Bergamo Jazz: il programma

Per il secondo anno le tre tradizionali serate in abbonamento al Teatro Donizetti si svolgono al Creberg Teatro e saranno aperte, venerdì 22 marzo, da un’autentica icona del jazz: Archie Shepp. Alla sua terza partecipazione al festival jazz di Bergamo, dopo quelle del 1974 (al Palazzetto dello Sport) e del 2002 (al Donizetti), il vecchio leone del free jazz non pare conoscere l’invecchiamento artistico, nonostante gli ottant’anni anagrafici superati da poco. Al suo fianco ci saranno il pianista francese Pierre-François Blanchard, il contrabbassista di origine ungherese Matyas Szandai e un veterano di infinite battaglie musicali quale il batterista Hamid Drake. La stessa sera si potrà ascoltare uno dei trombettisti più in vista del jazz contemporaneo, Terence Blanchard, che con il suo E-Collective promette sonorità elettriche di ispirazione davisiana e ritmi che virano verso il funk.

Sabato 23 sarà la volta di un altro glorioso sassofonista, di generazione successiva a quella di Archie Shepp: David Murray, campione di una musica che guarda al passato ma con i piedi ben piantati nel presente e lo sguardo rivolto in avanti. Anch’egli sarà in quartetto, con David Bryant al pianoforte, Jaribu Shahid al contrabbasso ed Eric McPherson alla batteria. Nella seconda parte spazio a una delle nuove regine della musica africana, l’ivoriana Dobet Gnahoré, cantante, danzatrice e percussionista le cui spettacolari performance sono un esplicito invito a staccarsi dalle sedie. Cosa che succederà anche con la musica di Manu Dibango: il cantante e sassofonista camerunense, leggenda vivente della musica moderna africana, sarà con la sua band il protagonista assoluto della serata di domenica 24 marzo, nell’ambito di un tour celebrativo dei 60 anni di carriera.

Il programma, corposo e particolarmente fitto, è leggibile integralmente sulle pagine web dell’Eco di Bergamo dal quale ho tratto le righe precedenti:

https://www.ecodibergamo.it/stories/cultura-e-spettacoli/bergamo-jazz-ecco-la-nuova-edizionetra-icone-e-nuove-suoni-ce-anche-lafrica_1297049_11/

Un giudizio a caldo sul cartellone: molti buoni nomi, italiani e stranieri, ma nessun particolare sforzo nel proporre nuovi talenti americani . Si va sull’usato sicuro senza prendere rischi, e questo può andare bene per i concerti serali visto che c’è da riempire un teatro capiente. Sembrano però molto lontani i tempi in cui nel pomeriggio si potevano ascoltare musicisti che in Italia ancora erano poco o per niente conosciuti. 

Rimangono comunque molto interessanti per i più sfegatati jazzofili i concerti diurni, per molti aspetti  più stimolanti di quelli in teatro, inevitabilmente appannaggio di nomi consolidati e ben conosciuti.

Insomma, e parlo in prima persona, per chi si deve sobbarcare ore di trasferta per arrivare a Bergamo,  un pizzico di delusione è più che legittima.

4 Comments

  1. Grazie al cielo, rispetto ad altri festival-carrozzone, rimaniamo in un ambito squisitamente afro-americano, quest’anno fortemente black-oriented.. Per quanto mi riguarda non mancherò a qualche concerto, non potendo ahimè seguire tutta la rassegna. David Murray 4tet promette assai bene e sono un vecchio fan sia di Jackie Terrasson che di Terence Blanchard….anche Mirra/Drake non è più una novità ma può essere molto interessante. Ne daremo conto sul nostro sito a tempo debito 🙂

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  2. In effetti, se solo Douglas avesse invitato una piccola parte dei musicisti con i quali suona e incide regolarmente sarebbe stato ben altro festival. Cosi’ invece pare più un cartellone preoccupato di riempire il teatro che interessato alle proposte. Ovviamente chi parte da lontano si farà i propri conti, personalmente rimango a casa. Troppo poche le proposte convincenti e troppo lontane tra loro. Si, non siamo scaduti a livelli di altri festival, questo va riconosciuto, ma da Douglas sarebbe stato lecito aspettarsi un altro tipo di programma

