UN PACCO CON DUE INDIRIZZI….

A volte anche le espressioni più banali e scontate possono portare in sé un’ambivalenza. Qualche giorno fa scrivevo un’articolo dal titolo simile a questo, piazzandoci sopra la foto di un pacco della Croce Rossa destinato ai prigionieri di guerra. Ovvii destinatari, noi ascoltatori italiani sotto quarantena collettiva, e privati per chissà quanto della musica dal vivo.

Avevo annunziato un seguito, ma il pacco che apriamo ora è diverso. Nel frattempo, l’epidemia COVID 19 è diventato un problema mondiale, anche se recepito con vari gradi di prontezza e profondità di coinvolgimento e consapevolezza. A calare non sono solo i sipari italiani, ma in un fulmineo effetto domino quasi tutti quelli europei, ed ora persino quelli americani. Niente concerti dal vivo, quindi, persino nell’Isola America, ancora centrale nella scena musicale che seguiamo. Questo è già grave, ma in una progressione da piaghe bibliche, i principali siti commerciali online, messi sotto sforzo dal boom di acquisti di generi di prima necessità, hanno deciso di bloccare l’approvviggionamento di altri prodotti più ‘voluttuari’, e manco a dirlo, tra questi figurano i dischi musicali di ogni tipo. Una notizia ferale per tante piccole label indipendenti, che proprio in questi giorni avevano previsto uscite speciali per il Record Shop Day, ricorrenza in cui si rincuora quella pattuglia di sparuti coraggiosi che si ostinano a vendere questi strani, obsoleti oggetti ‘in real life’ incontrando – e facendo incontrare tra loro – quegli altrettanto strani soggetti che la loro musica si ostinano a volerla con sé, vedendola e toccandola senza il rischio di vederla dissolversi nel Virtuale (magari ad opera di qualche Grande Fratello o Glorioso Leader, figure che si preparano ad una reentreè in gran spolvero). Anche qui, rinvii a data da destinarsi dell’uscita di nuova musica, scatoloni di album che rimarranno ad impolverarsi nei magazzini per chissà quanto, appassendo non poco. Sempre che sopravvivano le etichette che li hanno prodotti.

Proviamo a vedere la situazione con gli occhi dei musicisti: niente concerti dal vivo che assicuravano la gran parte delle loro entrate, niente dischi che pur nella modestia dei loro incassi servivano senz’altro a mantenere un rapporto con il proprio pubblico, più che problematico ritrovarsi in studio per qualche forma di concerto live da diffondere a distanza grazie a tecnologie web che proprio ora mostrano la loro fragilità con l’emergere di limiti fisici di tenuta delle reti digitali. Non è un caso che già ora negli States siano partite iniziative di solidarietà come collette, vendite a prezzi scontati di stocks di magazzino di album con ristorno agli autori di parte del margine di vendita etc.

Ma noi ascoltatori di una remota ed ora segregata provincia dell’Impero cosa possiamo fare per mantenere viva una residuale fiammella che ci consenta di riaccendere la musica quando sarà?

Come i lettori più affezionati sanno, io ho opinioni critiche sulla c.d. musica liquida, sia quella che si acquisisce sotto forma di byte in uso permanente e personale (aggettivi francamente un po’ patetici ed illusori nell’era digitale), sia ancor più verso quella sorta di elusiva ‘biblioteca circolante’ che è il mondo dello streaming. Tuttavia, va riconosciuto che questi canali sono rimasti gli unici per rimanere in contatto – sia pur mediato – con chi ci ha donato emozioni. E soprattutto per fargli arrivare qualche essenziale nichelino. Guadagnato e non elemosinato, ed anche questo è importante.

Bandcamp è da tempo una piattaforma musicale molto votata alla promozione di musica e musicisti nuovi (si presta molto all’autogestione), ma è ormai diventata la vetrina di molti artisti ed anche etichette già affermati sul piano critico, che sulle loro pagine dedicate propongono in anteprima l’ascolto ‘free’ di brani di loro lavori in preparazione, o la vendita a prezzi veramente interessanti di loro album in digitale da tempo spariti dal mercato fisico (tra l’altro anche in formati audio di alta qualità). Giusto per fare un’esempio, su Bandcamp potrete trovare PI Recordings, Cuneiform, Firehouse 12, Motema, Intakt (!) ed anche la nostra Auand (!!!). Ovviamente presenti gli strumenti ‘follow’ e warning personalizzati per aggiornarci su novità riguardanti i nostri musicisti ed etichette che aderiscono alla piattaforma. Il sito pubblica anche corposi editoriali mensili in cui si passano in rassegna le evoluzioni sulle varie scene musicali. Uno strumento di scoperta con pochi eguali, devo a loro di essermi imbattuto nel Jeff Parker di cui vi ho parlato giorni fa.

