Incognite improvvisazioni e conosciute presenze. Gezmataz 2020/2

Con le ultime due serate in programma l’edizione XVII di Gezmataz Festival ha confermato la vocazione alll’ecletticità che ne caratterizza tutto il percorso, caratteristica quest’anno in qualche modo forzata dalla necessità di scelte che dovevano prescindere dalla presenza di artisti provenienti dall’estero, per le note vicende. La serata di sabato 25 è stata dedicata all’improvvisazione ed al cunnubio fra jazz ed elettronica affidata al quartetto composto da Marco Tindiglia, Furio DI Castri, MIchele Rabbia e Gianluca Petrella, un’iniziativa in collaborazione con il festival di elettronica Electropark, mentre la conclusione è stata tutta affidata al pianoforte di Rita Marcotulli, una delle jazz ladies più conoscite del panorma nazionale. “Unknown”, questo il titolo del progetto originale del quartetto, che esordiva a Genova, forse a suggerire quell’alea di imprevedibilità che accompagna una proposta in gran parte basata sull’improvvisazione, si sviluppa in apparenza nella dinamica fra due componenti: l’estrosità ritmica e l’urgenza espressiva di Rabbia e Petrella, ai quali era demandato anche il controllo delle sezioni elettroniche, e l’eloquio raffinato e dai toni quieti di Tindiglia e Di Castri. In realtà, poi, salvo alcune parti in duo che rafforzavano questa impressione, nel corso del concerto i ruoli si sono spesso intercanbiati, con uno sviluppo affidato a lunghe suite nelle quali, a seconda dei casi o dell’intuizione, la chitarra assumeva il ruolo di “suggeritore”, di frasi melodiche che il trombone di Tindiglia provvedeva ad amplificare trasformandole in strutture portanti sulle quali costruire ulteriormente. In questa chiave il progetto, caratterizzato da pregi e difetti di tutte le “prime” basate su limitate occasioni di rodaggio, ha trovato i momenti migliori, con un Petrella efficace e pervasivo, Rabbia propulsore ritmico e coloritore acustico ed elettronico, Tindiglia rifinitore con qualche zampata più accesa, e Di Castri solidamente affidabile nel garantire la pulsazione al tutto. Finale bis a sorpresa, con un brano in levare che richiamava il passo epico del reggae quando entra in scena la sezione fiati. Giusto per aggiungere un tocco di imprevedibilità.

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Il concerto di Rita Marcotulli è stato un breve ma concentrato viaggio nella carriera e nelle passioni della pianista e compositrice romana. Dalla lunga suite dai temi immaginifici che ha aperto il set chiudendo su una centellinata “Somewhere over the rainbow” , a “Cose da dire” che si legava a “Koine’”, fino al gioco di “Antoine Doinel” , la filastrocca ricavata dalla tradizione in alfabeto morse del nome del protagonista di molti film di Francois Truffaut, l’intensità della narrazione musicale si è intrecciata di continuò con rimandi cinematografici e culturali cari all’autrice. Come anche nel caso dell’omaggio a Domenico Modugno “Che cosa sono le nuvole”, tratta dall’omonimo  episodio del film corale “Capriccio all’italiana” del 1968 firmato da Pier Paolo Pasolini, o nella conclusiva “La strada invisibile” ispirata ad una fiaba narrata dalla mamma al figlio Guglielmo Marconi, registrata sull’album omonimo In duo con Luciano Biondini. Non è mancata l’improvvisazione, nello stile originale della pianista che coniuga sempre melodia e forte impronta ritmica, ne’ un omaggio  alla storia del jazz con una “The Peacocks” di Jimmy Rowles, densa di parti estemporanee. Prima dei saluti, un finale con il pubblico a fare da sfondo a due brevi impro.

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