VOLUNTEERS. IL JAZZ WEB AMERICANO…..

.. e dopo la Marianne francese, i Garibaldini italiani, ecco i Volunteers immortalati in un celebre album dei compianti Jefferson Airplane, che mettevano nelle mani degli hippies e degli obiettori di coscienza del 1968 la bandiera dei ribelli del 1776 (allora il Tea Party era solo un capitolo dei libri di storia…).

Lo scenario offerto dal jazz web americano è decisamente vario e stimolante. Anche lì la situazione è grave ed in molti casi decisamente drammatica, le chiusure di locali musicali spesso con decenni di storia sulle spalle si susseguono: ma va anche detto che si registra una volontà di reazione ed un’intraprendenza notevole nello sfruttare ogni possibile varco per far arrivare un po’ di musica al pubblico.

Il panorama è molto vasto e mutevole, ragion per cui sarà prima il caso di indicare alcuni strumenti e criteri generali per approcciarlo, lasciando poi a voi una più approfondita esplorazione.

In primo luogo, bisogna distinguere tra fruizione gratuita ed ‘on demand’ e veri e propri concerti diffusi in live streaming, che quasi sempre richiedono il pagamento di un biglietto (com’è logico e giusto che sia, sia per sostenere i musicisti duramente provati, sia per coprire le spese tecniche di diffusione via web secondo standard professionali e concretamente fruibili).

Small’s di nome e di fatto. Ma è in posti così che nasce veramente la nostra musica…..

Cominciando dal primo filone ‘on demand’, una menzione d’onore va senz’altro al noto club newyorkese Small’s. Il locale dispone di un canale YouTube sul quale vengono caricati incessantemente video di concerti tenuti presso di loro anche solo un giorno prima. L’offerta è veramente vasta, e comprende sia gruppi di notorietà internazionale, che altri di rilevanza più locale (ma stiamo sempre parlando della prima scena jazzistica del mondo). La gratuità dell’offerta si spiega con la presenza di sponsor privati (persone fisiche, si noti bene) che finanziano l’attività del club. Che volete, c’è ricchezza e ricchezza, negli States hanno realtà come la Doris Duke Foundation che annualmente stacca assegni da UsDoll.200.000,00/300.000,00 per consentire ai jazzmen destinatari di dedicarsi con calma a progetti di ampio respiro (ultima beneficiaria Jazzmeia Horn, 265.000,00 dollari qualche giorno fa…), noi invece abbiamo il Billionaire….. Tornando allo Small’s, è evidente che la flessibilità dell’offerta è massima e la rende facilmente accessibile a chiunque. Ovviamente la piattaforma YouTube ha i suoi limiti tecnici (in ogni caso siamo ad altezze siderali rispetto agli eventi Facebook), che Small’s ha saputo configurare con molta intelligenza: la parte video è gestita secondo standard molto spartani (inquadradure perlopiù fisse ed assolutamente antispettacolari, direi da telecamera di sorveglianza), riservando viceversa la più ampia fetta di banda al segnale audio. La cosa tra l’altro consente di caricare filmati molto lunghi, che in alcuni casi raggiungono le tre ore, proponendoci tutti i momenti della serata in maniera molto immersiva.

Il vero e proprio live streaming invece richiede un discorso diverso, che deve prendere le mosse da alcune avvertenze pratiche. Innanzitutto, la questione degli orari. E’ ovvio che gli eventi vengano programmati in modo da esser facilmente fruibili per il pubblico americano (generalmente verso il tardo pomeriggio locale), con l’ulteriore complicazione della diversità di fusi orari a seconda che il club si trovi sulla Costa Orientale (orario ET) o su quella occidentale (orario PT). In entrambi i casi, l’evento cadrà od in piena notte od alle prime luci dell’alba, se rapportato al fuso orario CET (Europa Centrale). Quindi la vera e propria fruizione ‘live’ è riservata da noi ad insonni cronici od a nottambuli all’ultimo stadio. Ma diversi locali hanno intelligentemente pensato anche ad un pubblico planetario, e soprattutto a quello europeo: così sono spesso presenti offerte che consentono con l’acquisto del biglietto di fruire dello streaming del concerto per un certo periodo successivo al momento live, differimento che va in genere dalle 24 alle 48 ore, raramente di più. E’ quindi di fondamentale importanza sincerarsi della disponibilità di questa opzione. Questi club si avvalgono di piattaforme web ad hoc, cui si accede con l’invio di appositi link che generalmente arrivano per mail dopo l’acquisto del biglietto: la qualità tecnica è intuitivamente molto elevata, anche perché molti locali vendono solo un numero limitato di accessi. Naturalmente la fruizione può avvenire attraverso dispositivi con accesso al web, auspicabilmente con connessioni veloci (meglio fibra ed equivalenti): quindi PC, tablet, smartphones, e meglio di tutti le nuove smart tv, possibilmente collegate a diffusori audio di qualità.   

Bandintown, una bella panoramica……..

