The Necks – Three

Il gruppo, formato da Chris Abrahams alle tastiere, Lloyd Swanton al contrabbasso e Tony Buck alle percussioni, è sulla scena da più di trent’anni ed ha consolidato una prassi espressiva originale ed inedita che, come cercheremo di approfondire, da alcuni anni sta evolvendo verso terreni vergini e poco esplorati. Inizialmente, sia negli album che nei concerti live, i Necks ci hanno abituato ad un approccio lento, con un tema breve e contenuto, espresso a volumi bassi e ripetuto più volte. Man mano che viene reiterato, diventiamo consapevoli che nel frattempo è cambiato, che nel processo di ripetizione impercettibilmente qualcosa è mutato. E man mano che questo cambiamento impercettibile diventa percepibile, notiamo che diversi aspetti più profondi del linguaggio, si stanno trasformando: accanto al piano e al contrabbasso emerge un crepitio, inizialmente scarsamente percepito, che si muove così lentamente che si dovrà sviluppare in modo significativo prima che possa essere riconosciuto – misurato – dalla forma del tempo conosciuta, dall’alba dei tempi, come ritmo e, successivamente, come percussione. Ad un certo punto – sebbene il punto chiave e’ che non siamo in grado di dire con certezza quando, dove o come questo punto è stato raggiunto – piano, basso e batteria si sono spostati in un profondo solco propulsivo o in un vortice di implacabile intensità . E poi, dopo un lungo periodo di tempo, la musica si placa – o si tuffa – di nuovo nel silenzio da cui è emersa debolmente, in silenzio. I Necks ci hanno abituato ad album e concerti della durata di un’ora, un solo brano, spesso improvvisato con poche coordinate comuni, e questo modus operandi è andato avanti nel tempo per moltissimi anni. Minimalismo formale ed emotivo, trance da camera, drone, improvvisazione, multistrumentismo, e tutto trasfigurato e declinato in maniera cosi’ originale da diventare immediatamente riconoscibili.

Chris_Abrahams

Three, il nuovo album uscito il 3 febbraio è composto da, appunto, tre tracce, simbolicamente  tre passi avanti, ora che il gruppo sembra aver superato l’era della trance music, ispirato da quel minimalismo che l’ha reso una delle formazioni più eccentriche della nuova avanguardia musicale.
Più passa il tempo, infatti, più i Necks trovano inclini alla sperimentazione: idealmente da Vertigo (2015) in poi i modelli di interazione sono stati interrotti, il metronomo è impazzito, nuovi gradi di eccitazione si sono fatti strada nel dialogo tra le parti. Di conseguenza, al giorno d’oggi, qualsiasi metamorfosi potrebbe attenderci dietro l’angolo e tuttavia saremo sempre, infallibilmente, in grado di intercettare l’impronta di Abrahams / Buck / Swanton.

Il modo migliore per ignorare le aspettative è negare la formula del crescendo: come una visione improvvisa e accecante, il primo brano “Bloom” scatena un vortice di percussioni tenuto in vita da Tony Buck per venti minuti ininterrotti, un totem sonoro attorno al quale i cantabili del piano e i riff circolari del basso alimentano la densità inebriante già percorsa in Unfold (2017) e nelle sessioni più recenti in Swans (Leaving Definition 2019). Un abbandono estatico ma anche gioioso alla trazione ritmica e alla semplicità melodica più spontanea, vicina nello spirito alle suite mantriche di Pharoah Sanders o Terry Riley.

Dedicato al defunto frontman del gruppo punk australiano The Celibate Rifles, il secondo pezzo capovolge completamente l’umore e vede il trio avvolgersi in una mistica rarefazione: “Lovelock” è un cerimoniale oscuro e privo di forza trainante, praticamente imperniato sugli spunti stilistici legati al jazz fino quasi a sconfinare nell’astrazione della classica contemporanea. Le progressioni di Abrahams di evidente matrice derivativa da Morton Feldman e le corde emergenti di Lloyd Swanton sono la silenziosa resistenza a una fiorente soluzione percussiva, dal tintinnio tonale dei carillon ai tonanti tamburi, i gesti di una matrice quasi pittorica che continua a comporre un paesaggio sonoro irrequieto e irrisolto, dedicato più alla risonanza e ai suggerimenti volatili rispetto a un processo di costante accumulo.

Con il terzo e ultimo pezzo arriviamo a una delle declinazioni più sorprendenti, non solo rispetto a questo album: “Further” è davvero un invito a guardare oltre e, sebbene non ci siano indicazioni esplicite sull’ispirazione alla base, un anno dopo la morte di Mark Hollis, sarebbe difficile non associare gli accordi minori dell’organo elettrico e la vibrante ariosità dei tamburi con le scoperte sonore dei Talk Talk.
Quell’orizzonte idilliaco al quale la band inglese si è avvicinata per mezzo di una scrittura sofferta e ponderata, nella sessione di studio dei Necks ritorna a manifestarsi senza passaggi intermedi, spostando il velo della sacra intangibilità per far risplendere di un colore strumentale e del calore in pienezza. Questo è più che mai un puro viaggio emotivo che termina in modo significativo in una dissolvenza, come se volesse lasciare nella nostra mente un assaggio di quella luce sovrumana in cui ora  Hollis si è rifugiato per l’eternità.

P.S. Questo scritto non mi appartiene se non per brevi tratti. Anch’io sono da sempre un fan del gruppo australiano che seguo fin dagli inizi. Uguale amore e trasporto appartengono a Geoff Dyer, che ha scritto un pezzo sul New York Times che ho in parte ripreso dove esprime tutta la sua ammirazione per il gruppo:

https://www.nytimes.com/2017/10/04/magazine/my-obsession-with-the-necks-the-greatest-trio-on-earth.html

Per la recensione dell’album Three, che consiglio caldamente, ho ripreso uno scritto di Paloz comparso a margine di un sito musicale:

https://rateyourmusic.com/release/album/the-necks/three/

Di più, posso aggiungere che Further è un brano capolavoro, dove lo scarno tema ripetuto dal pianoforte e sostenuto dalla batteria viene continuamente innervato da piccole percussioni, variazioni d’organo, sommesse chitarre elettriche e brevi divagazioni del pianista. Un collage che ascolto dopo ascolto svela particolari, apre prospettive alla mente e al cuore, racconta di colori, intesse trame di luce e di ombre. Uno dei miei dischi preferiti in questo tribolato inizio dell’anno.

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