Mario Rusca, un gentleman ‘old fashion’ nel maelstrom di JazzMI

Mi verrebbe da esordire dicendo che questo è un articolo di lettura sconsigliata ai minori di anni cinquanta, o forse addirittura sessanta.  Scherzo, ma non troppo: stiamo parlando di una figura molto appartata e riservata, di cui non è facile seguire le tracce, quantomeno negli ultimi anni. Quando ho visto il suo nome nel denso volumetto che cerca di mappare quel vortice babelico che è JazzMi, la mia memoria è andata ad alcune trasmissioni di RadioTre della metà degli anni ’70 che me lo fecero conoscere: una, interamente dedicata a lui (forse un live in studio), l’ho ancora registrata in cassetta (allora si stava attaccati alla radio per fare queste cose, niente podcast). Senza indugio ho comprato il biglietto e mi sono ritrovato in un delizioso, minuscolo teatro-bomboniera, che fa parte della storia della Milano che fu: il Gerolamo, recentemente restaurato (molto bene) dopo decenni di abbandono, da ultimo è stato il palco del teatro dialettale milanese e poi di quel geniale narratore della vitale e dinamica Milano del boom (non ancora ‘bevuta’, se non peggio) che fu Umberto Simonetta. La graziosa e raccolta ‘bomboniera’ somigliava molto al musicista chiamato a suonarvi; con mia sorpresa, era praticamente piena di un pubblico quantomai eterogeneo, ivi compresi molti dei ‘minori’ di cui sopra. Sul palco faceva bella mostra di sé un Fazioli (altro che piano del Capolinea..), che nonostante fosse un ‘mezza coda’ non ha faticato a riempire completamente la sala con suono pieno e dettagliato senza alcun bisogno di amplificazione, era come stare ad un metro dallo strumento: ecco scoperto un altro ambiente ideale per concerti acustici in solo, in duo od in trio, non sarebbe nemmeno difficile riempirlo con una programmazione selezionata e continua….. mah!, ‘la speranza è l’ultima dea’, chissà…
In questa cornice ideale è comparsa una figura gentile ed elegante, che ha introdotto spesso con sottile autoironia (altro che ossessiva autopromozione odierna) un programma che impaginava elegantemente molti ‘classici’ dell’era bop e seguenti , associandoli ad alcuni originals in perfetta linea con i primi. Fortunatamente prima del concerto non avevo riascoltato nulla di Rusca, e così mi sono potuto godere la sorpresa di imbattermi in un vero flaneur capace di penetrare ed esplorare con leggerezza i meandri più riposti del labirinto del jazz moderno con uno stile netto, asciutto e caratterizzato da contrasti dinamici e timbrici nettamente delineati, uno stile rimasto fortunatamente immune da tanti manierismi oggi onnipresenti in varia misura (leggi: jarrettismi infestanti). Limpida e ricca di senso della costruzione netta ed ordinata anche l’ampia elaborazione improvvisativa, che ha spesso notevolmente dilatato e trasfigurato senza alcuna artificiosità pagine ben presenti alla memoria dell’ascoltatore medio: “Take the A Train”, “Solar”, un intenso “Interplay” di Bill Evans, un “St. Thomas” analitico e meditativo che avrebbe stupito anche Rollins. Un original , ‘Where is blues’, introdotto come parto compositivo problematico e faticoso, è scorso all’ascolto con impeccabile scioltezza.
“Moderno” è la parola chiave della musica di Rusca, dove per ‘modernità’ si intenda una strada ben tracciata e con una direzione chiaramente definita da una provenienza ormai distante, ma che conduce ad orizzonti lontani ed ancora da esplorare. Rusca insegna – per fortuna – : speriamo che tanti suoi allievi ereditino la fascinazione per questo viaggio leggero ed incessante senza farsi irretire dai banali fast food e dagli squallidi drugstores che assediano la strada. Milton56

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