Santana nel cuore degli anni di piombo.

Quarantacinque anni da un concerto divenuto simbolo di una stagione del nostro paese.

Per la serie Amarcord ripesco, in occasione della ricorrenza dei 45 anni, un resoconto scritto anni fa di un concerto breve ma indimenticabile che, per il tragico epilogo, entrò nella storia come episodio epocale, destinato a lasciare una lunga scia di conseguenze sul mondo dello spettacolo in Italia. Letto da un sedicenne di oggi penso possa suonare vagamente surreale e sicuramente incomprensibile. All’epoca, evidentemente, per qualcuno poteva avere un senso vedere in Santana un “servo della CIA”.

1977. Settembre. Il 13 , un martedì, concerto di Carlos Santana a Milano, Velodromo Vigorelli. Ci dovevo essere.

Su questo concerto, rimasto nella storia più che altro per tristi motivi extra musicali, è facile trovare traccia in diverse cronache dell’epoca. Io vi racconto la mia, dato che c’ero, cercando di attingere quanto più possibile ed unicamente dagli archivi della memoria.

Cronache ed opinioni di una fra le più conosciute riviste musicale dell’epoca

Organizzare il viaggio era il primo problema, per un ragazzino appena trasferito dalla città in provincia, dove si parlava il dialetto e le relazioni con i coetanei non erano proprio semplicissime. Comunque, sorretto da una gran voglia di andare, saputo che un gruppetto stava preparando la spedizione, mi lanciai, proponendo di unirmi al loro viaggio.

Sui nomi dei miei soci la memoria vacilla : ho presente sicuramente  il capogruppo e più anziano, e altri tre,  di cui uno particolarmente propenso a dilungarsi in racconti di guerriglia urbana. Forse un presagio di quello che sarebbe accaduto.

Oggi la musica di Santana è una cosa diversa,  ma all’epoca il chitarrista messicano  era veramente in auge presso chi seguisse il rock ed anche il jazz, ed io non mancavo di seguire il trend. (cosa che invece ceffai clamorosa mente oltre venti anni dopo, all’epoca del rock latino lanciato dal suo cd  “Supernatural” nel 1999, quando, inaspettatamente e con grande frustrazione, trovai tutti i biglietti esauriti ad un Pistoia Blues  dove si esibiva il baffuto Carlos ).

Si era  soprattutto affascinati dal jazz rock di “Caravanserai” (1972) “Bomboletta” (1974), da “Illuminations” inciso con Alice Coltrane o dal sontuoso “Lotus“, triplo live inciso in Giappone sempre nel 1974, che costituiva oggetto di massima invidia per gli amici dei pochi fortunati possessori, una splendida confezione di cartone nero con disegni orientaleggianti, in seguito riprodotta nella modesta veste di un doppio cd.  La sua musica si inseriva, anche se un po’ a fatica,  nel filone molto in auge della fusione tra i due generi,  rappresentato ad esempio dalla Mahavisnhu Orchestra del fratello spirituale di Santana,  John McLaughlin, dai Return to Forever di Chick Corea, o, un gradino più su nella scala dei creatori di nuove musiche, dai Weather Report. Tutta roba che la rivoluzione punk, all’epoca sul punto di arrivare anche in Italia, avrebbe presto messo all’indice.

Santana aveva sfiorato quei territori, ma sterzando poi  su un versante  più accessibile, meno jazz e più rock, addolcendo ed annacquando la pozione con aromi funky e latini come in “Amigos” (1976), dominato dalla celebre “Europa”.

Il chitarrista era, fra l’altro, alle soglie di uno straordinario successo mondiale, uno dei tanti della sua altalenante carriera, che sarebbe arrivato con il doppio lp “Moonflower” (1977),  insieme a “Supernatural “uno dei suoi million sellers.

Ma per l’antico affetto, anche con degli sconosciuti e con le mezze verità tipiche dell’età raccontante in famiglia, a Milano ci dovevo essere.

Al termine del viaggio in treno per Milano non è che la situazione fosse molto migliorata quanto a socializzazione, ma comunque, l’importante era essere in gruppo, anche perchè l’aria intorno al velodromo Vigorelli, un vecchio impianto per le corse in bici, oggi riconvertito al football americano ed al rugby, non era delle migliori.

