E’ Las Vegas, baby…

Ci sono pezzi che vengono fuori con fatica dopo tante limature e tagli. Ed altri che invece ti escono di getto, proprio ‘de core’, come direbbe una nostra lettrice. E questo è proprio uno degli ultimi.

Un collega mi informa che il trio di Pat Metheny andrà in scena a Genova, accompagnato da un’orchestra sinfonica. Costo del biglietto dagli €.80 ai 100, cui andrà aggiunto il solito, incomprensibile balzello della ‘prevendita’ (io ti finanzio anticipatamente consentendoti di rientrare in anticipo di qualche spesa e circoscrivendo il tuo rischio di organizzatore, e tu mi fai pagare un sovraprezzo, nemmeno tanto modico? Un bell’esempio di economia degna degli albi di Alan Ford….. ‘prendi ai poveri e dona ai ricchi, che loro sì che sanno cosa farsene dei soldi’).

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‘Alan Ford’, un testo da rivalutare nelle nostre facoltà di economia….

Qualche giorno fa il chitarrista si è esibito in trio in una località del bresciano per la modica somma di €.70,00 tutto dentro. Perché non si dica che ce l’ho sempre con il ‘divismo chitarristico’ facciamo un altro esempio: Herbie Hancock a Milano, in solo, quotato a circa 60/80 euro più prevendita, siamo dalle parti di Metheny a Genova, il tutto in una sala che ha una capienza superiore ai 1.000 posti, dettaglio nient’affatto trascurabile. Hancock ha fatto il tutto esaurito, così come Metheny nel bresciano, gli auguro di bissare a Genova, dove quantomeno ci sono le spese dell’orchestra: tra un po’ viaggerà anche lui in jet executive, come qualcun altro che ha avviato già da tempo questa tendenza.

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… anche in linea con i dettami del ‘politically correct’

Promoter e musicisti ‘di successo’ fanno il loro mestiere (purchè non si salga in cattedra a far ispirati discorsi in tema di estetica o di diffusione della cultura…. ‘business is business’ e tanto basta), questo versante della questione non mi interessa più di tanto. Diverso il discorso per il pubblico che sborsa cifre simili per musicisti che non sono senz’altro all’apogeo della loro creatività, tutt’altro: qui gioca evidentemente un acritico culto della personalità, non si va ad ascoltare della musica, si partecipa alla celebrazione di un rito. Tra l’altro, nessun serio jazzofilo può pensare che solo perchè si spendono 70/100 euri il risultato sia garantito in termini di creatività e freschezza (le delusioni ‘da serata storta’ arrivano anche da artisti ben più ‘in palla’ ed impegnati, ne so qualcosa io quest’anno). Anzi, direi il contrario: il collaudato mestiere del divo di turno lo indurrà saggiamente a giocare sul sicuro sfornando solo clichè collaudati.

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… c’è spazio anche per la musica

E ciò soprattutto quando c’è di mezzo il problematico connubio tra improvvisazione jazzistica ed orchestre d’archi, su cui sono scivolati in parecchi, non escluso Charlie Parker: si può tentare di avventurarsi in questa landa di sabbie mobili solo se si hanno alle spalle arrangiatori del calibro di Eddie Sauter (quello del magnifico ‘Focus’ di Stan Getz), di Neal Hefti o di Gunther Schuller. Fuoriclasse dell’orchestrazione che, anche se fossero ancora tra noi, avrebbero bisogno di tempi e prove adeguati. Quando parlo di colpe di quel pubblico maturo e non sprovveduto (com’è per status sociale ed anagrafe quello che ha la carta di credito ‘oro’ in tasca) mi riferisco proprio a cose così.

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…. anche ad Abu Graib devono averlo attentamente studiato

Si dirà: ma ognuno può spendere i suoi soldi come vuole… liberi gli altri di non andarci. E qui casca l’asino: questo tipo di ‘eventi’ sta creando un circuito jazzistico che girerà permanentemente su questi livelli di prezzi, con crescenti effetti di esclusione di vaste fasce di pubblico ed asfissia da suo mancato ricambio: è evidente poi la virata del c.d. ‘grande jazz’ verso la formula dello spettacolo puro. Ne segue l’ulteriore conseguenza della restrizione degli spazi per altra musica meno ‘glamour’ e con appeal su fasce di pubblico più ristrette e di portafoglio più smilzo: ormai l’impresariato musicale è altamente professionalizzato e pressocchè esclusivamente in mano a privati che non si vede perché dovrebbero assumersi maggiori rischi, quando basta solo raccogliere la manna dal cielo limitandosi a proporre il solito ‘grande divo’. Infatti si è perso pure il ricordo dell’operatore pubblico che poteva impegnarsi in proposte più orientate verso la qualità – o almeno sostenere fattivamente chi lo faceva al posto suo soprattutto per passione .

