“Blue Note Records, beyond the notes”. Una storia. Bella (1)

“Mettetevi comodi, vi racconto un film… chissà quando lo vedrete. Se avete qualcosa sul fuoco o se vi parte il treno, passate pure oltre….”
A metà anni ’40, in un club di second’ordine di New York, una voce dallo spigoloso accento straniero domanda: “Ma tu sai suonare come Charlie Parker?”. Quella di un giovane ragazzo con un sax alto risponde con una certa iattanza: “Ma certo che sì!!”. Il ‘giovane ragazzo’ era Lou Donaldson, allora sconosciuto e spiantato giovanetto di campagna arrivato a New York con la speranza di affermarsi con la sua musica. Torniamo al presente: una risata squassante rischia di portarci via il Donaldson ultranovantenne che racconta questo aneddoto. Con la sua voce fragile e sottile continua: “figurarsi se ero solo capace di imitare Parker, ma LUI mi dette fiducia quando non ero nessuno…”. Pausa, uno sguardo che parla più di un fiume di parole. “LUI” era Alfred Lion, un berlinese scappato dalla sua città annusando tempestivamente l’ ‘aria del tempo’, il finale di partita di Weimar, portando con sé un sogno: prima di partire ha ascoltato un disco, una musica che non ha mai sentito, non sa cos’è, ma all’istante ha deciso che sarà la ‘sua musica’.
Comincia così “Blue Note: beyond the notes” di Sophie Huber, regista svizzera di questo film realizzato grazie ad un’eterogenea folla di coproduttori, tra cui alcuni canali televisivi elvetici, che giustamente vorranno godersi l’investimento fatto con prolungati passaggi della pellicola (forse addirittura in una versione estesa rispetto a quella destinata alle sale). Probabilmente quindi aspetteremo un bel po’ l’edizione in Dvd, maledizione…. (“E la Rai?” “Seee, come no…”). Eh sì, come già l’anno scorso, una delle più intense emozioni regalate da JazzMi è arrivata in una sala cinematografica, meglio in una ‘saletta’, tra le due proiezioni (una di sabato mattina..) se va bene l’avremo visto in qualche decina, non arriviamo a cento di sicuro. L’anno scorso ‘Chasin’ Trane’ di Scheidmann ci aveva fatto uscire dal cinema levitando, questa volta l’adrenalina di ‘Blue Note’ ci ha tenuto inchiodati alla poltrona sino all’ultimo fotogramma degli interminabili titoli di coda che elencavano il fiume di musica che attraversa il film dall’inizio alla fine. E ritorna ancora adesso quando scrivo e mi passano davanti agli occhi tante scene, troppe cose di cui si vorrebbe parlare…ma questo è solo un articoletto da leggere con un occhio solo, chissà dove…

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Alfred Lion (seduto) e Frank Wolff (in piedi)

Blue Note inizia il suo viaggio nel 1939, da un negozietto di radio e dischi. Accanto a Lion c’è un altro ebreo berlinese, anche lui in decenni di vita americana non perderà mai il suo accento tedesco: è Frank Wolff, chissà quanti fotografi si saranno dannati l’anima per imitare il suo bianco e nero morbido e sfumato, le luci caravaggesche che inquadrano i musicisti in studi perennemente avvolti da un buio profondo, colti in momenti apparentemente casuali e disimpegnati, in immagini che quasi sempre diventeranno il loro ritratto definitivo, quello che molti di noi portano nella memoria.

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John Coltrane, sorpreso da Wolff in una pausa di “Blue Train”

