Cartoline. Ravenna, Roberto Ottaviano ‘Eternal love’

“Sono particolarmente emozionato di rivedere questa Rocca dopo tanti anni. Ho cominciato un percorso incontrando musicisti, amici fantastici negli anni in cui il jazz aveva un significato molto profondo, un peso specifico notevole. Ed è proprio quello che vogliamo raccontare con questo gruppo ‘Eternal Love’, con un profondo senso di riconoscenza nei confronti di tutte le persone che abbiamo amato e che hanno segnato questo modo di fare musica. (…). Siamo onorati di esser su questo storico palco, che ci trasmette tutta l’energia dei musicisti che lo hanno attraversato prima di noi”


La cronaca del concerto potrebbe anche finire qui, con queste poche, sentite parole di introduzione di Roberto Ottaviano: gli 80 minuti e passa di musica che ne è seguita sono stati esattamente questo, riflettendone in modo cristallino spirito ed intenzione. Un bell’esempio di sobrietà ed efficacia nel comunicare che molti dovrebbero tenere presente salendo in scena.

In una calda serata di agosto sul palco della Rocca Brancaleone di Ravenna (veramente uno dei ‘santuari’ del jazz in Italia, Ottaviano ha ragione da vendere) lo sperimentato Eternal Love è schierato in una delle sue più brillanti configurazioni: oltre al soprano del leader, il piano di quel folletto di Alexander Hawkins, il basso di Giovanni Maier e la batteria di Zeno De Rossi. Si notano subito però i clarinetti del ‘nuovo arrivato’ Marco Colonna, un grande acquisto che conferma le doti di Ottaviano come bandleader.

Senza alcuna esitazione posso dire che questo è stata una delle più forti ed intense emozioni di ascolto di un estate che, in barba alle premesse, non ne è stata affatto avara. Il gruppo di Ottaviano riesce a sposare senza difficoltà sia un fluido amalgama di timbri e linee dell’insieme, che aperture polifoniche raffinate e elegantemente controllate senza alcuna rigidità.

La frontline formata dal sax soprano di Ottaviano e dai clarinetti di Marco Colonna potrebbe dare da pensare in termini di relativa prossimità dei timbri e del fraseggio degli strumenti, ma sul palco l’insidia di questa non facile combinazione è stata brillantemente superata. Il soprano di Ottaviano è infatti caratterizzato di una marcata fluidità e morbidezza del suono che vengono però messe al servizio di un incedere pieno di slancio e di passione che sa essere travolgente, imprimendo una cifra decisiva al clima dell’intero concerto. Viceversa i clarinetti di Colonna con i loro toni più aspri e rochi e fraseggio più angoloso alternano un continuo gioco di fusione ed integrazione con lo strumento del leader nei passaggi di insieme a momenti di contrastato contrappunto in cui le due voci dialogano in modo veramente brillante e pregevole: il risultato è tale da far pensare che Colonna abbia trovato una sua collocazione ideale in questo gruppo.

In un ensemble relativamente piccolo, ma capace di notevole complessità e stratificazione, istintivamente l’ascoltatore si volge al pianoforte come baricentro di tutta la costruzione: ma in questo caso non si sono fatti i conti con Alexander Hawkins, che a parte le proteiformi personalità rivelate nei momenti solistici, anche nelle fasi di ‘accompagnamento’ sorprende con sortite e scatti in mille direzioni diverse, che riescono ad imporsi all’attenzione del pubblico anche nel bel mezzo di passaggi d’insieme molto intricati e compatti dell’ensemble. Insomma, più che un ‘accompagnatore’ un vero ‘agente provocatore’, che vanta poi una lunga e consolidata intesa con il leader Ottaviano, il quale ha anche il merito di portare sui nostri palchi un musicista dalla palette espressiva ricchissima e dalla formazione del tutto anticonvenzionale.

Per fortuna è già arrivato l’album…. doppio

Comunque un contributo di struttura solido e nitidamente assertivo viene dal basso di Giovanni Maier, che non a caso gode di ampii spazi solistici che, spesso collocati all’inizio dei brani, li ‘lanciano’ con linee di basso estremamente caratterizzate e dinamiche. La batteria di Zeno de Rossi emerge dall’insieme con frequenza e con chiara distinzione grazie alla sua leggerezza e chiara essenzialità.

Un’ultima parola la meritano i materiali che hanno dato corpo al concerto, la cui impaginazione era attentamente studiata per non fare calare nemmeno per un momento lo slancio caldo e vitale di Eternal Love. Ma la comunicativa appassionata e coinvolgente non ha sacrificato la sofisticazione e la complessità interna di molte pagine del book di Ottaviano ed i suoi, pagine in cui con naturalezza e senza affettate ‘citazioni’ risuonano gli echi di molti momenti della tradizione afroamericana, New Orleans in testa.
Questa grande varietà di colori ed atmosfere diverse senz’altro si ritroverà nell’album doppio ora uscito, e che vede a confronto due diverse formazioni dell’Eternal Love al lavoro oltre che sui brani ascoltati in concerto, anche su altri materiali di impostazione più dichiaratamente concettuale e quindi più suscettibili di adeguato sviluppo in studio. Comunque spero che la clip che segue di un concerto novarese di inizio anno vi possa almeno suggerire il calore e la passione di una formazione che senz’altro merita molto più spazio sulle nostre scene. Milton56

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