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  3. Mah, ragazzi, fatemi fare qualche cinica e brutale considerazione da ‘materialista dialettico’ non pentito (tutt’altro… di questi tempi poi..). Primo: rassegnamoci, nel circuito jazzistico internazionale (ma direi anche in quello musicale tout court..) l’Italia è diventata una destinazione periferica e secondaria, poco pubblico, troppo disperso territorialmente. Ci si viene solo se si riesce a metter insieme un bel ‘pacchetto’ di serate a livello europeo, e questo accade raramente fuori dal periodo estivo: in inverno le band americane curano il loro pubblico (esiguo anche lì) con giri nei circuiti dei loro clubs, lo si vede dalle newsletter delle case discografiche indipendenti che li pubblicano. Non è un caso che due delle figure di maggior richiamo di Bergamo Jazz siano musicisti che ormai risiedono in pianta stabile in Francia. Infine l’immagine internazionale del Bel (?!?) Paese è purtroppo quella che è, ormai da almeno un ventennio non è certo quella di una fucina di cultura: e qui dobbiamo dire grazie alle nostre Tv generaliste ed anche ad una certa pubblicità, che ha diffuso dell’Italia un’immagine volgare e futilmente modaiola. Secondo, gli spazi. Ormai il jazz in Italia si ascolta più che altro nei teatri (grosso handicap questo, sotto molti profili, da quello estetico a quello organizzativo). Teatro= minimo 500/600 posti da riempire, elevati costi di affitto e gestione, organizzazione pesante e complessa, pesante biglietto finale per lo spettatore, indi esclusione di intere fasce di pubblico (ed il circolo vizioso si chiude). Quindi il primo imperativo è riempirlo, primo per motivi economici (andare almeno vicino al pareggio dei conti), secondo per ragioni di immagine, perché questa è decisiva per attrarre gli sponsor privati senza i quali non si va da nessuna parte, considerato che gli enti locali hanno già problemi a riempire i serbatoi degli autobus. Infine, le aziende con una immagine pubblica di alto livello associabile ad una musica di nicchia come il jazz sono rimaste veramente poche, anch’esse non nuotano nell’oro, ed al loro interno i dirigenti di una certa quadratura culturale sono sempre più radi ed isolati tra gang di tagliatori di teste e di ayatollah della vendita a qualsiasi costo (call center e banche insegnano…). Torniamo ad una mia vecchia ‘idea fissa’: l’assenza di un circuito di spazi medio-piccoli diffusi sul territorio, in grado di raccogliere ciascuno in modo non episodico un loro manipolo di pubblico fidelizzato e formato, disposto a scommettere sulle proposte fidandosi del ‘marchio’ del club/stagione che le avanza. Mettendoli in rete si potrebbe creare quella domanda realistica e solida che potrebbe attrarre anche formazioni di minor appeal spettacolare e ‘commerciale’ (parola che fa ridere in contesto jazzistico genuino, infatti circola con insistenza solo dalla parti di Perugia…). Sinchè rimaniamo all’interno della logica dell’ ‘Evento’, non se ne esce, i ‘festival’ non sono la soluzione. Un’ultima considerazione, altrimenti mettiamo la croce sulle sole spalle dei pochi promoter seri che ancora operano tra mille difficoltà. Riguarda i musicisti e le band con vocazione alla sperimentazione. Qui rubo una citazione ad un musicista italiano di cui non ricordo il nome (se si riconosce, gli offro una cena): “Gli esperimenti si fanno a casa, sul palco si va con i risultati”. Un concerto proposto al pubblico non deve somigliare ad una jam session, che non a caso ai bei tempi si faceva ‘after hours’, a porte chiuse ed alla presenza di pochi adepti e colleghi. Soprattutto se si propone musica lontana dai sentieri più noti, bisogna porsi il problema della ‘leggibilità’ da parte di un pubblico che quanto più è vasto, tanto più è eterogeneo soprattutto quanto a capacità ricettiva. Ricordare sempre che un disco si può riascoltare, se armati di tenacia e buona volontà di capire: un concerto no, e la sua ricezione dipende da molti fattori ambientali, per lo più non controllabili. Sotto questo profilo ho visto peccare anche musicisti di gran nome e reputazione internazionale. Opportuno anche presentarsi in scena con formazioni che abbiano un minimo di rodaggio sulle spalle, l’ interplay non è la Grazia degli Gnostici che accende gli Illuminati per miracolosa imperscrutabilità, diciamolo con il vecchio Duke Ellington, rivolto al pubblico: “ Le due ore di divertimento sul palco ve le regaliamo, voi pagate le dieci ore di pullman che vengono prima” . Milton56

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