CONSIDERAZIONI DI UN IMPOLITICO – CARTA DA PARATI? LA STORIA NON LO E’…..

….. e nemmeno Mimmo Rotella…”Casablanca”, 1990

E rieccoci al consueto ping pong con l’amico Rob53.

Iniziamo dalla citazione in exergo. Mi sembra un poco fuorviante rispetto ai ragionamenti che occupano il cuore dell’articolo. Con tutta la simpatia per Zappa, non lo ergerei a giudice della specificità del jazz, per il quale nutriva una discreta antipatia (condivisa con il suo estimatore Pierre Boulez); il che non gli ha impedito peraltro di attingere ampiamente al suo patrimonio.

In secondo luogo, ‘insolito’ non è automaticamente sinonimo di risultato estetico compiuto e riuscito, men che mai nei nostri tempi.

Ed è proprio l’ ‘insolito a prescindere’ perseguito programmaticamente e disinvoltamente che fa da copertura ideologica a pout pourrì del tipo dell’Estival di Lugano, e purtroppo a molte altre altre manifestazioni con l’inflazionata paroletta ‘jazz’ nell’insegna (perché di botteghe stiamo parlando).

Ahimè, ‘jazz’ non è un marchio registrato, e chiunque può servirsene per i suoi scopi. Il fatto che ci si ricorra abusivamente così spesso depone però a favore della sua persistente capacità di fascinazione ed attrazione. E ciò con buona pace dei ‘trasgressivi in servizio permanente effettivo’ del ‘Jazz is dead’ e consimili: personalmente mi hanno tediato, e riuscirò a dedicargli un momento di attenzione solo quando li vedrò prodursi in ‘punk is dead’, ‘heavy metal is dead’, o magari meglio ancora ‘Chopin is dead’, ‘Verdi is dead’ o ‘’Mozart is dead’ (quello delle cartine dei cioccolatini che si vendono a Salisburgo, l’originale recensirebbe a pedate buona parte dei suoi interpreti attuali). Troppo facile e maramaldesco ‘appoggiarsi al muro basso’ di una musica che non ha dalla sua protettori istituzionali e potenti apparati di promozione; se poi aggiungiamo una genetica allergia a logiche di potere…….

Però ci si può tutelare dalle adulterazioni con qualche accorgimento e qualche scelta di comportamento, che ahimè comportano un certo prezzo da pagare. E qui si parla soprattutto a musicisti ed organizzatori (ma non solo).

Primo. Dove girano grandi denari e cospicui mezzi inutile pensare di trovare spazio ed occasione di apprezzamento. La moneta cattiva scaccia sempre quella buona, anche perché la prima è sempre a buon mercato.

Secondo. Proprio a proposito di ‘buon mercato’, rifuggire da kermesse ‘free’ che radunano un superficiale pubblico presenzialista che ha orecchie solo per prodotti sberluccicanti di lustrini da quattro soldi (sempre che non si faccia i fatti suoi per tutta la durata del concerto). Il pubblico aperto ad un ascolto non banale è quello disposto a scucire almeno qualche nichelino per qualche vera emozione. Inoltre rammentare che in queste sagre ‘del tutto a gratis’ il generoso anfitrione che paga l’orchestra decide la musica, invariabilmente si balla al suono della sua: non ha nemmeno bisogno di chiederlo esplicitamente, basterà l’autocensura da riconoscenza verso il potente di turno.

Terzo. Il jazz ha una storia, ormai anche lunga e tumultuosa. È questo che lo rende pressoché unico tra le c.d. ‘musiche extracolte’ (usiamo questa espressione detestabile per pura comodità di linguaggio). È una musica stratificata che cresce organicamente in rapporto dialettico con il suo passato. E questa sua unicità dà fastidio in tempo di pensiero unico e di presente assoluto come l’attuale. Il jazz non è la musica del ‘there is not alternative’: è esattamente il contrario.  E giusto per ritornare ai ‘trasgressivi a prescindere’, il jazz non è morto, lo si vuole morto (specie dalle nostre parti), cosa un tantino differente.