Scusate la greve ottica materialistico-dialettica, ma di questo passo andiamo verso la scomparsa del circuito della musica veramente creativa ed innovativa, che già mena vita grama con relazione sempre più difficile con il proprio pubblico. Guardando al nostro ‘particulare’ di ascoltatori affamati di musica, vedo avvicinarsi rapidamente un futuro in cui finiremo per sentire un concerto all’anno, magari imbroccando pure quello loffio.

Bene, ora passiamo dalla modalità ‘invettiva talebana’ a quella ‘atarassia epicurea’: ma che fatica, però, e che malinconia. Milton56

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Non so perchè, ma questo mi ricorda qualcosa……..

 

10 Comments

  1. A me Pat Metheny e Herbie Hancock (magari in partenariato con Stevie Wonder o Quincy Jones…) sono rimasti sul gozzo da quando, ai tempi delle “radio libere” – non avevo la tv, perciò ero sempre incollata a quelle – venivano infilati a forza in programmi di rock per dimostrare quanto erano “impegnati”. E via anche con Weather Report, Jaco Pastorius e altri musicisti “per tutte le stagioni”, a cavallo o in bilico tra generi diversi. A volte osavano un Frank Zappa, che almeno rientrava meritoriamente e “legittimamente” nel (meglio del) rock, perché po’ di lustro lo dava.
    Quella adolescenziale reazione di antipatia mi ha impedito di approfondire e seguire i percorsi di quei musicisti: li ho mollati lì, e basta.
    Giustissima la critica rivolta all’extra per la prevendita, che hai argomentato benissimo. Lo stesso discorso vale per le prenotazioni online, alle quali vengono riservati pochi posti, spesso pure sfigati, ma “salati” lo stesso. Business is Business and “The Business Must Go On!”
    … “culto della personalità, non si va ad ascoltare della musica, si partecipa alla celebrazione di un rito”: completamente d’accordo, ma il concetto è valido anche per altri generi musicali. Anche lo “Show Must Go On”.
    “… colpe di quel pubblico maturo e non sprovveduto (com’è per status sociale ed anagrafe quello che ha la carta di credito ‘oro’ in tasca)”: appunto, la cosa si fa un po’ volgarotta e immagino che gli aggettivi usati fossero ironico-sarcastici.
    … “il collaudato mestiere del divo di turno lo indurrà saggiamente a giocare sul sicuro sfornando solo clichè collaudati”: verissimo e verificato di persona.
    “… liberi di non andarci” un corno! Costretti, casomai (anche se, ripeto, io non sarei comunque interessata, a questi). Se questo tipo di ‘eventi’ è destinato a girare “permanentemente su questi livelli di prezzi” a me personalmente non importa un fico secco, e forse non tanto neanche alle fasce di pubblico escluse di cui parli.
    … “restrizione degli spazi per altra musica meno ‘glamour’ e con appeal su fasce di pubblico più ristrette e di portafoglio più smilzo”: aggiungerei l’ipotesi che quel pubblico sia spesso curioso e appassionato sul serio, o anche competente ed esigente (e magari con un portafoglio meno smilzo di quanto si creda). Lo spazio non c’è, e non parliamo – credo – di capienza delle sale da concerto, perché non c’è interesse né ricerca: non sarebbe così difficile pescare musicisti di valore da quel circuito considerato minore, secondario, e che “non fa cassa”, destinandogli uno spazio suo, fuori dall’altro circuito.
    Di qui, la constatazione/profezia su cui torni spesso: “la scomparsa del circuito della musica veramente creativa ed innovativa”, che forse non è mai neanche apparso: c’è poco da controbattere o sperare (niente “think pink” 😀 ).
    Fatica, malinconia e… tanta noia. Poi dicono che i jazzofili hanno la puzza sotto al naso: e te credo!!! (come direbbe una vostra lettrice, che è pure abbastanza ignorante)

    P. S. Sarei curiosa di sapere, essendo una follower recente, qual è la “serata storta” che ti ha deluso, Il concerto loffio che hai imbroccato…