Giusto per ingolosire anche le vecchie volpi della mia leva, ci si trovano anche cosine così:

 

E ce n’è anche per gli audiofili…. Mica male la combriccola messa insieme da Talmor….

 

Ma facciamo un passo in più, lasciandoci momentaneamente alle spalle il simpatico bazaar alternativo di Bandcamp ed entriamo nel colossale ipermercato di Spotify, che ormai si avvia a diventare l’equivalente discografico della mitica Biblioteca di Alessandria, una delle sette meraviglie dell’antichità (oltre 700.000 rotoli di papiro… sorvoliamo sul perché non siano pervenuti a noi). Sì, lo so, ci sono fondate polemiche sulle quote di diritti retrocesse ai musicisti, sul complesso ed oscuro metodo con cui vengono calcolati etc. E’ comunque un fatto che si tratta di uno spazio virtuale e planetario senza il quale non esisterebbe più un’industria musicale, né grande e mainstream, né piccola ed ‘alternativa’. Si pensi che nel 2019 i servizi di streaming – Spotify in testa – hanno versato solo alle tre majors del disco diritti per 8,34 miliardi di dollari (dicesi Us.Doll. 8.340.000.000,00….), e che l’80% del fatturato dell’industria musicale viene ormai dal canale streaming. Ed alla fine sono sempre i tycoon del disco che danno da campare ai nostri musicisti…..

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E per concludere con le questioni di vil valsente, Spotify ha una caratteristica molto simpatica. Per far digerire ai suoi pazienti investitori le sue colossali e perenni perdite d’esercizio (UsDoll. 180/mln solo l’anno scorso) ha un solo modo: allargare e diversificare incessantemente la sua offerta, in modo da continuare ad accrescere la platea dei suoi abbonati, che ormai si contano nell’ordine delle centinaia di milioni, di cui parte notevole ‘premium’, cioè paganti. Quindi: nasce il rap iraniano? Si pubblica un’integrale di concerti per triangolo solo? State pur certi che un minuto dopo la discoteca svedese è già lì per accapararserli per prima e possibilmente in esclusiva.

Quindi con un compiaciuto e machiavellico sorrisetto sulle labbra andiamo a premere il ben noto ‘bottone verde’….. E non rimaniamo per niente delusi. Facciamo solo un paio di esempi, rinviando ai giorni prossimi altre cosine.

 

Franco D’Andrea. Già piuttosto lontano dai palcoscenici negli ultimi anni, uno dei pochissimi uomini-simbolo della musica italiana continua con pazienza ed appartata operosità a consegnarci dei lavori lungamente meditati e sempre connotati da una vena di sperimentazione mai esibita, ma tenace e coerente. Basti pensare all’organico pianoforte/tromba/chitarra di questo trio con Mirko Cislino e Enrico Terragnoli. Qui la Discoteca Svedese ci presenta direttamente un’intero nuovo album. Ascoltatelo con mente sgombra e perdetevi nel laboratorio delll’alchimista di Merano.

 

Gli archivi della Blue Note (un’ottantenne vispa sopravvissuta a due ‘infarti’ quasi letali…. qui in Europa l’anno scorso non l’ha festeggiata nessuno) somigliano un po’ al Triangolo delle Bermude. Al contrario, però. Infatti, ecco che ancora a distanza di oltre 50 anni ne esce un’intero album inedito di Art Blakey, che conduce una delle più belle edizioni dei suoi Jazz Messengers: Hank Mobley, Lee Morgan, Bobby Timmons (quello di ‘Moanin’, per intendersi) Jimye Merritt. ‘Just Coolin’ fu registrato nel 1959 da questa meteorica formazione che, come tutte le cose speciali, si dissolse in brevissimo tempo. L’album uscirà nel prossimo agosto (significativa la scelta di quest’orizzonte da fantascienza…), ma la Discoteca Svedese ci offre in anteprima ‘Quick Trick’. Musica calda, che trapela elegante vitalità da tutti i pori: una vera medicina di questi tempi. Sarà, ma per me dietro questo ‘trucchetto svelto’ c’è il ben noto Zev Feldman, il rabdomante di Resonance, che come consulente di Blue Note ha setacciato i suoi archivi lasciandosi scappare che a suo giudizio c’è materiale per sfornare una ventina di album di questa caratura…

Colleghi internati, drizzare le orecchie: sentirete battere sulle sbarre, sono in arrivo altri ‘pacchetti virtuali’…
Milton56

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