CONSIDERAZIONI DI UN’IMPOLITICO –  LA SUMMA DI COLTRANE

Nelle righe che seguono stenterete non poco a riconoscere l’Impolitico: avete di fronte essenzialmente un flusso di pensieri in libertà mossi da recenti spunti di cronaca su Coltrane.

Innanzitutto, la notizia che ‘A Love Supreme’ è diventato un ‘disco di platino’. Almeno un milione di copie di un album così sono tante o poche? Rapportate alle dimensioni quantitative del mondo del jazz, in Usa e nel mondo, indubbiamente è un bel numero. Un milione di semi sparsi per il globo, ognuno avrà forse toccato più persone, tanti di questi album saranno passati da una generazione all’altra. Proprio durante un recente incontro su ‘Live in Seattle’ tenuto da Claudio Sessa un ragazzo sulla trentina ha raccontato della sua  folgorazione per Coltrane dovuta alla scoperta casuale dell’album tra i dischi di suo padre: bella storia, ma che la dice lunga sulla precarietà ed occasionalità con cui questa musica cammina nel mondo di oggi, ed in particolare alle nostre latitudini .

Dicembre 1964, in studio: tenetelo in sottofondo leggendo, mi raccomando……

Ma astraendo dal piano puramente pratico, mille volte mille ‘A Love Supreme’ mi sembrano poche, se si pensa al valore non solo estetico, ma anche esistenziale che una musica simile potrebbe avere in un momento come questo, denso di incertezza e mancanza di prospettiva.  L’ho detto più volte, la musica di Coltrane ascoltata oggi dà ancora la sensazione di una potente ventata liberatoria che spalanca le finestre e ti fa apparire inaspettatamente orizzonti ampii e limpidi. La stessa sensazione che dette a me ‘A Love Supreme’ quando la sentii per la prima volta in un pomeriggio d’estate degli anni ’70. A volte immagino di ascoltarla all’improvviso accendendo per caso la radio o la televisione: ma si tratta veramente di un sogno ad occhi aperti, anzi qualcosa di molto vicino ad un’allucinazione, tale sarebbe il contrasto con il paesaggio sonoro che ci viene da lì.

Ciò considerato, ciascuno dei fortunati possessori dell’album dovrebbe fare il possibile per condividerlo con altre persone, anche del tutto digiune di esperienze d’ascolto del jazz: nel 1965 ‘A Love Supreme’ fu un’inaspettato successo anche perché si trovo in perfetta concordanza con il sentimento del tempo dell’epoca, ed il disco finì nelle mani di molti che prima avevano avuto scarsi o nulli contatti con il jazz, a maggior ragione con quello ribollente ed aggressivo dei primi anni ’60. Eppure l’estatico inno coltraniano si impose egualmente, per molti l’album divenne una sorta di talismano: Carlos Santana, un’autentico credente coltraniano , lo suona non appena entrato in una delle infinite camere d’albergo delle sue tourneè, “dissipa ogni negatività” come ha affermato davanti alla camera del memorabile ‘Chasin Trane’. Sono convinto che proprio oggi avrebbe la stessa forza catartica e liberatoria per tantissimi che non ne sospettano neppure l’esistenza. In questi giorni di incombenti oscurantismi settarii, il pacato credo di Coltrane in un’orizzonte trascendente spoglio di ogni incastellatura dottrinaria, di ogni tentazione di potere terreno (e men che mai di spirito di crociata) sarebbe un vero antidoto a tanti veleni.

Ora è su Netflix: un ritratto appassionato

Per tanti anni si è guardato a ‘A Love Supreme’ come ad una sorta di unicum, una vetta isolata che segnava uno spartiacque: le romanzesche evoluzioni di cui è capace questa musica ci hanno fatto scoprire a distanza di decenni che in realtà non era così. Lungi dal nascere come per incanto dalla testa di Minerva, la suite coltraniana era stata oggetto di un’intensa elaborazione sia precedente, che successiva alla registrazione della versione discografica pubblicata nel 1965. Intorno al picco conosciuto si sono rivelate altre e diverse creste, talune più aspre e contrastate: ed un coltranologo insigne come Lewis Porter si è fatto scappare qualche vaga allusione a possibili ulteriori scoperte.

Ma ‘A Love Supreme’ avrebbe potuto esser anche così: versione accantonata con il celebre quartetto rinforzato da Archie Shepp al sax ed Art Davis come secondo basso….