Gli inizi sono incerti, la piccola etichetta comincia a documentare il jazz classico, il primo nome di spicco proposto è Meade Lux Lewis. Poi c’è la guerra con tutte le sue ristrettezze persino per il colosso USA, convalescente dalla Grande Depressione, poi il duro ‘recording ban’ imposto dal sindacalista Joe Petrillo a difesa dei diritti dei musicisti (un altro sorprendente italoamericano del jazz, uno che fa sbarcare la lotta di classe negli studi di registrazione ….un altro capitolo del romanzo del jazz). Poi l’esplosione vitalistica del dopoguerra, Lion e Wolff ancora una volta ‘fiutano l’aria’, c’è in giro nuova musica….. Ancora Donaldson: “Alfred (Lion) forse non aveva una grande conoscenza della musica, tecnica voglio dire. Ma era deciso a registrare quella che lui e Frank volevano ascoltare. E lì non sbagliava”.
Con l’aiuto di Ike Quebec, una sorta di talent scout ante litteram, Lion e Wolff cominciano a setacciare gli ambienti del bop. Cominciano scritturando un bizzarro pianista, molti dicono di lui che non sa suonare, ha difficoltà anche a trovare sidemen che non stentino ad entrare nella sua musica, è un uomo caratterialmente non facile e poco comunicativo . Si chiama Theolonious Monk. Blue Note inciderà tutti i suoi dischi per anni, caparbiamente, nonostante i ripetuti, sistematici insuccessi commerciali. Sempre Donaldson, l’ ‘ultimo testimone’ degli inizi: “A Lion e Wolff dei soldi importava poco, non hanno mai guadagnato granchè, ma con Monk sono veramente arrivati ad un passo dal fallimento”. Si impone la separazione: poco tempo dopo, un colosso come la Columbia raccoglierà i frutti della cocciuta semina di Blue Note: Monk diventa un musicista di successo, con tanto di concerti con big band alla Carnegie Hall.

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Monk e Lion in studio, registrazione di “Genius of Modern Music” 

Ma ci sono anche momenti di miglior fortuna: Lion e Wolff scritturano un altro pianista umbratile perché fragile e già provato dalla vita. Per vari anni Bud Powell troverà in Blue Note una casa accogliente e protettiva: ricambierà con una serie di incisioni che, pur rivoluzionando il pianismo jazz, incredibilmente troveranno anche un vasto consenso di pubblico.

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Ritorna in scena l’ “ultimo testimone” Donaldson. “Blue Note era diversa. Le altre case, anche quelle indipendenti, ti convocavano in studio per sessioni senza soluzioni di continuità, avevi il fiato sul collo dei produttori che volevano risparmiare sull’affitto della sala e sui compensi dei tecnici, c’era pochissimo tempo per prepararsi, quasi nessuno per rifare o perfezionare. Con Alfred era diverso, tutto si svolgeva in un’atmosfera calma e rilassata, si discuteva, si provava, si incidevano varie takes definitive tra cui scegliere alla fine, nel frattempo Frank girava per lo studio scattando le sue famose foto, parlando con noi nelle pause. Fatto unico nel music business, Blue Note pagava i musicisti anche per le prove. Noi capivamo subito questa diversità, percepivamo subito questa fiducia riversata su di noi, e tutti l’abbiamo ricambiata senza esitazioni”.

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Hank Mobley ed Alfred Lion in pausa, ovviamente scatto di Frank Wolff 

“Business? Quello lo facevano gli altri, quelli a caccia di hits per fare soldi. Lì si faceva musica. Punto”. Una altra voce, sommessa e pacata, parla da uno studio di registrazione modernissimo. E’ Wayne Shorter, il ‘gigante timido’, un gigante sul pentagramma e fuori: le invisibili, sardoniche virgolette con cui pronunzia la parola ‘business’ sono cose che solo il cinema può restituire. Accanto a lui un altro mito vivente, anche se con un passato a volte più controverso e chiacchierato del cristallino Shorter: Herbie Hancock. Due jazzmen maturati e vissuti negli anni migliori della loro carriera nelle stanze di Blue Note. Ancora Donaldson: “quando Wayne arrivò nei Messengers, nessuno di noi aveva il coraggio di parlare di musica davanti ad un ragazzo che aveva collezionato già tre lauree e diplomi in prestigiose scuole di musica. Ma lui era silenzioso e taciturno. Art Blakey lo scuote : “Non ti nascondere dietro lo strumento!”. E lo catapulta subito in prima linea designandolo su due piedi direttore musicale dei suoi Jazz Messengers, un gruppo che allora metteva soggezione anche a Miles Davis.” Brillante Art Blakey sul palco, nella vita esordisce minatore a 13 anni. In musica inizia con il piano, ma poi passa alla batteria ‘stimolato’ da un gangster, pistola alla mano. Non a caso, è anche l’ Abdullah Ibn Buhaina della Black Nation of Islam. “Un leader che allevava leaders”, ricorda Donaldson. Seguono altre due sequenze d’epoca con Blakey al centro, non vi guasto la sorpresa, diciamo solo che il romanzo picaresco si arricchisce di ulteriori capitoli.

