Holland, Hussain, Potter: un trio di belle speranze.

Arriva all’esordio discografico il trio ideato dal percussionista indiano Zakir Hussain, presentato sui palchi lo scorso anno e prossimo ad un nuovo tour dedicato a “Good hope” che presto coinvolgerà anche alcune date in Italia. Un consiglio per l’ascolto del disco: evitate, se potete, il pregiudizio del “jazz meets India” che potrebbe derivare dalla composizione del gruppo, e provate a considerarlo semplicemente un trio sax/contrabbasso/percussioni che al tradizionale set ritmico sostituisce il suono dei tabla e di altri tamburi “parlanti”. Sarete in ciò facilitati dal suono e dal linguaggio del sax di Chris Potter, che verrebbe la tentazione di considerare il principale protagonista dell’opera: anche nei brani maggiormente speziati di aromi orientali, il sassofonista di Chicago riesce a mantenere una lucida e personale linea di equilibrio fra influenze blues, strutture tematiche di ampio respiro narrativo, sull’esempio di un grande epigono quale Michael Brecker, e suggestioni derivanti dall’inedito incontro multiculturale al centro del progetto. In realtà il notevole risultato è frutto di uno sforzo collettivo paritario, nel quale le complesse reti multiritmiche dei tamburi di Hussein forniscono la base a composizioni servite dall’esemplare lavoro del contrabbasso di Holland,  essenziale nel fornire un  sostegno strutturale eclettico e multiforme,  quanto ispirato nel canto solista. Tutto appare già chiaro nell’iniziale “Ziandi”, con il sax che intreccia temi e variazioni a ripetizione con una abbondanza ed una freschezza di idee che sembra non avere termini, i tabla che alternano accellerazioni e variazioni timbriche, ed il basso che assicura una propulsione morbida ed elastica. Si prosegue con altre sette tracce di durata medio lunga, fra le atmosfere prima  intime e quindi più estroverse di “J Bhai” dedicata a John Mc Laughlin che di Hussain fu compagno nell’avventura Shakti, le articolare strutture tematiche di “Lucky seven”, terreno per alcune fra le più avventurose e convincenti uscite soliste  di Potter, qui impegnato al soprano, le avvolgenti volute di una assorta “Beduin trail”, durante le quale è facile immaginare una carovana in viaggio nel deserto, il groove avvolgente e magnetico della titile track, garantito da un gigantesco Holland. Tutto il disco è da assaporare e le soddisfazioni non mancheranno, anche per chi desideri un supporto al buon umore. Già li si immagina, i tre, sorridenti e felici al termine di un loro concerto. E si vorrebbe essere là davanti, a condividere quelle emozioni.

 

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