Fragile è la memoria della Musica…

Risale agli ultimi giorni una notizia – ma forse sarebbe meglio definirla un ‘leak’ – che riferisce di un grande incendio che ha colpito a Los Angeles gli archivi in cui la Universal custodiva tutti i nastri master del suo catalogo, o per meglio dire di quelli di tutte le numerose etichette che ha acquisito nei decenni. Mira popolo: il sinistro è avvenuto nel 2008 (undici anni fa…) e solo ora trapela qualche notizia, peraltro vaga e confusa, come si vedrà poi. La major si è subito preoccupata di sminuire la portata dell’incidente, dichiarando che nessun danno irreversibile ed irreparabile è intervenuto. Ma come si sa, il giornalismo yankee appena sente odore di censura e disinformazione, come in questo caso, azzanna ferocemente, ferito nel suo orgoglio professionale e nel suo potere. Le reazioni stizzite di Universal allo scoop del New York Times tolgono molta credibilità alle affermazioni della major circa l’inesistenza di danni irrimediabili ai suoi archivi: ma a tutt’oggi non è disponibile alcuna informazione oggettivamente confermata circa gravità ed estensione del danno, che ‘gole profonde’ interne al music business però asseriscono esser quasi incalcolabile. La disinformazione a riguardo sta nel frattempo creando conseguenze non di poco conto: un gruppo di star del rock ha avviato una class action milionaria contro Universal per la negligenza nella custodia dei master, azione cui si stanno aggiungendo strada facendo molti altri ricchi big anche del pop. Purtroppo nel mondo del jazz non si dispone degli stessi mezzi finanziari che consentono di assumersi i seri rischi di una simile battaglia legale, anche perché a quanto sembra in questo settore ad andare in fumo sarebbero state tra l’altro storiche registrazioni di artisti del passato come Louis Armstrong, Ella Fitzgerald, Duke Ellington e – speriamo non sia vero – quasi l’intero catalogo della Impulse.
Direte voi: ma quand’anche fosse da considerare la perdita dell’intero archivio, in giro per il mondo ci saranno milioni di copie di LP e soprattutto CD ricavati da quei master. Un momento: nel mondo della discografia il ‘nastro master’ ha lo stesso valore del manoscritto originale in letteratura. Esso contiene la riproduzione originale e completa di ogni informazione del programma musicale registrato, per tacere del fatto che le edizioni commercialmente pubblicate spesso sono frutto di massicci editing in fase di produzione. Esemplare il caso dei ‘bootlegs’ del quintetto di Miles Davis curati negli ultimi anni da Michael Cuscuna, dai quali abbiamo appreso che i capolavori davisiani che per anni abbiamo ammirato avevano un invisibile autore in più: Teo Macero che tagliava e montava le fluviali ed interminabili session cui si abbandonava in studio Miles, e che nella loro forma originale mai avrebbero potuto arrivare al pubblico nell’era dell’LP da 25 minuti per facciata. Senza contare che, fatta eccezione per il formato CD una volta giunto a piena maturazione delle sue potenzialità tecniche, le edizioni commerciali venivano tarate ed adeguate al livello medio degli apparati di riproduzione domestica dei consumatori, di molto inferiore a quello dei registratori magnetici da studio, che già negli anni ’60 toccavano la qualità CD. Basta ascoltare gli LP pubblicati in Italia tra gli anni ’60 e la fine degli anni ’70, di qualità tecnica normalmente oscillante tra lo scadente ed il raccapricciante, non percepita sino al graduale diffondersi a livello di massa di impianti stereo hifi. Sorry, amici vinilomani, ma è così. Questo per tacere dei grandi benefici che apporta ai contenuti musicali la rimasterizzazione dei nastri originali con nuove tecnologie: a mio avviso soprattutto bassisti e batteristi, ma anche i pianisti accompagnatori, dovrebbero erigere un monumento al CD. Per non parlare della vera e proprio ‘resurrezione’ di vecchi 78 giri, amorevolmente restaurati da autentici artisti della consolle, veri amanuensi della musica.