Era il 1977 e disordini, autoriduzioni , attentati e tutto il peggior repertorio degli anni di piombo era all’ordine del giorno. Per noi , passare da una tranquilla cittadina di provincia , dove il massimo dell’eversione erano cose tipo la scritta “Marte è rosso, la Terra lo diventerà” sui muri del liceo, ad una delle piazze più calde del movimento,  era un bel salto e un certo nervosismo serpeggiava.

Entrati nel catino del Vigorelli, ci piazzammo sul prato, abbastanza vicini al palco. Tipi strani ne giravano all’epoca ai concerti, ma in quel momento sarebbe davvero stato difficile immaginare cosa si nascondeva sotto ad eskimo e giubbotti troppo abbondanti.

Il concerto iniziò e ricordo uno splendido palco invaso da un arcobaleno di luci ed una band in gran forma , composta da Greg Walker ai vocals, Tom Coster alle tastiere, Chris Solberg alle chitarre, David Margen al basso, Graham Lear alla batteria e la nutrita sezione di percussionisti con Pete Escovedo, Armando Peraza e Raul Rekow, che si gettò a capofitto nel repertorio dei classici più recenti, a partire da “Black magic woman“.

Dopo neanche un’ora di concerto si iniziò a vedere volare qualcosa verso il palco: erano pietre e bulloni. Immediatamente la platea iniziò ad ondeggiare per evitare di rimanere coinvolta. Capita la situazione al volo decidemmo di lasciare il prato e rifugiarci nelle gradinate coperte: data la situazione di caos l’unico modo per non perderci era di tenerci per mano. In quel modo attraversammo il prato del Vigorelli, mentre la tempesta di pietre aumentava. Dalle gradinate vedemmo l’immagine finale della serata, una scena che, descritta e mostrata da tutti i mezzi di comunicazione, sarebbe diventata il sigillo dei concerti in Italia per molto tempo: una molotov o qualcosa di simile lanciata sul palco, ormai abbandonato dai musicisti, e amplificatori e casse che prendono fuoco. Mentre sotto il palco apparivano cartelli con scritto “ODIO SANTANA SERVO DELLA CIA”, il caos divenne totale e a quel punto l’unico obiettivo fu di uscire da quel posto e mettersi in salvo. Ricordo una corsa all’impazzata fuori dallo stadio, in un clima veramente surreale, fra sirene e gente che correva ovunque. Ricordo un treno, un locale di quelli con i sedili in legno preso qualche ora dopo  alla stazione centrale. Ricordo la prima pagina del Corriere della Sera, letta sul treno, che riportava già la cronaca dei fatti del Vigorelli.

Dal Corriere della sera del 15 settembre 1977:

«David Zard, che ha cercato di calmare gli animi tentando di aprire una specie di dibattito: “Venga uno sul palco — ha detto — a spiegare le sue ragioni”. Ed ha aggiunto che “i Santana avrebbero ripreso a suonare subito dopo”. A David Zard ha risposto un giovane che si è definito “anarchico”. “Niente musica — ha detto — ma discutiamo e parliamo dei nostri problemi approfittando dell’occasione”. Terzo e ultimo “oratore” un rappresentante dei circoli giovanili proletari che ha inframmezzato il suo intervento con un nutrito vocabolario di bestemmie e volgarità. Ha tenuto a precisare che gli incidenti erano opera di “provocatori e non dei circoli che, al contrario, avevano assicurato nel pomeriggio, in cambio di una riduzione del biglietto d’ingresso (fissato originariamente a 2.500 lire) la tranquilla esecuzione del concerto per poter consentire a tutti di vibrare assieme, di ascoltare la musica e di amarsi”».

La tourneè italiana finì qui, con l’annullamento delle due date successive previste ed il ritorno immediato del chitarrista a Los Angeles.

Questa storia ha un corollario, di trenta anni successivo. Nel 2007 il promoter Musica & guai, che organizzava a Taormina il concerto di Carlos Santana propose ai possessori del biglietto del concerto del ’77 al Vigorelli l’ingresso gratuito, a titolo di “risarcimento” per lo show sospeso.

Quel ticket, contestato fino alla guerriglia urbana, all’epoca, per il prezzo troppo elevato (2500 lire) trent’anni dopo consentiva l’ingresso ad uno spettacolo i cui biglietti costavano da 61 a 131 euro .

Foto di copertina: Chris Hakkens

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