FANO JAZZ BY THE SEA – DAVID HELBOCK ‘RANDOM CONTROL’

30 luglio 2021. In questa sorta di happening a sorpresa che si sta dipanando alla Rocca Malatestiana di Fano, ancora una volta si assiste ad un’ulteriore felice improvvisazione. Questa volta in cambio degli assenti (che hanno sempre torto, si sa) otteniamo addirittura una prima italiana, probabilmente assoluta: il trio ‘Random Control’ di David Helbock, con il leader al piano, tastiere e qualche altro marchingegno elettronico, accompagnato dai suoi fidi sodali Johannes Bar ed Andreas Broger. Cosa suonano i due, direte voi? Ehm, al momento soprassediamo, diciamo che sul palco erano schierati oltre venti strumenti, nessuno dei quali è rimasto a prender polvere. Diciamo solo che mentre Broger è più versato per le ance, Bar invece pende più per gli ottoni, per tacere di altri ordigni. Un trio che non ha proprio niente di convenzionale, come si può ben vedere.

Un giro d’orizzonte…. sì, ma seguendo una rotta molto precisa

SI tratta di un concerto a sorpresa per il pubblico: infatti poco o nulla si sa del gruppo, che viene da area jazzistica periferica come l’Austria (che però in passato ci ha dato le pionieristiche sintesi di Frederich Gulda, quell’eminenza grigia di Joe Zawinul, e la dimenticata Vienna Art Orchestra: tutte glorie però un poco impolverate). Il leader Helbock – classe 1984 – ha alle spalle una biografia da enfant prodige della tastiera, in patria ha raccolto lusinghieri riconoscimenti ed a Montreux ha fatto un figurone in un contest di piano solo. Fedele alla mia infallibile regoletta empirica ‘dimmi con chi suoni, che ti dirò chi sei’, scopro che Random Control può vantare un biglietto da visita molto indicativo: incidono per la ACT di Monaco, etichetta dalla personalità molto spiccata e definita. Giusto per dirne qualcosa, per me è la label che probabilmente custodisce ancora qualche eredità di Esbjorn Svennson Trio, dopo aver pubblicato preziosi inediti di Jan Johannson; ed è anche quella che ha consentito ad un giovane Vijay Iyer di incidere due album con lo stesso identico programma, uno in solo ed un altro in trio. Gente tutt’altro che ordinaria, come si vede.

Ma anche per la band è un bel salto mortale: un concerto ‘last minute‘ con tanto di debutto davanti a pubblico mai frequentato. I miei ascolti di documentazione preventiva sul web indicavano poi un’inclinazione del gruppo verso arrangiamenti complessi, forse sostenuti anche da qualche overdubbing e da qualche altra usuale alchimia da studio: portarli pari pari sul palco è un bell’azzardo. Un triplo salto mortale, quindi.

Infatti, nella presentazione del direttore artistico è stato evidenziato che Random Control non appena atterrato si è chiuso in albergo dedicandosi ad un completo riarrangiamento di tutti i pezzi inseriti in scaletta: bravi, la cosa gli fa onore, anche perché testimonia della determinazione a ben figurare e di attenzione verso il pubblico.

Ma una caratteristica non viene meno: il marcatissimo polistrumentismo che fa di Random Control una vera orchestra di tre persone. Paradossalmente il meno polimorfo di tutti è Helbock, che si accontenta di un paio di tastiere e di un lussuoso grancoda Steinway, che peraltro ne ha viste di tutti i colori, dalla campionatura ed elaborazione  elettronica alla manipolazione diretta delle corde, non escluso nemmeno qualche energico cluster.

Da ciò si ricava che il nostro leader è pianista di impostazione tendenzialmente percussiva, irruento e dinamico, ed anche ascoltatore molto ricettivo di quanto accade sulle più diverse scene del jazz contemporaneo.

Una rivendicazione d’eredità?

Il rischio di un abile, ma astuto eclettismo compiaciuto di sé stesso è però evitato grazie alla freschezza e personalità dei materiali proposti: i temi son sempre intriganti e coinvolgenti, e fanno rapidamente breccia nell’ascoltatore: molti sono personali letture di standard contemporanei come ‘African Market’ di Dollar Brand (ora Abdullah Ibrahim). Un’intensa versione di ‘Seven days of Falling’ evoca esplicitamente il primo Esbjorn Svennson Trio, di cui Random Control possiede analoga, elegante seduttività, ridimensionando però la vena lirica ed impressionistica degli svedesi.

Ciò è dovuto anche alla maggiore complessità ed atipicita’ della formazione austriaca ed alla grande ricchezza di colori e situazioni musicali di cui è capace. E ciò è possibile grazie alla sorprendente fluidità con cui Johannes Bar e Andreas Broger  passano da uno strumento all’altro nel bel mezzo di brani animati da un drive incessante: e teniamo presente che nella panoplia in scena figuravano strumenti fisicamente oltreché tecnicamente impegnativi come basso tuba, bombardino, clarinetto basso ed addirittura un dijeridoo….

Guardare lontano, ma rimanendo fedeli ai propri colori

A questo proposito, una rapida scorsa al book di Random Control rivela sì una raffinata varietà, ma anche un fermo orientamento su un orizzonte ben preciso: oltre al citato ‘African Market’, ‘Watermelon Man’ (Hancock), ‘Blue in Green‘ (Bill Evans), ‘Spain’ (Corea), ‘In a sentimental mood’ (Ellington), ‘My song’ (Jarrett) e via swingando di questo passo.. Li trovate tutti nell’album ‘Tour d’horizon’ (bel titolo, vedi foto sopra), che rivela la modernità dell’approccio di Elbock e co. alle loro dichiarate – e direi esibite – radici.

Rimane il ricordo di una serata frizzante e creativa, forse messa in risalto dal confronto con un dj set del giorno precedente, musica  di cui mi mancano i termini per potervene parlare, ma che mi ha fatto spesso correre l’occhio all’orologio. Ma anche al netto di questo precondizionamento, l’impressione di una fresca novità non deve essere stata solo mia. Infatti David Helbock riapparira’ presto in Italia, e sul palco di un festival per niente corrivo e prono alla seduzione di lustrini a buon mercato: Jazz of Wine and Peace di Cormons, 25 ottobre. Se a portata, è occasione da non perdere. Milton56

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