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Rudi Van Gelder, un ‘amanuense’ senza il quale il jazz non sarebbe quello che è

Qualche cinico storicista potrebbe ribattere che alla fin fine da secoli eventi accidentali come appunto incendi, terremoti, guerre e campagne iconoclaste hanno determinato una cieca ed indiscriminata falcidia di tanti tesori artistici e culturali, e non è affatto detto che una cernita intenzionale e ragionata avrebbe necessariamente meglio distinto il rinunziabile dall’imprescindibile da salvare a qualsiasi costo. Mi limito ad osservare che ci gloriamo di vivere nella Società dell’Informazione, che ostenta una capacità di conservazione e memoria che forse ha qualcosa a che vedere con la segreta consapevolezza che abbiamo alle spalle picchi di creatività che difficilmente potranno esser nuovamente toccati nell’immediato futuro. Al servizio di questa inflessibile ‘volontà di memoria’ l’ Industria della Information Tecnology dispiega ed ostenta risorse tecniche ed organizzative apparentemente mirabolanti. Alla luce di tutto ciò, il fattaccio degli archivi Universal appare come una vera e propria Waterloo di tale civiltà, di gravità tale anche da suggerire anche consistenti dubbi sull’attuale regime della proprietà intellettuale, quando essa riguardi opere di consolidato valore storico e culturale per l’intera collettività, viceversa lasciate all’arbitrio assoluto degli editori. Proprietà intellettuale assoluta che sempre più frequentemente da qualche tempo  si manifesta più nel negare che nel consentire l’accesso ad opere dell’ingegno i cui effettivi autori sono stati in origine liquidati per lo più con un piatto di lenticchie o giù di lì.
Ovviamente queste riflessioni assumono un peso straordinariamente grave quando si giunge a discorrere di musiche extra-accademiche, cresciute in piccoli interstizi del mercato musicale e refrattarie sin nella loro essenza ad un esaustivo sistema di notazione, e per le quali quindi la registrazione assume il valore di un irrinunziabile Sacro Graal, senza il quale non si dà nemmeno l’evoluzione e la diffusione di generi come appunto il jazz.
Ma come ci tocca tutto ciò in quanto appassionati di queste ‘musiche selvagge’? Innanzitutto in un modo: ricordandocene la loro grande fragilità. Mi viene d’istinto da paragonarla a quella del cinema, un’altra arte orfana di nobili natali e sicuri riconoscimenti accademici, sempre in lotta con le ragioni dell’industria cui fatalmente non può sfuggire. Ed anche qui molto spesso sono solo fattori tecnici a decidere della vita o della morte di contenuti creativi di valore irrinunziabile.

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 Le nove vite di CD ed LP: l’usato…. Spesso musica rara al prezzo di un caffè

Mentre scrivo queste righe non posso evitare di lanciare una sguardo affettuoso alle centinaia di dischi e dischetti che affollano gli scaffali della mia libreria: anche il mio salotto ospita un piccolo ‘giacimento culturale’, come dicono gli ineffabili ‘manager della conoscenza’. Sentimentalismi a parte, è un fatto oggettivo che queste raccolte di supporti fisici siano i necessari puntelli di un’altra fragilità e volatilità: quella della nostra esperienza personale della musica, spesso plasmata e determinata dalle contingenze dei nostri momenti emotivi ed esistenziali che quasi sempre ci fanno ritenere solo una piccola parte dell’oggettività dell’opera musicale. E questo è tanto più vero, quanto più crediamo di ‘possederla’ saldamente, mentre in realtà l’abbiamo solo forzata in uno schema ed in un’etichetta, rimuovendo tutti quegli elementi che non vi rientravano. Di qui la crucialità di un’arte oggi poco coltivata, quella del ri-ascolto, possibilmente ragionato, se non metodico.

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Ogni epoca ha la sua Torre di Babele..

Si dirà, ma anche quelli digitali della ‘musica liquida’ sono ‘supporti’: devo dire che, pur avendoli abbracciati con l’entusiasmo del neofita, USB key, hard disk et similia mi hanno riservato cocenti disillusioni. Certo hanno innegabili vantaggi pratici (risparmio di spazio, facilità di ricerca – ma solo a volte ed in presenza di adeguata catalogazione, tuttora rara..), ma non certo quello della affidabilità nel tempo, della migrazione su nuovi supporti che si rende necessaria per l’obsolescenza dei vecchi, della compatibilità con i dispositivi riproduttori (nient’affatto universale ed automatica come pubblicizzato) ed infine sotto il profilo delle informazioni testuali di supporto, così importanti nel campo del jazz.
Ma c’è di meglio, diranno i Millenials: “lo streaming”. Premesso che io ne sono utente intenso, anche se critico, ce la diciamo finalmente una cosa chiara? Quella tra le varie – poche – piattaforme e gli utenti è una relazione unilaterale ed unidirezionale, checchè se ne pensi: sono i loro gestori a decidere le modalità di fruizione e, vista la vorticosa verticalizzazione del settore, tra breve anche a scegliere se io possa sapere tout court se una musica esista o meno. Senza contare che l’ offerta quantitativamente dilagante e qualitativamente indifferenziata, rischia di alimentare anche in ascoltatori esperti e consapevoli una bulimia in cui rischiano di scomparire i pochi sottili e labili fili d’Arianna che ancora si rintracciano,  sia pur a fatica, nel labirinto delle musiche odierne. Altro che riascolto consapevole ed approfondito, alla ricerca della musica perduta…
Un’ultima parola, dedicata particolarmente ai Millennials: ogni supporto musicale non è neutrale, ma richede una sua propria modalità di ascolto. Ben venga la moda della riesumazione dell’LP (che peraltro mi fa un po’ sorridere…. ed ho dilapidato patrimoni in vinile), ma ricordate che ogni volta che ne mettete uno sul piatto del giradischi, è una volta in meno che lo sentite…. Va d’accordo questo con l’ascolto odierno, distratto e deconcentrato, quello ‘con un’orecchia sola’? ‘AI posteri l’ardua sentenza’, è proprio il caso di dire… Milton56

