Goodnight, Harold Mabern.

E’ stata l’etichetta Smoke Sessions ad annunciare la scomparsa del pianista Harold Mabern, all’età di 83 anni.

“The world is a lot less beautiful today.
It is with heavy hearts that we share news of the sad and unexpected passing of Harold Mabern. We send our deepest condolences to his family during this most difficult time, and our heartfelt sympathies to his extended musical family. Harold, you were one of a kind and we will miss you always.”

Proprio la Smoke aveva rilanciato il nome di Mabern in tutto il mondo con una serie di album notevoli,  tra cui  il doppio “The Iron Man Live at Smoke”, uscito l’anno scorso, con il suo attuale quartetto che comprendeva Eric Alxander, John Webber e il drummer/amico/agente/factotum Joe Farnsworth.

Ascoltarlo in azione è il miglior modo di celebrare questo leggendario jazzman nato a poche miglia da Memphis, città cui ha dedicato uno dei suoi cavalli di battaglia e di cui era riconosciuto alfiere.

Del resto Memphis vanta una gloriosa storia jazzistica, avendo dato i natali a molti grandi jazzisti e bluesmen tra i quali ricordiamo W.C.Handy, Jimmie Lunceford, Memphis Slim e sopratutto Phineas Newborn, pianista di pochi anni più vecchio cui Mabern venne spesso accostato in sede critica e che è stato di certo un’influenza stilistica importante. Due anni dopo la morte di quest’ultimo,  Mabern prese la parola per difenderne la figura, spiegando che le critiche di colleghi jazzisti e addetti ai lavori (sostanzialmente simili a quelle rivolte a Peterson, di freddo tecnicismo -sic- ecc., ma Oscar aveva spalle ben più grandi) avevano colpito Phineas nel profondo.  “Lo hanno crocefisso, sai, un uomo che aveva più musica nella sua mano sinistra di quanto la maggior parte dei pianisti abbiano in due mani. Era fragile, e quelle critiche lo hanno distrutto.” 

Semplicemente impressionante l’elenco di musicisti che ha incrociato nella sua lunga e luminosa carriera, in questa clip lo troviamo con George Coleman e Blue Mitchell nel suo primo disco da leader, un assai riuscito Prestige del 1968.

Incasellato forse un po’ frettolosamente in un generico ambito “mainstream” prettamente hard-bop, ne segnaliamo volentieri  la presenza anche accanto a personaggi come Roland Kirk o lo stesso Archie Shepp, a testimonianza di un idioma comune che ignora bellamente le forzose distinzioni tra avanguardisti e tradizionalisti operate soprattutto in ambito critico Europeo e di una linea pianistica nera sviluppata con grande rispetto della tradizione, a testa alta e con personalità spianata.

 

Eccolo ancora in azione nel 1970 convocato da un altro supereroe, Lee Morgan, per quello che diventerà uno dei Live più torridi e compiuti della storia del Jazz.

 

Spesso relegato in seconda fila (difficile vedere il suo nome nei cartelloni di grandi festival in tutti gli anni ’80 e ’90, passati in club e anche bar sgangherati sparsi per il mondo, jazzista fino al midollo) Mabern da anziano era diventato ricercatissimo in tutto il circuito newyorkese da jazzisti di ogni età che volevano confrontarsi con un mito, trarne insegnamento, riverirlo, finalmente. “Si sa che molti associano Memphis al country, – disse in un’intervista del ’91- ma possibile non si senta mai nessuno parlare del “Memphis Sound” e di tutti i grandi musicisti che arrivano da lì. George Coleman? Booker Little? Phineas Neborn Jr e Calvin Newborn, Alberta Hunter, Frank Stozier, Dee Dee Bridgewater…e beh, si, anch’io!”

Lo abbiamo visto anche in Italia in questi anni, diverse volte a Ferrara, rilassato e a suo agio in trio e nei gruppi con Piero Odorici, ed è stato sempre un sottile piacere, oltre che un onore, andare ad ascoltare e guardare in azione da vicino un vero jazzman che ha attraversato decenni di storia.

Un pianista talmente vicino all’essenza stessa del Blues da esserne pressochè indistinguibile, ci piace pensarlo che torna nella sua Memphis, sorridente, con passo dinoccolato e avvolto dalla sua musica.

Buon viaggio Harold, e grazie…

 

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