Quel volo per Beirut

Con un volo diretto da Roma, un charter “Alitalia” – prezzo del biglietto 52 mila lire – , raggiunsi Beirut dopo quasi tre ore di un viaggio scomodissimo, dove però la scomodità non dipendeva dalle caratteristiche del velivolo della compagnia di bandiera, ma dal fatto che il mio vicino di posto era un uomo grande e grosso, di carnagione scura, taciturno, apparentemente inespressivo, decisamente ingombrante.

Dovetti lottare per l’intera durata del volo per strappargli qualche centimetro del bracciolo destro del mio sedile che lui invece, giustificato in questo, almeno parzialmente, dalla sua corporatura massiccia, riteneva, inconfutabilmente, appartenergli del tutto. E di diritto. L’uomo indossava dei pantaloni di tela molto larghi, color cachi, e una sahariana, altrettanto comoda, di color verde mimetico, militare.

Aveva una barba nera molto folta, dava l’idea di un personaggio di estrazione sociale miserabile uscito dal sottosuolo di una città ottocentesca ai primi barlumi della civiltà industriale. Durante il volo il mio compagno di viaggio divorò un intero casco di banane riponendo le bucce in un sacchetto di carta oleata, non esistendo ancora i sacchetti di plastica dei supermercati, e pulendosi le mani alla meno peggio sulla sahariana che a uno sguardo più attento mi parve fosse unta e bisunta già da parecchi giorni.

Fra una banana e l’altra, il mio vicino, accendeva in continuazione mega sigari “Romeo y Julieta”, di provenienza cubana, la cui vendita in quegli anni era tassativamente proibita in Europa, causa l’embargo che colpiva l’isola dove Fidel Castro era andato al potere, e che potevi acquistare solo oltre la cortina di ferro, a esempio in Cecoslovacchia e in Ungheria. Il che aumentava la mia curiosità. Mangiava banane, fumava sigari, spingeva il gomito, il mio vicino di posto.

E, in questa estenuante guerra di logoramento, ovviamente, vista la sua corporatura, vinceva sempre lui. Non scambiammo una parola per l’intera durata del viaggio. Né, con lui, ebbe maggior fortuna la hostess “Alitalia” quando gli propose le bevande di rito (allora l’Alitalia non risparmiava…), e che venne praticamente ignorata. Quando Dio volle, atterrammo a Beirut. Ricordo un vento caldo, che ormai era notte, che le prime iscrizioni dentro l’aerostazione erano esclusivamente in arabo, che il personale era armato di mitragliette, ma non so se già allora ci fossero i kalashnikov.

Con la mia fidanzata, splendida ragazza che oggi non c’è più, che aveva viaggiato con me e non mi aveva dichiarato alcuna guerra con il bracciolo sinistro del sedile, prendemmo un taxi per raggiungere Beirut. Quale fu il nostro stupore quando, entrando in periferia, vedemmo i piani bassi dei primi grandi grattacieli che costeggiavano la costa che si affaccia sul Mediterraneo tappezzati da un’interminabile via crucis di manifesti in bianco e nero, che si snodava sino al centro città, e che riproducevano il faccione scuro e barbuto dell’uomo che mangiava banane e fumava sigari cubani e spingeva di gomito, che recavano la scritta: “Beirut: Charles Mingus domani in concerto…”.

Fonte: Luigi Giuliana, Storie di Jazz e non solo

 

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