4 Comments

  1. Spero con tutto il cuore che non siano andate ” in fumo ” le storiche registrazioni di grandi del jazz come Amstrong. Duke Ellington ed Ella Fitzgerald. E per gli LP penso che avere un buon giradischi per riascoltarli, sia molto importante. Buona giornata e grazie per questo interessante post. Isabella

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    1. Eh, Isabella, purtroppo i nastri magnetici, anche le massicce bobine dei reel to reel do una volta, sono oggetti molto delicati: soffrono l’umidità, i campi magnetici che ora pullulano in ogni dove, figuriamoci il calore estremo di un incendio che anche solo li lambisca da lontano. Scrivendo il pezzo sullo storico concerto RAI di Ornette Coleman del 1968, mi sono imbattuto in alcune foto della nastroteca di Via Asiago, oltre 400.000 bobine di cui non esiste un catalogo. Gli scorci degli ambienti mi hanno fatto rabbrividire…. e parliamo di un’azienda pubblica che gestisce un patrimonio della collettività. Giradischi: certo che non sono tutti uguali, soprattutto nella capacità di preservare dall’usura gli LP che suonano, oggetti fragili e delicati quanto altri mai. Della resa musicale non ne parliamo nemmeno, il giradischi che ho comprato un anno fa per riascoltare i miei vecchi LP è semplicemente un altro pianeta rispetto a quelli pur pregevoli che usavo da giovinetto. Ho riscoperto delle incisioni fantastiche, ma anche delle irrimediabili ed ormai inascoltabili ciofeche, fortunatamente quasi sempre rimasterizzate in seguito. Grazie per l’attenzione. Milton56

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      1. Grazie a te per l’esauriente commento. Un piacere leggere chi ne sa in materia più di me. Scoprire cose interessanti, anche se poco piacevoli come in questo caso, mi piace sempre. Grazie. Un abbraccio e complimenti. Isabella

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  2. Da tempo mi interrogo sui temi sollevati dall’amico Milton nell’articolo, ed in particolare sul valore dei supporti musicali. Sono giunto alla conclusione di appartenere ad una cerchia in via di estinzione, composta da coloro che ritengono inscindibile l’amore per la musica dal mezzo che la contiene. Per me un disco (prima Lp , della cui presenza copiosa ed inerte non riesco ancora a separarmi, e quindi CD) è come un libro, va ascoltato dall’inizio alla fine per capire il contenuto del progetto, dell’idea che fotografa un periodo particolare del suo creatore e, soprattutto, per arrivare ad attribuirgli un significato emotivo mio, che rimane associato in modo esclusivo all’ascolto. Da qui il disagio per tutto il mondo della musica digitale che di queste considerazioni si fa un baffo, e che, nonostante anni di frequentazione in varie modalità, non è mai riuscito, per me, nell’intento di sostituirsi a quello fisico. Un ascolto random, o peggio, dettato dall’app di turno, il fastidio di dovere accendere il PC ed attendere le sue procedure di avvio per accedere ai files, l’accumularsi gargantuesco di librerie di cartelle e files che mai avrò il tempo di ascoltare, l’abbandono, causa eliminazione del lettore dai modelli recenti, dell’ascolto in auto (chi ha tempo e modo di creare delle usb con la musica che vorresti ascoltare proprio in quel momento?). Sono tutti “problemi” inevitabili della realtà attuale a cui ci troviamo di fronte quotidianamente. Ma non cediamo, attaccati al significato di quegli oggetti dai quali tutto è iniziato, e che continuiamo a desiderare, acquistare e volere possedere, in un turbine di affetto e feticismo che non cesserà mai.

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