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    1. Eh, cara Francesca, fosse una sola la serata ‘loffia’. Di queste non parlo, sia perchè c’è già poco tempo per soffermarsi su quelle belle che nessuno si fila, sia perchè non ho la vocazione dello ‘stroncatore’, avendo sopportato sin dall’infanzia svariati ayatollah con loro allegate fatwe. Recentemente la mia amata Mary Halvorson, grandissima ‘nerd’ della chitarra sperimentale (che tra l’altro dovrebbe piacere anche a rockettari in servizio permanente effettivo ed anche in congedo), mi ha lasciato parecchio deluso nella proposta live del gruppo ‘Code Girl’, che pure ha sfornato un ottimo disco: formazione complessa e fitta di rincalzi inesperti del repertorio ed un gradino più in basso degli originali titolari, la Mary sommersa dalle incombenze di leader di una band che aveva problemi di coesione, indi la chitarrista si è sentita poco o niente. Delusione bruciante ed inattesa quella inflitta dal mio idolo David Murray a Bergamo nello scorso marzo: anche qui band assemblata alla circamenoquasi, un pianista che si suonava addosso senza ascoltare i compagni, il buon David corrucciato e ripiegato su banali clichè fatti per imbonire il pubblico, comportamenti da mestierante del palco che non gli ho mai visto tenere. Sempre a Bergamo Jackie Terrason, never more…. spero che fosse in un trip atletico/esibizionistico, comunque era un esperimento (archiviato per molti anni a venire). Quest’estate a Fano mi ero accinto a riascoltare Donny McCaslin, conosciuto in una serata magica del febbraio 2018, rivisto a JazzMi stesso hanno dopo la folgorazione con Bowie, mi aspettavo un buon gruppo elettrico con un grande specialista del genere (il suo fedele sodale Jason Lindner), è venuto fuori una performance scombinata, dominata da un chitarrista/cantante che non potrebbe suonare neanche in una cover band rock da dopolavoro, un batterista sottratto all’ediizia e Donny che ci metteva pure del suo mettendosi sotto i piedi anche un minimo di astuzie del mestiere (e ne ha sulle spalle per 30 anni). Di Terence Blanchard E Collective non parlo nemmeno (diversamente qui scoppia la guerra civile … 🙂 ), dico solo che era ben la terza volta che li sentivo, una quarta chance farebbe titolo in un processo di canonizzazione. Nota bene. Il suo Cd ‘Malcom X Suite’ (rielaborazione della colonna sonora del noto filma di Spike Lee) a momenti lo cuocevo nel lettore a furia di sentirlo. Chiudo il pistolotto ‘delusioni’, faccio seguito poi sui musicisti ‘per tutte le stagioni’ che danno lustro etc.. Milton56

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    2. Ed eccomi sui ‘musicisti per tutte le stagioni’. Un momento di serietà iniziale, purtroppo alcuni di stagioni ne hanno avuta una sola, e pure breve: Jaco Pastorious, musicista visionario (anche a sentirlo adesso), e purtroppo uomo ‘larger than life’. Wheather Report: attenzione a non giudicarli per alcune cose molto ‘trendy’ del loro ultimo periodo (che però hanno ‘agganciato’ in modo non banale un pubblico vastissimo, vedi ‘Birdland’ o ‘Black Market’). I loro primi dischi (‘I sing the Body Electric’, per esempio) hanno la stessa qualità rabdomantica e futuribile del Miles di ‘In a silent way’, solo con suoni un po’ più aggiornati. Per non passar per ayatollah anch’io, preciso che non ho nulla contro Hancock e Metheny. Del primo, in particolare, ho circa 50 cm lineari di cd Blue Note, uno più bello dell’altro: la colonna sonora di ‘Blow Up’ di Antonioni – assolutamente straordinaria, il film deve ad essa molto del suo grande fascino – la tenevo addirittura in macchina. Il suo periodo elettrico non lo ho mai approfondito, anche perchè già ai tempi la fusion da ‘un tanto al watt’ mi stava sull’anima, enfasi e retorica mi danno l’orticaria anche in musica. In ogni caso, Herbie ha dei rimorsi che gli fanno onore: VSOP., il ruolo di eminenza grigia nella colonna dell’indimenticabile “Round’ Midnight” di Tavernier. Metheny: devo esser sincero, di lui ho un solo disco. Ma è il famoso ‘Song X’, che lui allestì mobilitando la sua etichetta Geffen per dare spazio e voce al suo idolo, allora in ombra: Ornette Coleman, chi lo avrebbe mai detto….. chapeau. Telegraficamente: Parco della Musica e Casa del Jazz tenetevele strette, fanno la differenza tra una capitale (anche se in disgrazia) ed una città che campa di rendita su di un passato che ha liquidato con vacuità e disinvoltura. Milton56

