Un ricordo di Franco Cerri ce l’ho

Per una volta la scomparsa di un jazzista, forse perchè anche gentiluomo, ha mosso media televisivi e carta stampata in modo pressochè unanime. Ovunque la notizia, correlata di note biografiche, campeggia tra i titoli della giornata. Ma il ricordo più semplice e, di conseguenza, più vero, non viene da uno degli addetti ai lavori o dei tanti musicisti che a vario titolo lo hanno conosciuto ma da una persona che ha avuto la ventura di imbattersi con il chitarrista meneghino.

Ecco quindi il racconto ricco di ironia, uno sguardo disincantato sul mondo non proprio normale del jazzista medio, tratto dal profilo Facebook dell’autore Francesco Lanza:

Un ricordo di Franco Cerri ce l’ho.

Ed è un ricordo da tennico. Non so se valga o no di più di un ricordo normale

.Era il 2002 e a quei tempi pur di guadagnare qualcosa prendevo qualsiasi lavoro. Anche extra lavoro. Quindi avevo accettato questo incarico di tennico del suono del palco del jazz alla festa dell’Unità di Milano. Lavoravo fino alle 18 in banca, poi saltavo sulla moto, andavo al – Palatrussardi? Non ricordo esattamente dove la fecero quell’anno – e la cosa era organizzata così: dentro il palazzetto c’era il palco grosso, quello serio, dove ci andava a suonare la gente famosa. Poi fuori c’erano una serie di tendoni schifosi con dei palchi fatti con i pallet e impianti audio messi insieme con gli scarti del service grosso: quello dei giovani che facevano il rockenrol e quello del jazz.

Ora, io all’inizio ero deluso di essere stato assegnato al tendone del jazz, perché ero abbastanza metallaro, ma poi sentiti i primi gruppi di giovani del rockenrol mi sono detto meglio così.

Il palco del jazz nascondeva altre insidie, la principale delle quali erano i jazzisti.

Non c’erano jazzisti tutta la settimana. Il sabato c’erano attori ai quali appiccicavo addosso dei microfoni radio a cimice che non funzionavano mai. La domenica compagnie di musica popolare, che gli piazzavi sul palco tre microfoni a caso ed erano contenti, tanto erano in trenta a suonare insieme cose tipo zampogne, cucchiai, cornamuse, cani e cose così.

Dal lunedì al venerdì: jazz. Anzi, rassegna dedicata a Thelonius Monk.Tipo un mese di Thelonius Monk fisso.

Che io gli voglio bene a Thelonius Monk, ma un mese solo di quello è come spararsi con una chiodatrice a pressione sui coglioni.

Aggiungeteci che il responsabile della programmazione del jazz era un grande anziano che ogni sera mi affettava con i suoi ricordi di infanzia durante la seconda guerra, che lui da piccolo faceva dei fuochi nei boschi, la notte, così quando passava in cielo Pippo e bombardava dove c’erano delle luci, poi lui la mattina dopo andava a raccogliere i frammenti di metallo delle bombe e con quel metallo poi ci era diventato ricco, non era chiaro il passaggio di business plan tra i frammenti delle bombe e la ricchezza, ma fa niente. Ricchezza che poi aveva perso e riguadagnato altre volte, sembrava un personaggio di Paul Auster, come anziano era molto bello.Comunque dicevamo dei jazzisti. I Jazzisti si dividono in due categorie, un po’ come tutta l’umanità si divide in due parti agli occhi di un tennico: quelli che hanno un problema e quelli che fanno parte del problema.

Quelli che hanno un problema glielo risolvi. Quelli che fanno parte del problema sono più pericolosi.

Applicato al campo dei jazzisti, l’insidia è grossa, perché già si parte da gente che, musicalmente, tende un po’ ad essere un sommelier delle proprie scoregge. Poi se ci aggiungi anche la frustrazione di non essere considerati al pari delle proprie capacità musicali, allora lì se sei anche uno di quegli esseri umani che “sono parte del problema”, rischi di non venirne mai fuori. E allora il tennico esperto deve usare della fantasia.

MI ricordo per esempio quel pianista che non gli bastavano due microfoni dentro il piano, ne voleva quattro. Ma io non avevo aste.In realtà non avevo neanche cavi abbastanza lunghi per metterne quattro, perché era una delle prime sere e dovevo ancora imparare ad andare a rubare le cose agli altri service, cosa che poi feci le altre sere, tant’è che quando smontarono il palco del jazz, sotto ci trovarono roba sufficiente per fare su un concerto dei Pink Floyd.

Allora lui dice: io con due microfoni e basta non suono. Senti? Non si sentono tutte le sfumature. plin plin plon. Senti? Plon plon plin. Posso suonare così?

Che poi, pensavo, sei in un tendone fatto coi resti di tende ospedale della croce rossa rientrate dalla Jugoslavia, ma che cazzo di suono vuoi che si senta?

Quindi tramite una struttura di nastri adesivi tirati da una parte all’altra del pianoforte riuscii a piazzargli dentro 4 microfoni. Solo che erano collegati solo due, perché due avevano il cavo corto che finiva appeso fuori dal pianoforte. Lui fa soddisfatto: Plon plon pliplon! Ecco ora suona bene. Visto?

O come quel contrabbassista. Lì ci rimasi un po’ male all’inizio, perché il basso è il mio strumento, quindi gli feci il suono proprio con amore. Era bello, tondo, morbido. Era il massimo che si poteva ottenere con quella robaccia che mi avevano dato.Lui a un certo punto fa: bum. bu bum. bubibum. Senti, mi alzi i 100 Hertz di 0.2 dB?

Io penso: ma brutto figlio di puttana, zero punto due dB sui 100 Hz dentro un grosso preservativo di plastica come fai a sentirli? Sei un labrador?

Ma taccio, metto la mano su una manopola di un canale spento e gli dico: dimmi quando va bene!

Lui, mentre giro i medi del canale spento fa: bu bubibum badabubibum… FERMO!

Mi fermo.

Lui: così è perfetto. NON TOCCARE PIU’ NIENTE.

E come questi ce ne sono stati un po’.

L’unico jazzista famoso di tutta la manifestazione era proprio Franco Cerri. E io vi devo confessare che un po’ mi cagavo addosso, perché se gli altri mi avevano fatto sudare così, chissà Cerri.

Così ero tutto nervoso mentre lui era sul palco e suonava la sua chitarra ancora staccata dall’amplificatore.Gli giravo intorno e collegavo i cavi, gli piazzavo il microfono migliore che avevo vicino al bordo del cono dell’amplificatore, misurando la distanza al millimetro.

Mettevo da parte cavi e microfoni di riserva, sudato come un porco per l’ansia da prestazione.Quindi mi avvicino e gli porgo il suo jack, dicendo: – Ahem… Maestro, scusi. Come preferisce il suono?Lui alza lo sguardo, mi fa un sorriso che ancora oggi mi viene da piangere e mi dice: – Come piace a te.

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