Il jazz come musica degli Ultimi Mohicani?

Come probabilmente la maggioranza dei nostri lettori non sa, Tracce di Jazz ha avuto una vita precedente, con una veste grafica diversa, numerosi collaboratori e una impaginazione da vero sito web con rubriche fisse, articoli, recensioni, interviste, notiziari di concerti e uscite discografiche. Tre anni di lavoro, un ragguardevole numero di pagine postate che, per vicissitudini varie, sono andate perdute definitivamente. Ci rimangono frammenti, poche recensioni, qualche articolo. A nostro parere vale la pena riesumare tutto ciò che nel tempo non ha perso smalto e interesse, ed è cosi’ che da ora in poi, ogni tanto proveremo a ripescare qualcosa miracolosamente salvato dall’estinzione. E’ il caso di questi due post che, usciti separatamente nel 2016, proviamo ad unire. Buona lettura.

Come avviene per tutto ciò che facciamo, anche la musica che ascoltiamo parla di noi e dice agli altri come siamo. Gli studi più interessanti a riguardo sono stati realizzati alla University of Cambridge da Jason Rentfrow che si è appassionato al tema e ha dedicato ad esso diverse indagini.

Preferite la musica classica o del jazz? Siete persone con un buon grado di autostima, dotate di una grande apertura mentale, creative, fantasiose e spirituali, avete un’ottima capacità verbale e un alto quoziente intellettivo; se preferite il jazz tendete ad essere maggiormente estroverse rispetto a chi preferisce la musica classica. 

Ma siamo proprio sicuri che la musica rispecchi davvero la nostra personalità, oppure questi sono semplicemente degli stereotipi che forzano una classificazione?

– See more at: http://spazio-psicologia.com/psicologia-2/benessere-e-psicologia-positiva/musica-e-personalita-cosa-ce-nel-tuo-ipod/#sthash.pEfVG4G3.dpuf

Mentre all’Università di Cambridge si pongono domande esistenziali di altissimo spessore è invece dato di fatto supportato da diversi articoli sia in rete sia sui magazine dedicati che l’età media del jazzfan è piuttosto alta.

Roba da capelli bianchi, ammesso che i capelli ci siano ancora. Ed in effetti, se si frequentano concerti o festival, è verificabile quanto la presenza di un pubblico giovane è deficitaria, a meno che non ci si trovi all’interno di uno di quei mega festival estivi che sotto l’etichetta jazz spacciano droghe pesanti o brodini di pollo (naturalmente musicali) con eguale ed indifferente copertura mediatica e con ottimo ritorno economico. 

Insomma, pare che la musica jazz non sia roba per giovani. Non solo, ma risulta evidente che noi jazzfans siamo praticamente una specie in via di estinzione, alle prese con tutti i problemi della terza età. (53Rob)

Il jazz come musica degli Ultimi Mohicani? Argomento troppo ghiotto ed insieme importante per continuare a rimuginare in privato l’argomento.
Abbozzo un’ipotesi di spiegazione. Partiamo dall’idea che in questo paese continua a non esistere alcuna forma di alfabetizzazione – e men che meno di anche rudimentale educazione – in campo musicale. Non è un caso, ma il frutto concreto di una delle pochissime, vere ‘riforme’ lucidamente e tenacemente portate a termine in Italia. Complimenti Prof. Gentile.
Ogni generazione che si affaccia alla vita dagli anni ’30 – 40 in poi è quindi abbandonata a sé stessa e deve costruire da sé il proprio approccio e rapporto con la musica. In queste condizioni, risulta decisivo il paesaggio sonoro quotidiano in cui si matura, soprattutto nella tarda adolescenza, la carica simbolica di cui di volta in volta si rivestono certe espressioni musicali e, soprattutto, la loro leggibilità – anche per fraintendimento – ad un ascolto prevalentemente emotivo.
Sotto questo profilo, il jazz ha avuto delle relative chances di successo per le generazioni dell’immediato dopoguerra che non a torto l’hanno vissuta – e ballata – come ‘musica della libertà”.
Quanto ai ragazzi dei tardi anni ’50 e dei primi anni ’60, il jazz lo hanno indirettamente orecchiato grazie ai suoi sotterranei influssi sulla migliore musica leggera dell’epoca e su quei grandi veicoli di mutamento della sensibilità musicale istintiva che erano sino a non molto tempo fa le grandi colonne sonore cinematografiche e certe sigle televisive e radiofoniche particolarmente sofisticate (incredibile, ma vero, la RAI di Bernabei sarà stata anche pedante, ma ti scodellava “Intermission Riff” di Stan Kenton in apertura di ogni puntata del seguitissimo – e caldamente rimpianto – TV7; non parliamo del Terzo Canale della Radio dove pure in un’atmosfera da salotto borghese anni ’50 certe trasmissioni partivano al suono di “Ramblin'” di Ornette Coleman o di “Fire Waltz” di Dolphy – “fossimo morti democristiani!” verrebbe da commentare…).

