai piazzano un ironico e divertito Moye al centro del palco e lo fanno andare a ruota libera sulla musica.

A testimonianza dei legami di cui si è detto, Moye sfoggia un ‘basic italian’ abbastanza disinvolto, ma dopo qualche minuto un tonante “Duuudduu, aiuto!!!!” chiama in scena Dudu Kuoatè, percussionista aggiunto del gruppo (per quanto poco vogliano dire queste qualifiche in un gruppo come l’Ensemble dove ognuno suona come minimo una dozzina di oggetti sonori diversi): Kuoatè sfoggia un italiano pressocchè perfetto grazie al lungo soggiorno a Bergamo, per tacere dei tanti concerti in giro per l’Italia.

Sessa piomba subito anche su di lui con un “Cosa vuol dire entrare dopo 50 anni in un gruppo così?” e Kouatè fulminante di rimando “Ascoltare!”: ‘la prima è sempre la migliore’, come si dice al cinema. Seguono considerazioni sul perenne spirito comunitario che permea l’Ensemble e gli consente continue e camaleontiche variazioni d’organico (Moye: “Domani siamo a Berlino, siamo undici, con sei donne… Progresso!” e giù risata omerica alla faccia del politically correct), ma anche sulla perpetua precarietà e difficoltà del suo fare musica: l’Ensemble sta registrando un nuovo disco, ma a Kouatè viene negato il visto d’ingresso negli States (forse avrebbe avuto più fortuna se fosse stato un giovanotto saudita con l’hobby del volo…), e quindi lui e Moye sovraincidono a distanza le loro parti da uno studio di Bergamo…. Un uso creativo della tecnologia (una volta tanto). Un entusiasta Kouatè insiste sulla perenne imprevedibilità dei concerti dell’Ensemble, nessuno eguale all’altro perché ciascuno nato da un singolo, irripetibile dialogo tra i musicisti tra di loro e con il pubblico del momento (come rammenta Don Moye, l’Art Ensemble non ne ha uno, ne ha tanti…): che non si trattasse di retorica lo si è visto un paio d’ore dopo sul palco, ma questa è un’altra storia….

Questo happening che nessun regista avrebbe saputo metter in scena meglio si conclude perfettamente in linea con un icastico gesto di Moye (una forchetta che ruota nell’aria… ). Nelle ultime battute, Sessa fa in tempo ad anticiparci che la sofisticata editrice Quodlibet ha talmente preso gusto ai libri di jazz che sta preparando un’altra vera chicca: la prima edizione italiana delle fluviali interviste (sette ore…) che nel 1938 Alan Lomax registrò con Jelly Roll Morton presso la Library of Congress, fermando per sempre i già mitici esordi di una storia altrimenti destinata a sparire con il suo protagonista, già allora quasi dimenticato.

Milton56

1 Comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...