Strumento prezioso, ed io direi irrinunziabile, per orientarsi nel mondo del live streaming è il sito/ app Bandsintown. Nato come portale dedicato alle tourneè fisiche dei musicisti, si è rapidamente e brillantemente convertito all’informazione ed al supporto alle performance web. Esso consente ricerche mirate per genere musicale e per singoli musicisti e gruppi, prevede una funzione di follow per esser tempestivamente informati dell’attività concertistica degli artisti preferiti, consente di programmare promemoria per gli stessi via mail od addirittura con diretto inserimento nel Calendario Google, ed infine offre il servizio di acquisto dei biglietti (ovviamente tramite carta di credito e penso pure PayPal). Io mi ero registrato due estati fa, attratto dal discreto numero di jazzisti italiani presenti, e nella speranza di esser informato delle loro mosse: speranza rapidamente delusa, perché i nostri musicisti di fatto non lo usano, ignoro le ragioni, ma comunque si tratta di interessante opportunità persa. Dopo l’inizio della pestilenza, Bandsintown mi ha convogliato un flusso crescente di informazioni, devo dire molto mirate e riferite ad occasioni di ascolto molto ghiotte. Tanto per farvi un esempio, il mitico Village Vanguard si serve del sito per proporre i suoi live streaming, e dopo un periodo di aggiustamento iniziale, le proposte sono attraenti anche sotto il profilo economico (in genere il biglietto si aggira intorno ai 10 dollari, cioè poco più di 8 euro…). Giusto per darvi un’idea di cosa Bandsintown mi ha fatto sfilare sotto il naso, ecco un breve elenco: Shabaka Hutchins, Joe Lovano in varie formazioni (una volta live dal Van Gelder Studio…), Christian Sands, Danilo Perez, The Bad Plus, William Parker, Aaron Parks, Dayna Stephens, Nel Cline, Joey DeFrancesco e così via.

“Ma sì, facciamoci del male”, come dice una delle mie guide spirituali. SFJAZZ Center, San Francisco

Una formula ancora diversa, che potremmo definire ‘ibrida’, è quella proposta dal famoso SFJazz Center, centro musicale californiano che sotto molti profili (e non solo quello geografico) si potrebbe definire il contraltare West Coast del newyorkese Lincoln Center, assertivamente guidato da Wynton Marsalis. Questa bella realtà musicale, che tra l’altro ha figliato l’ensemble SFJazz Collective (raccomando approfondimenti sul medesimo…) non è nuovo a produzioni multimediali di gran livello, che registrano e diffondono le notevoli e stimolanti performances che si svolgono al suo interno: performances che oltre a vedere combinazioni di musicisti di altissimo livello del tutto inedite sul piano discografico, segue una linea molto precisa e consapevole di rimeditazione di interi capitoli della tradizione afroamericana degli ultimi decenni, anche al di fuori dell’alveo propriamente jazzistico. SFJazz era quindi in ottima posizione per diffondere via web il suo corposo archivio di concerti registrati, che spesso fanno parte di veri e propri cicli: ad esempio, nei prossimi giorni saranno proposti una serie di duetti imperniati sulla figura di Kenny Barron, un’autentico pilastro del modern mainstream, che si confronta con figure come la percussionista Terry Lyne Carrington, la violinista Regina Carter e solo nell’ulltimo appuntamento tornerà a ‘giocare in casa’ con  Eddie Henderson. La formula Friday At Five prevede un abbonamento di 5 dollari al mese, che consente di assistere ogni venerdì pomeriggio al video in programmazione. Alcuni vanno ad alimentare un archivio ‘on demand’ e sono ‘noleggiabili’, in forme da approfondire. Al contrario di altre situazioni, qui la parte video è molto curata con una attenta regia (cosa rara nel campo dei video jazzistici) ed in molte occasioni è data addirittura la possibilità di chattare con i musicisti protagonisti delle performances. Un’occhiata al ‘cartellone’ basta subito a capire il livello delle proposte.

Ma ci può esser qualche ardimentoso esploratore mosso dal desiderio di entrare in diretto contatto con qualche club yankee, che magari ha avuto la fortuna di frequentare nel corso di qualche viaggio sulle orme di Colombo. Qui le cose si fanno più complicate, per la mutevolezza imprevedibile del panorama e l’intermittenza delle iniziative, anche lì pesantemente condizionate da fatti di forza maggiore. Ma anche qui è possibile avvalersi di una risorsa preziosa. Jazz Times, ottima rivista USA purtroppo poco conosciuta da noi (l’anno scorso ha festeggiato il 50esimo compleanno) ha creato una pagina del suo sito web con tutti i link ai locali jazz che via via segnalano attività in streaming, da visitare direttamente.

Sperando di avervi messo  disposizione qualche utile strumento pratico, consiglio di fare l’esperienza di un concerto in streaming non solo per il piacere di sentire finalmente un po’ di vera musica viva, ma anche per con confrontarsi con il diverso modo che i cugini d’oltreoceano hanno di vivere e rapportarsi al jazz, tenendo ben presente che, volenti e nolenti, è sempre da lì che partono le grandi onde che muovono questo mare (sperando che ne arrivi presto una da noi, a spezzare questa disperante ‘calma piatta’).

Intanto lustratevi gli occhi con il SFJazz Collective, venuti una sola volta in Italia (anni fa a Milano, nel compianto Aperitivo in Concerto). Dalla fattura del video, ci si rende facilmente conto del livello qualitativo delle proposte di questa fondazione no-profit (mica un ‘lavoro socialmente utile’ per politici trombati, come quelle delle nostre parti…). Milton56

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