Quarto ed ultimo. Il jazz, quello vero, ha bisogno come l’aria del ‘quarto lato’, del suo pubblico: senza non si fa. Questo può voler dire molte cose: innanzitutto che bisognerà andarlo ad incontrare in occasioni meno ‘glamour’ e ‘di immagine’ (nelle quali tra l’altro il jazzman viene trattato come un cane in chiesa, o quantomeno con la degnazione riservata al parente povero in visita, auspicabilmente breve). I cachet ne soffriranno un poco? Meglio che farsi il fegato marcio con il confronto con quelli milionari riservati a chi una volta cantava di ‘tempi che stanno cambiando’ o di ‘signori della guerra’ e che oggi si occupa di sequestrare ed inscatolare i cellulari all’ingresso dei concerti, bella misura che fa tanto riformatorio e ci parla di una paradossale parabola senile. Ovviamente la rinunzia al glamour ed all’ Evento pret a porter vale anche per il pubblico.

.dietro ci sono anni di bettole texane e night californiani. Anche quelli hanno dato il loro contributo

Per tornare al buon Zappa, io non demonizzerei l’ascolto ripetuto, che è anche ascolto in profondità. ‘A Love Supreme’, ‘Kind of Blue’ o ‘This is our Music’ non escono di incanto dalla testa di Minerva, ma sono figli di anni di lavorio e di aggiustamenti: e questa lenta elaborazione esige la presenza e la partecipazione del pubblico anche per l’assimilazione delle componenti innovative che fanno gradatamente capolino tra forme condivise. Poi Zappa parlava in un’America dove anche la scuoletta più scalcinata ha la sua piccola banda e dove la musica la si impara con l’alfabeto e l’aritmetica. Tutt’altro è il discorso alle nostre latitudini, dove ormai da un secolo buono per precisa scelta ideologica l’educazione musicale è sostanzialmente radiata da qualsiasi livello di studio non specialistico: il risultato è un analfabetismo musicale di massa cui si può sopperire solo attraverso un solitario e faticoso percorso di autoapprendimento in cui l’ascolto ripetuto ed assiduo non è sintomo di chiusura mentale, ma di impegno a costruirsi da sé una competenza musicale implicita, come la chiamava il compianto Gino Stefani

Un libretto sanamente sovversivo, impensabile scriverlo oggi. SI trova ancora, però

Se da una parte il pubblico seriamente motivato deve mettere da parte l’ascolto errabondo, casuale e bulimico verso cui ci spingono i colossi dello streaming, ai musicisti sta la saggezza di ricordare che il jazz è musica figlia di N.N. e che al contrario di altre sovvenzionate il suo posto sul palco se lo deve guadagnare (e sappiamo quanto pochi ce ne siano per il jazz in Italia). Il filo del rapporto con il pubblico può occasionalmente sopportare qualche misurata scrollatina, ma mai esser spezzato con leggerezza e per il solo gusto della c.d. ‘provocazione’ (tra l’altro oggi non c’è più chi ‘provocare’…. magari…): happenings che potevano far notizia negli anni ’70 oggi sono irrimediabilmente fuori tempo massimo.

Troppe parole, è il momento della consueta musica finale. Perché proprio questa perla della grintosissima ditta Roach & Lincoln? Adesso che ci penso forse per il refrain: “Take me back where I belong”…. Ispiratissimo solo del sax di Clifford Jordan. Correva l’A.D. 1962.. Cliccate, mi raccomando. Milton56

10 Comments

  1. Caro Milton56 , come al solito leggo con grande cura le Sue riflessioni e un po’ mi rammarico quando la sua penna è pungente e quasi disillusa dal panorama che si presenta a noi ascoltatori di strada del Jazz. Se ben ricorda, io vivo in Salento e qui si percepisce grande fermento. Dove posso, vado alla ricerca di momenti di bella musica e sinceramente li ho spesso trovati anche gratis perché qui ancora non so per quanto, esistono le “bettole” da quattro soldi dove illuminati appassionati del Jazz ci propongono giovani artisti o loro vecchie conoscenze che, sotto forme di gentilezza di un tempo e devozione in onore di collaudate amicizie, si esibiscono anche in piccoli locali ma dove l’uditorio è selezionato non perché paga caro ciò che ascolta ma perché ama il Jazz e si trova a cogliere quel fortunato momento così come avveniva in passato quando il Jazz non aveva etichette. Qui nel profondo e orfano Sud ancora godiamo di questo privilegio. Ci venga a trovare… sarà accolto con i doni dell’amicizia e della bella musica.

