CHARLES LLOYD, L’ULTIMO DEI GURU

Dall’occhio del ciclone della Controcultura…….

Perugia, Teatro Morlacchi. Dopo aver ascoltato le compatte falangi di Marquis Hill e Joel Ross, è la volta di una band in rodaggio, abilmente costruita da un infallibile talent scout come Charles Lloyd (basta riandare ai roster di tanti suoi dischi degli ultimi cinquant’anni), ma è pur sempre la prima sera in cui i due chitarristi suonano insieme sullo stesso palco: è un composito e delicato mosaico, che sembra in qualche modo raddoppiare quello del tour dell’anno scorso, in cui però campeggiava un mito delle corde come Bill Frisell.

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.. agli anni di ritiro volontario a Big Sur, mentre nel frattempo altri fanno i milioni

Anche Lloyd è ormai una figura che lambisce il mito  per l’eccezionale durata e romanzesca avventurosità della sua carriera: compagno di scuola di Booker Little, debuttante con Ornette Coleman, Bobby Hutcherson, Eric Dolphy, eminenza grigia dei gruppi del tardo Chico Hamilton, mentore degli imberbi Jarrett, Dejohnette e McBee e via favoleggiando di questo passo. Dopo il formidabile exploit dell’estate di Monterey 1966, Lloyd era praticamente l’unico jazzmen che negli anni della Summer of Love potesse contendere da pari a pari le platee giovanili agli Hendrix, ai Cream ed ai Grateful Dead all’apice della loro creatività. Poter comprare i biglietti per un suo concerto la mattina stessa mi ha dato molto da pensare: diamo per buone le ragioni dello showbiz all’italiana, ma c’è veramente qualcosa che non funziona nelle profondità dell’organizzazione della nostra scena musicale. Anche perché nel contempo sul palco principale salivano in scena dei 60-70enni che a Monterey et similia a stento avrebbero potuto fargli da spalla.

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Un gioiello pieno di luce e calore: la Summer of Love per chi non c’era

Ad 80 anni compiuti certo non si può ancora essere l’evangelista coltraniano dei roventi ’60, ma Lloyd è capace di una saggia ed creativa gestione delle delle proprie risorse fisiche che, diciamocelo, manca ad altri suoi illustri coetanei. Di qui una certa rapsodicità del suo discorso musicale, i suo interventi sono oculatamente misurati ed intervallati. Il suo tenore ha un suono caldo e morbido, ha i colori intensi ed accesi di un tardo pomeriggio d’estate, quella di Monterey 1966 si intravede ancora. Il fraseggio è fluido e di felina eleganza, a tratti ipnotico. Il nucleo caldo e solare della sua musica, preservato dagli anni di volontario e rigenerante ritiro a Big Sur, riemerge di prepotenza quando Lloyd impugna il flauto: dovrebbe farlo più spesso, certo la tecnica non è quella di altri campioni di questo raffinato e dimenticato strumento (Dolphy, Newton, ora la Mitchell), ma l’emozione è forte non solo per chi ha ancora qualche ricordo degli anni del Grande Desiderio, ma anche per la giovane platea del Morlacchi in cui dilaga ormai una crescente eccitazione. Come già notato l’estate scorsa, l’evasione dal maniero bavarese di ECM (c‘è anche chi se ne va..) sembra aver dato un’iniezione di vitalità all’ottuagenario Lloyd.
Julian Lage è il più acido e straniato dei due chitarristi e dialoga bene con il solare Lloyd; a sua volta viene constrastato da un ottimo Marvin Sewell, nelle cui vene scorre autentico, denso sangue blues che trova sfogo in un’ assolo aspro e ‘terroso’ che evoca i primordi della Musica del Diavolo: mi è rimasto impresso come il momento più intenso del concerto, la cui atmosfera si surriscalda definitivamente sino alla fine.
Bene fa Lloyd ad affidarsi ancora una volta alla batteria di Eric Harland: la sua nitida e geometrica scansione dà fondamenta e struttura all’edificio di un gruppo di concezione sottile ed originale, ma ancora in via di definitivo assestamento. Milton56

Charles Lloyd, sax tenore e flauto
Julian Lage, chitarra
Marvin Sewell, chitarra
Rauben Rogers, basso
Eric Harland, batteria
Perugia, Teatro Morlacchi, 18.7.2019

Una clip dal concerto di Perugia

 

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