Immanuel Wilkins – “Omega”

IMMANUEL WILKINS
Omega
Blue Note (CD)

Esordisce direttamente per la più prestigiosa delle etichette jazz il compositore e sassofonista contralto Immanuel Wilkins, ventiduenne cresciuto dalle parti di Philadelphia e del quale si fa un gran parlare visto che lo si è visto comparire in concerti o registrazioni di artisti come Joel Ross (ascoltatelo su “Kingmaker”), la Count Basie Orchestra, Wynton Marsalis, Aaron Parks, Gretchen Parlato e perfino Bob Dylan, giusto per dare un’idea di chi abbiamo di fronte. Del resto per avere un tale curriculum a poco più che vent’anni non si può che avere natali da enfant prodige, marchio rischioso che in questo caso non ha in alcun modo trattenuto il talento enorme che già nel 2009 era evidente dal modo in cui il nostro suonava l’inno nazionale di fronte allo stadio gremito per i suoi Philadelphians.


Le elevate attese, diciamolo subito, non sono state affatto tradite da questo lavoro che convince in toto per coerenza stilistica, eloquenza strumentale e soprattutto per la formidabile carica sociale e politica dei pezzi che compongono “Omega” e che fanno capire perché il ragazzo sia stato prodotto da Jason Moran, un mentore che lo ha già voluto con sé in tour e che scommette ad occhi chiusi sul suo futuro.

Il giovane quartetto assemblato da Wilkins (Micah Thomas al piano, Daryl Johns al basso e Kweku Sumbry alla batteria) mira dritto al cuore di un America cupa e senza sogni, una terra dove le tensioni razziali sono riesplose con virulenza in tempi di pandemia, portando Wilkins a meditare su “An American Tradition”, amarissimo sottotitolo affibbiato a due dolenti brani dalle scure venature blues che fungono da cardine all’opera e vengono dedicati a “Ferguson”, cittadina sede di violenti scontri in seguito ad un omicidio razziale ed in cui le infami pratiche della locale Polizia non devono essere dimenticate, ed a “Mary Turner”, che era incinta di otto mesi quando fu linciata ed appesa a testa in giù in una piantagione in Georgia, nel 1918.

Warriors” rimane in tema “Black Lives Matter”, un fast tempo brillantemente condotto da Micah Thomas (altro pianista da segnarsi sul taccuino) col gruppo coeso e concentrato come se fossimo in uno scantinato a fine anni ‘50, mentre la parte centrale dell’album è occupata da una sognante mini suite in quattro parti (“The Key/Saudade/Eulogy/Guarded Heart”) dal tono elegiaco. Il disco si chiude con l’emozionante modale “Omega”, un distillato coltraniano che suggella la folgorante opera prima di un nuovo leader e dei suoi fieri guerrieri.
(Courtesy of AudioReview)

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