Infine ai ragazzini dei primi anni ’70 – già perniciosamente esposti a certo nostrano beat solo apparentemente innocuo, ma già inquinato da sotterranee venature black – si offrì un rock di prima ondata in cui Ian Anderson ti preparava a Rashaan Roland Kirk, Hendrix ti portava per mano al Miles Davis di ‘Jack Johnson’ e gli Area ti acclimatavano con il free jazz più rovente e spericolato (riascoltare per credere).
Last but not least – e si stracci pure le vesti chi vuole -, successivamente gli stessi giovinetti traviati non stentarono a trovare una loro sintonia emotiva – prima ancora che ideologica – con una parte del free jazz (proprio quella che portava nel suo Dna i caratteri più originari della black music). E questo a causa della callida egemonia culturale gestita da uomini d’apparato di provata fede stalinista ;-), che per varii anni inquinarono le giovani menti inoculandogli praticamente gratis o tutt’al più a prezzo politico quintalate di Mingus, Sam Rivers, Archie Shepp, Bill Evans, Ornette Coleman, Don Pullen, Art Blakey etc.nell’ambito di rassegne direttamente organizzate dalla mano pubblica.
Insomma, la generazione delle tante ‘Umbria Jazz’, prima maniera, sprovveduta quanto si vuole sul piano teorico, ma che per la musica si muoveva in autostop od al massimo nella fastosa 2^ classe dei rapidi FS e dormiva per terra nei sacchi a pelo, perché quella musica trovava le parole per quei ‘nuovi sentimenti’ che non ne avevano ancora. Molti hanno archiviato quelle passioni come l’acne giovanile, ma altri (sempre relativamente pochi, ma infinitamente più numerosi di quelli che avrebbero potuto essere in assenza di queste grandi fiammate di ingenuo entusiasmo collettivo) hanno scavato più in profondità e sulla loro strada hanno trovato dei libri che gli hanno fatto scoprire il jazz come grande romanzo collettivo (ah, se il compianto avv. Polillo potesse vedere quante giovani menti ha trascinato sulla strada della debauche con il suo “Jazz”…) ed infine come scelta di stile (che, ricordiamolo, in fondo è fatto morale, prima ancora che estetico).
E dopo? Dopo sono stati gli anni dell’eclettismo postmoderno, gli anni della post-ideologia ed infine del ‘post-‘ così radicale al punto di non ricordarsi nemmeno dell’esistenza di un qualsivoglia ‘prima’. Gli anni in cui tutto è diventato ‘consumabile’, musica in testa, all’insegna del pout pourri più casuale e frenetico, l’importante è stupire – per 10 secondi al massimo – con gli accostamenti più impensabili e casuali, dove il ‘personaggio-musicista’ prevale di gran lunga su quello che suona (o che gli fanno suonare).
Un’era che si è annunziata con i Jovanotti e che coerentemente è approdata al geneticamente modificato di X Factor e dei Mika, che ora con grande strepito mediatico approda sui palchi umbri che in altri tempi furono dei Mingus e dei Blakey. In un’epoca che ha fatto del trasformismo una religione c’è da applaudire Mika, sono altri quelli che dovrebbero riflettere (e non mi riferisco solo agli organizzatori.. ).
Vogliamo scommettere sul futuro del jazz? Andiamo a giocarcelo in qualche sgangherata cantina (anche un tantino borderline per quanto riguarda il titolo di proprietà.. ) in cui si fa e si ascolta rap, anche del più greve e schematico: le future, possibili nuove orecchie per la black music sono lì che aspettano un’occasione.
Scusino la prolissità, ma nella terza età si perde il dono della sintesi, quello lo conservano solo gli ex boy scout…(Milton)

1 Comment

  1. Sono un po’ più giovane e ricordo anch’io molte delle cose descritte nell’articolo. Non so se vi sia mai stata una sorta di età dell’oro del jazz in Italia, ma è certo che il contesto era più favorevole, basti solo pensare alla presenza di compositori come Trovajoli, Umiliani e altri di formazione classica, attivi nella musica per il cinema. ma anche notevolmente interessati al jazz americano. Immagino che non fosse poi così difficile introdursi nei palazzi romani e quindi all’interno di mamma Rai che almeno in parte recepiva la nuova musica americana con gli sviluppi poi affermatisi verso la fine degli anni Sessanta inglobando anche quei gruppi che facevano del crossover come Jethro Tull, Colosseum, John Mayall, Chicago, BS&T, If ecc…contribuendo comunque a creare le condizioni per approcciare al jazz più ortodosso.
    Quel filone si è poi esaurito per motivi anagrafici e non c’è stato quel ricambio generazionale che sarebbe stato necessario per garantire che il jazz continuasse a diffondersi fra i più giovani anche ibridato con il rock come avveniva negli Stati Uniti (Lounge Lizards, John Zorn, alcune produzioni di Hal Willner). La conseguenza è stata la diminuzione inesorabile degli spazi di programmazione radiofonica dedicata, per di più confinata ad orari assurdi e spesso veicolata con altre musiche di taglio non commerciale, ma con caratteristiche strutturali molto lontane dal jazz, penso a certa musica new wave “ambient”.
    Resto convinto che se comunque sul web questo blog cosí come altri continuano a diffondere la passione per questa musica mettendo insieme la storia e l’attualità, un discreto numero di giovani potrà essere raggiunto in ogni caso.
    Peraltro, dobbiamo considerare che della programmazione della Rai, credo che al di sotto dei 35 anni, importi comunque poco o nulla in ogni caso.

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