Tornando alla cronaca spicciola, il disco di platino ha avuto una piccola, ma interessante ricaduta anche per noi ascoltatori comuni, lontani dalle celebrazioni della grande industria discografica: sulle varie piattaforme di streaming è stato caricato ‘A Love Supreme: The Platinum Collection’,  un album digitale che comprende tutte le versioni sinora pubblicate della suite, compresa quella registrata al Penthouse di Seattle che tanto clamore ha fatto poche settimane fa. Si tratta di una buona idea, che consentirà di fare confronti dagli esiti spesso sorprendenti, che ci faranno meditare sull’importanza determinante del collettivo nel jazz. Ma si toccherà con mano anche l’omogeneità dell’ispirazione e dell’intenzione espressiva di fondo, che sfida anche il confronto con circostanze ed organici quantomai diversi e spesso antitetici. Non mancate quest’immersione rigenerante in questa sorta di breviario di Trane, ne abbiamo tutti un gran bisogno. Milton56

1965, dal vivo al Festival di Antibes: l’unico filmato esistente su ‘A Love Supreme’, eccezionale documento custodito dall’INA francese. Il privilegio di esser la seconda patria del jazz…

4 Comments

  1. Bell’articolo. Però, mi piacerebbe che si guardasse oltre nel senso che vorrei che il giovane scoprisse fra I dischi di suo padre Mingus, Monk, Parker, Satchmo, Coleman, Shepp, Duke, Dizzy, Django ecc…
    Ho spesso la sensazione, nella nostra realtà un po’ provinciale, che Coltrane e Miles Davis soddisfino e allo stesso tempo esauriscano il jazz fra i neofiti, giovani (temo pochi) e non. Immensi, sia chiaro, tuttavia…

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  2. Roberto, effettivamente il problema dell’incombenza di Trane c’è. Va però considerato che l’era dei fastidiosi coltranismi di maniera si è rapidamente esaurita nei primi anni ’70. E dopo di coltraniani autentici se ne sono visti pochi o punto. Coltrane continua a svettare in lontananza sulla scena odierna anche perché rimane in buona parte una figura aliena. Sotto il profilo didattico e propedeutico, i ragazzi di oggi al più possono basarsi sulle discoteche paterne, delle cui scelte non possono certo esser tenuti responsabili. Sorvolando sulla situazione dei media (inelegante sparare sulla Croce Rossa ..), va anche osservato che le grandi case discografiche continuano a trattare il jazz come musica di consumo, e non di repertorio come la classica: morale è più facile trovare la discografia completa di Diana Krall che un album di Parker o di Ellington. Rimane lo streaming, grande risorsa di conservazione culturale, ma capace di indurre confusioni ed equivoci marchiani se non ci si addentra forti di buone letture (arabe fenici anche loro…).Ed allora? Come in Farenheit 451, non resta che affidarsi agli Uomini Libro. Cioè noi…;-) . Milton56

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  3. Il jazz musica di consumo e la classica musica di repertorio…Mi sembra un po’ troppo schematico.
    Intanto per il jazz, constatiamo una mole impressionante di ristampe (Tone Jazz Poet), boxini antologici (3 essential albums, original classics albums) attinenti al repertorio più che all’attualità. La classica ha le sue strategie di marketing, per cui Universal attraverso il marchio storico Deutsche Grammophon spinge affascinanti figure assurte al ruolo di star (la pianista cinese Yuja Wang dagli spacchi vertiginosi esibiti sui palcoscenici è emblematica) alle prese con i “soliti” Ciaikovski, Rachmaninoff, Brahms, Chopin (immancabile!) ecc…, mentre gli Hindemith e i Bartok sono di mera nicchia e così la programmazione dei teatri dove delle sonate di pianoforte di Beethoven si gira tra le solite tre/quattro strafamose anche per chi non mastica la materia.
    Detto questo, ciò che non mi piace di A Love Supreme, di A Kind Of Blue e, se vuoi, del jarrettiano Concerto di Colonia o di Time Out di Brubeck è che, spesso, per i neofiti o poco abituati ad ascolti jazzistici anche per colpe non loro (non spariamo sulla Croce Rossa…) non sono ritenuti delle porte d’ingresso per esplorarne le rigogliose carriere, ma dei punti di arrivo in una logica che sposa appieno il connubio tra consumo e repertorio come accade per il rock con gli album mito dove la creatività esauritasi in pochi anni ha bisogno di trovare un feticcio che è insieme consumo e repertorio (non so quante edizioni esistano di Dark Side Of The Moon…). Se questo per il rock è sovente una necessità, non lo è per il jazz dove persino carriere purtroppo stroncate in giovane età hanno conosciuto uno sviluppo comunque assai più denso e articolato.

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  4. Penso che tu abbia centrato pienamente il problema, quello del jazz vissuto come un album di figurine e santini, e non come una complessa musica con una storia da conoscere (e, aggiungo, un magnifico presente che a troppi pochi interessa – forse perché si vuole che qualcosa ci venga presentato in forma di mito, come i musicisti ormai morti, per essere accettato senza sospetto).
    Riguardo al platino: si tratta di una certificazione relativa al mercato statunitense, su scala mondiale chi lo sa. Facciamo almeno altrettanto.

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