Il mondo dagli occhi di Gato

Giovanni Guidi “Ojos de Gato” (CAmJazz)

Da tempo volevo scrivere di “Ojos de Gato“, ed avrei preferito farlo con qualche spiegazione da “dietro le quinte”, ma le dinamiche comunicative “from jazz fans to musicians” non sono così agevoli e dirette come quelle “from jazz fans to jazz fans” che ispirano il nostro magazine, e quindi, per ora, ecco le mie sole impressioni di ascoltatore. Il disco di Giovanni Guidi, per un paio di motivi, mi pare un piccolo evento nel panorama jazz nostrano. La presenza di illustri ospiti statunitensi, come il sassofonista James Brandon Lewis, il batterista Chad Smith ed il contrabbassista Brandon Lopez a fianco al trombone di Gianluca Petrella alle percussioni di Francisco Mela ed al pianoforte di Guidi, dà vita ad una band di rilievo internazionale che i fortunati spettatori di alcune date estive dei festival italiani , hanno potuto apprezzare in tutta la sua efficacia e forza espressiva, (con la sola sostituzione alle percussioni di Simone Evangelisti). Ma “Ojos de Gato” è ancora più rilevante per la sua scelta tematica, musicale ed ideale al contempo, di collegarsi, attraverso uno svolgimento che è vera e propria trama, ad una stagione del jazz nella quale musica, politica e rivoluzione costituivano un insieme unico ed inscindibile. Guidi ha concepito il progetto, l’ultimo sviluppato insieme al padre Mario scomparso prematuramente lo scorso anno, ed a Laura Barbieri, come un dichiarato omaggio a Gato Barbieri, a 41 anni della pubblicazione di “The third world”, il disco che portava il free jazz a contatto con il mondo latino. Seconda dedica nel giro di un paio d’anni dal jazz italiano, dopo quella di Daniele Sepe con “The cat with the hat“. E parlando di Gato si viaggia, ripercorrendo idealmente, con immagini musicali, i luoghi che hanno segnato la vita e la carriera del grande sassofonista, da Buenos Aires a Manhattan, da Roma a Parigi, con singole tappe che intervallano o intersecano il percorso per inserire un pensiero a figure importanti : la città di Rosario luogo natale argentino di Che Guevara e di Gato, la Roma degli anni ’60 per Enrico Rava e Franco D’Andrea, New York dove troviano Carla Bley e Dollar Brand, Parigi con Aldo Romano e Don Cherry. Mi piace però iniziare il racconto da “Patres“, la dedica di Giovanni a Mario ed a Gato, un piccolo inno che inizia dolcissimo e poi si increspa con l’ingresso dei fiati per concludersi nel solo del contrabbasso, traducendo in musica sentimenti che da fuori possiamo solo immaginare, fra l’affetto del ricordo e la rabbia per la perdita. Nel viaggio di “Ojos” capita spesso di incontrare, come dice nelle note di copertina l’autore, brani che hanno l’accattivante caratteristica di suonare familiari, ma anche completamente nuovi, ed in effetti fin dall’iniziale “Revolucion“, i temi richiamano vari episodi di quel jazz terzomondista che collega Gato a tante esperienze successive come quelle di Charlie Haden alla guida della Liberation Music Orchestra. Anche le successive “Latino America” in dialettica fra il trombone di Petrella ed il sax di Brandon Lewis, il tango evocativo “Buenos Aires“, con una sezione centrale occupata dal duetto trombone /contrabbasso e la estesa coda di percussioni, e la toccante ballad “Ernesto” ricamata dal sax, richiamano quelle vibranti esperienze di musica e vita. Ma poi il viaggio cambia rotta ed incontra anche il free jazz (“Mahnattan” e “Paris Last“) il cinema (l’immaginifica “Roma ’62“) un tiratissimo hard bop (“Cafe Montmartre“) e, subito dopo una piccola perla regalata a Laura Barbieri dal pianoforte, nella title track finale, con Guidi al piano elettrico, anche il jazz rock. Musicisti tutti perfettamente in parte, con Petrella in grande evidenza ed il “regista “Guidi a dirigere dietro la propria tastiera usata con efficace parsimonia.

Nelle note di copertina di “The third world” Gato Barbieri sosteneva che non si può fare una rivoluzione con l’arte, ma che, forse, se la musica è abbastanza forte e bella, può portare un cambiamento nella coscienza di chi ascolta, un cambiamento che può avere una valenza anche politica.

L’augurio resta valido anche per “Ojos de Gato“.

2 Comments

  1. L’album di Guidi, oltre a rappresentare un risultato di rilievo sul piano musicale (progetto ambizioso e complesso, che si è tenuto lontano da una scontata rievocazione nostalgica), ha anche un non indifferente valore ideale e direi di risarcimento morale. Rammentare una figura che ha dato moltissimo al mondo del nuovo jazz italiano degli anni ’60 (che ne ha avuto in dono una decisiva apertura a quello di nuovo che emergeva sulla scena internazionale), ma molto anche all’immemore e sventato universo della musica leggera, che si guarda bene di riconoscere i suoi debiti (vedi ‘Sapore di sale’). In cambio Gato ha avuto modo di perfezionarsi nell’arte del salto del pasto ed è rientato in Argentina con le tasche vuote….. Anni dopo, seppe dimostrare di saper parlare anche un pubblico molto vasto con l’emozionante colonna sonora di ‘Ultimo Tango a Parigi’, il cui tema imperversò ovunque per tutto il 1972. Milton56

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