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Rudy Van Gelder insieme a Lion alla consolle (notare fattura artigianale)

Ancora un’immagine d’epoca: un elegante villetta suburbana, un pezzo di puro stile Bauhaus nel mezzo del New England. Altra gente non comune i proprietari, che consentirono al figlio di costruire nel living room una vera e propria cabina di regia. E fu lì che Rudy Van Gelder, il ‘mago dei suoni’ che costruiva da sé i suoi apparecchi, registrò i primi dischi Blue Note. Poi venne l’avveniristico, ancora oggi, studio di Englewood Cliffs. Van Gelder: “I vicini ci chiedevano se stessimo costruendo una chiesa: lo studio era alto quanto una casa di tre piani: volevamo spazio per far respirare la musica. Lo ha progettato un allievo di Frank Lloyd Wright, un architetto che ci piaceva tanto (!!!), ma lui in persona non ce lo potevamo permettere”. Una vera cattedrale del jazz, dove sono nate tante della registrazioni più straordinarie dagli anni ’50 in poi. Donaldson: “Spesso ci portavamo anche le famiglie, finivamo con un bel picnic…” .

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Englewood Cliffs, la ‘cattedrale del jazz’ (c’è ancora, per fortuna)

Ritorno allo studio di registrazione di oggi. Hancock mima umoristicamente gli impacciati balletti cui Wolff si abbandonava nel bel mezzo delle registrazioni, Shorter ride di cuore. Herbie ha un improvviso moto meditativo. “Io ci facevo sempre molto caso. Se Frank cominciava a ballare, era segno che la take era quella buona. Sempre”. Altro silenzioso scambio di sguardi tra i due veterani. Shorter ricorda ancora a voce bassa, con frequenti pause: bisognerebbe aver un taccuino in mano per annotare le massime fulminanti che dissemina con noncuranza, un vero maestro zen.

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Ma non si creda che Huber ci racconti una bella favola: con un abile montaggio incrociato alcune delle celebri copertine Blue Note (“Free for All”, “Action”, titoli all’epoca assolutamente inequivocabili) si intrecciano alle immagini della marcia di Selma (c’è gente a piedi nudi ..) ed all’incubo di alcuni brevi fotogrammi in cui una camera nascosta riprende un raid punitivo del KKK in un bar frequentato da neri. Nemmeno Blue Note passa indenne attraverso gli ‘anni di fuoco’, i primi anni ’60.

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Selma, marzo 1965. Donna e bambino a terra tra i poliziotti

“Sidewinder” di Lee Morgan e “Song for my father” di Horace Silver imprevedibilmente diventano degli ‘hit’, entrando nelle classifiche pop.
Paradossalmente, è una iattura: i distributori si abituano a grandi incassi e premono per avere altri ‘successi’ del genere. Cose che i Mobley, i Silver, per non parlare di Hancock, potrebbero scrivere con la mano sinistra bevendo il caffè.

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Ma Lion, Wolff ed i loro musicisti hanno in testa ben altro: sfilano le copertine di “Out to lunch”, “Point of departure”, “Conquistador”… Donaldson: “I distributori allora si coalizzarono e cominciarono a ritardare i pagamenti in modo sistematico ed organizzato per forzare Blue Note ad accontentarli: l’etichetta subì gravi problemi..” Già alla metà degli anni ’60 un bell’anticipo di comportamenti economici paracriminali, oggi largamente diffusi. Un utile promemoria anche per noi appassionati sul modo in cui funzionava il music business dell’epoca, e sul peso che poteva esercitare su chi faceva musica.

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La navigazione in questo mare di squali gradatamente incupisce il ‘grande dilettante’ Lion: nel 1968 lascia la guida della label a Frank Wolff, che resiste sino al 1971, prima di abbandonare anche lui. L’attività di Blue Note di fatto cessa.

È veramente la fine della ‘bella storia’? Lo saprete la prossima puntata. Stay Tuned.

Milton56

(continua……)

 

 

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