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      1. Scusa, Milton, ma io parlavo di quando facevo la terza media, quindi di più di quarant’anni fa. I brani degli illustri musicisti “per tutte le stagioni” che venivano passati erano assai facilini, eh…
        Io all’epoca ascoltavo progressive rock (il jazz l’ho conosciuto insieme al marito, a 25 anni) e quindi mi innervosivo. E ripeto: servivano solo a dare un po’ di lustro ai programmi e a compensare qualche “caduta” pop. Lo capivo perfino io che ero una ragazzina. Ancora riesco a canticchiare quella roba lì.
        Su Jaco Pastorius da solo, come bassista, ti do ragione, e non mi pronuncio sulle derive fusion e funky. Su Weather Report non arretro: non facevano mai ascoltare nulla da I sing the body electric, e non credo che agli inizi degli anni ’70 fossero già nell’ultimo periodo.
        Non ricordavo che la colonna sonora di Blow Up (Antonioni è forse il mio regista preferito) fosse di Hancock, anche se ho visto il film almeno due volte, ma parecchio tempo fa. Ma ricordo che Round Midnight non mi piacque molto (non apprezzo neanche in particolar modo Tavernier: come vedi, nella mia pur consapevole ignoranza mi permetto perfino di essere “choosy”). Comunque vedo ora che il film ha ricevuto anche l’Oscar per la miglior colonna sonora, e allora sì, chapeau, ma da condividere con molti altri che invece mi piacciono.
        Anche Bird (non c’entra niente) secondo me non rendeva giustizia a Parker come invece è riuscito a fare Julio Cortázar nel suo racconto L’inseguitore (che prima era stato tradotto con “Il persecutore”).
        Mi fa anche piacere sapere che Metheny abbia ‘sostenuto’ Ornette Coleman, che mi piace molto: secondo chapeau.
        Ma resto un ayatollah. E se dai un’occhiata al programma Jazz del Parco della Musica, beh, a me sembra scarsino.

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      2. Poi… sai… (rob lo sa), io ogni tanto piazzo dei pezzi jazz che ovviamente alla maggioranza sono indifferenti. Ma magari a voi non lo sarebbero, se solo ogni tanto buttaste un occhio nel mio blog. Forse non rientro nel circuito giusto

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  2. Caro Milton, hai centrato perfettamente il problema e le ragioni per cui a casa nostra certa musica non arriva e non arriverà. Personalmente tendo a risparmiare i miei euri non avendo la carta di credito oro. Contano solo gli “eventi”. Ringraziamo i promoter che dettano le regole e il pubblico che li accontenta sborsando il richiesto per celebrare il rito. Tutti contenti. La musica? Quale musica?

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    1. Eh, caro Loris, i promoter vanno dove tira il vento (e dove si fatica meno ad incassare), io vedo più colpe nel pubblico nella nostra fascia d’età, che è poi quello che spende i 70/100 euri per Metheny in una combinazione che già lascia perplessi a vederla sulla carta. Ma i problemi sono come le ciliege, uno tira l’altro. Mi dicono che in un’altra galassia digitale qualcuno mi ha attribuito catastrofismo apocalittico a proposito del progressivo chiudersi degli spazi per la musica di ricerca e non ‘di spettacolo’: sarà pure così, ma la catastrofe è già arrivata nella mia Milano, dove consumata l’abbuffata di jazzMi, non rimane nulla o quasi. E questo anche perchè ormai il jazz è diventata musica da ‘teatro’, luogo musicale sempre meno accessibile a chi non sia Metheny od Hancock con relativi promoter. Sul fatto che il ‘luogo del jazz’ possa esser solo il teatro (o la sala da concerto) io ho molti dubbi e credo che si tratti di un fattore già da molto tempo condizionante non solo la fruizione di questa musica, ma anche la forma in cui i musicisti la propongono. Felicissimo di sapere che altrove i miei critici hanno altri luoghi ed occasioni per ascoltare jazz. Milton56

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      1. A “teatro” (Auditorium Parco della musica) ho ascoltato solo Sonny Rollins. Certo, erano molto meglio i piccoli club di una volta come – a Roma – Big Mama o Music Inn, che non c’è più, o la Casa del Jazz, che però rispetto a dove abitiamo sta… in culo alla luna.

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