Grammy jazz

Un album di jazz “politico” e un altro sulle diverse parti del corpo sono stati tra i vincitori di quest’anno ai premi Grammy.

 

L’album del pianista Brad Mehldau, Finding Gabriel, ha vinto il Grammy per il miglior album jazz strumentale ai Grammy Awards.

La vittoria di Mehldau parrebbe ad occhi smaliziati una conferma dei brogli e dei favoritismi denunciati dalla ex presidentessa della Recording Academy, Deborah Dugan: l’album è imperniato in parte su parole e dialoghi dello stesso Mehldau come nel brano “The prophet is a fool” che critica l’attuale politica del presidente Donald Trump.

Nell’album ci sono anche i cantanti Becca Stevens e Kurt Elling, ma la giuria pare non abbia dato grande importanza all’evidenza, e sembra aver ascoltato  esclusivamente la musica strumentale, elettronica ed acustica. Finding Gabriel ha vinto superando album molto più in linea con la categoria jazz strumentale  di Branford Marsalis, Joshua Redman e Christian McBride.

Personalmente, dopo l’ottimo After Bach ed il buon Seymour Reds the Constitution , ho trovato l’album di Mehldau musicalmente inferiore alle mie aspettative, probabilmente condizionato e adatto solo al contesto statunitense, sia per i riferimenti biblici sia per le posizioni politiche.

La cantante Esperanza Spalding ha vinto un Grammy per il miglior album jazz vocale, per il suo ciclo di canzoni molto divertente su diverse parti del corpo umano, come le gambe e la mente in cui canta dal punto di vista dei diversi organi.

L’album 12 Little Spells ha vinto in competizione con album di altre cantanti come Jazzmeia Horn, nominata per la seconda volta ai Grammy. Anche qui la puzza di bruciato è abbastanza evidente. La Spalding è bella e brava ma i suoi album, incluso questo premiato, stanno alla musica jazz ne più ne meno come i nostrani Massimo Ranieri e Gino Paoli.

Gli altri vincitori sono stati Chick Corea che ha vinto nella categoria miglior album di jazz latino per il suo Antidote, Brian Lynch Big Band per il miglior album jazz per big band con The Omni-American Book Club, e il veterano trombettista Randy Brecker per il miglior assolo sulla ballata “Sozinho”.

 

3 Comments

  1. Mah, forse non riusciamo a vedere nella giusta luce queste competizioni. Il Grammy è l’Oscar del disco: la similitudine non è retorica, ma nasce dal processo di selezione e di premiazione finale. In entrambi i casi, una corporazione di professionisti del settore (lato produzione, si badi bene…..) valuta il livello di fattura di qualcosa che è essenzialmente e primariamente un PRODOTTO, valori estetici ed artistici al più rimangono sullo sfondo, ammesso e non concesso che in qualche occasione vengano considerati. Trattandosi poi di un riconoscimento professionale che ‘pesa’ alquanto sul mercato del music biz, è logico che come nel caso degli Oscar entrino in gioco considerazioni ‘politiche’, ma sempre interne al settore: ci si rende conto che Meldhau è stato ignorato per anni nonostante il suo oggettivo rilievo anche sotto il profilo della presenza discografica, et voilà lo si risarcisce con un premio ad un album che guarda caso avrà colpito i professionals soprattutto per la sua complessità produttiva (una specie di oratorio-sinfonia ‘one man show’). Poco importa che abbia in passato firmato opere più genuinamente jazzistiche, ed anche più asciutte e coerenti stilisticamente. Esperanza Spalding? Una bassista-cantante, vuoi mettere l’appeal rispetto ad una ben più convenzionale jazz singer come Jazzmeia Horn? Che questa abbia un repertorio ed un’interpretazione di tutt’altro spessore rispetto alla Spalding poco rileva, quest’ultima è ‘prodotto’ ben più esotico ……
    Se proprio vogliamo cercare giudizi in cui estetica e valori artistici abbiano un peso apprezzabile è bene rivolgersi alle solite ‘top ten-twenty ecc.’ stilate dai critici dei grandi giornali nazionali o dalle riviste musicali specializzate (alcune delle quali intelligentemente estendono i polls anche ai lettori…. Cfr. Jazz Times, con risultati molto interessanti, specie se raffontati con quelli emersi dal panel dei critici e dei giornalisti).
    Last but not least, non dimentichiamo che ormai da tempo anche quanto a valori estetici e musicali l’Atlantico diventa sempre più largo e gli States sempre più isola. Milton56

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  2. Trovo azzeccato il paragone con gli Oscar: spesso non viene premiato il film migliore ma quello che risponde a determinati requisiti che poco hanno a che fare con la qualità. Non credo invece che sia una buona idea quella di allargare ai lettori un poll: visto il Jazzit Awards direi che le “infiltrazioni” delle tifoserie sono difficili da contenere. Infine una annotazione personale: sono un fan di Mehldau fin dai tempi in cui, sconosciuto, approdò a Umbria Jazz, ma Finding Gabriel l’ho trovato indigesto e ben poco jazzistico…

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  3. sul ‘poll’ dei lettori la penso diversamente: con le tecnologie di oggi è possibile e relativamente facile consentire un voto non ripetibile ad ogni lettore di rivista (codici ottici che aprono link a siti che consentono un solo accesso ecc.). Ripeto: Jazz Times lo ha fatto, e non è certo il NY o la CNN, ed i risultati sono stati molto interessanti. A mio avviso la mancanza di un riscontro sui gusti ed orientamenti del pubblico militante del jazz è quello che sta lentamente rendendo obsoleto, autoreferenziale e ripetitivo il nostro Top Jazz, il cui ‘corpo elettorale’ ha una struttura in cui non si riesce a distinguere il peso di chi di musica scrive e di chi invece la organizza e promuove. Ma fermiamoci qui…. Milton56

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