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  2. Betrovata Valeria. Il Lei no, ti prego, perchè mi viene lo sconforto :-). “Penna pungente e disillusa”? Beh, io mi ritengo un ottimista della volontà ed un pessimista di metodo. L”Impolitico è una specie di Mr.Hide che normalmente riesco a tenere sotto chiave, ma in certe occasioni sfonda la porta della cella ed allora guai a fermarlo… Non tutto il panorama è fatto di Estival (che tra l’altro è cosa svizzera) o di Umbria Jazz (?!?), dove gli unici jazzisti veri sono rinchiusi alle cinque del pomeriggio in un teatro settecentesco senza l’ombra di ventilazione (di condizionamento non se ne parla nemmeno). Ci sono belle occasioni in giro per l’Italia, bisogna viaggiare un po’ (a giorni un paio di cranache che si preannunziano stimolanti). Il Salento un poco lo conosco da turista e quando ne parlo come della ‘California d’Italia’ sotto il profilo della musica mi riferisco proprio a quel fervore cui tu hai accenato con cognizione di causa. Vi invidio lo spirito amatoriale che circola ancora da voi, sostenete queste persone che ne danno ancora prova, musicisti e soprattutto organizzatori. Non voglio esser frainteso: non ho parlato di barriere di censo come filtro di accesso alla musica di qualità, voglio dire solo che un biglietto simbolico da 5 o 10 euro basta a tener lontani quelli che la musica la vivono solo come un sottofondo per le proprie chiacchiere di gruppo (che non si capisce perchè non possanno esser riservate al bar). Ti assicuro che qui nella Capitale dei Daneè (perlopiù di carta..) questo è un problema serio e ne fanno le spese soprattutto i veri appassionati di musica con risorse limitate. Tenetevi strette le bande! Milton56

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  3. Il primo punto dal quale bisogna partire è diffondere il jazz attraverso i media. Vanno bene i podcast accessibili dalle solite piattaforme disponibili, ma credo che provare a riportare uno spazio specifico costante lungo l’arco dell’anno nell’ambito della radiofonia pubblica darebbe maggiori benefici alla causa: un ascolto declinato secondo il profilo storico e l’attualità, quello che arriva dagli USA e dal resto del mondo possibilmente evitando le “marchette” a questo o quello.
    Certo, visti i tempi e i protagonisti attualmente al timone è difficile sperare in una qualche svolta… ma vale la pena di ricordare che con altre amministrazioni apparentemente più “aperte” il jazz era già la “cenerentola” degli ascolti da almeno un paio di decenni.
    Se si vuole ridurre il pubblico superficiale che va a sentire Giorgia ( e c’è addirittura di peggio!) che canta il “jazz” è questa l’unica strada per offrirgli qualche elemento che gli susciti curiosità, magari per andare a sentire Makaya McCraven. Purtroppo il jazz si trova mediaticamente in mezzo al guado, troppo colto per gli appassionati del pop ( la frase tipo è: “non capisco il jazz” ) e i classicofili (troppo leggero, manca di struttura e poi facevano ancora musica tonale, quando noi ascoltavamo l’opera omnia di Webern…che sta su sei 6 cd tra l’altro).
    E soprattutto finiamo di dividerci scioccamente tra piccole correnti inconciliabili e non comunicanti. Quello che ho imparato, rapportandomi ai jazzofili d’Oltreoceano è che ascoltare la cosiddetta avanguardia non implica rifiutare il cosiddetto mainstream e viceversa, così come usare strumenti elettronici o adottare ritmiche funky non significa abdicare al linguaggio jazzistico. Ognuno ha i suoi gusti, ma nella famiglia allargata ci stanno tanto Matthew Shipp che Jacky Terrasson così come Craig Taborn e Brad Mehldau.

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  4. Ciao a tutti, mi inserisco negli scambi solo per dire che :
    – bene qualsiasi strumento per diffondere il jazz a banda larga, anche se temo che purtroppo, come al solito, sarebbero i soliti già sovraesposti a beneficiarne (spero di essere contraddetta dai fatti)
    – Radio 3 dà grande spazio (per me sempre troppo poco), al jazz (grazie alla dea – cit. Lipperini), oltre che alla classica, ma è pur vero che tutte le altre emittenti sommate hanno un pubblico molto piu vasto e “potente”. Sembra che la maggioranza non abbia interesse ad approfondire..ad ascoltare altro..e onestamente al momento non ho una ricetta.
    Vorrei che ci fosse molto piu dibattito su questo, per trovare dei modi che diano piu spazio al jazz, sia come ascoltatori, sia come musicisti (partecipando io ad entrambe le categorie)
    – grazie per il Gino Stefani, avevo dimenticato questo titolo, lo recupero volentieri.
    Un caro saluto

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    1. Spiacente per interruzione. Altro che Webern, che credo rimanga un perfetto sconosciuto.per il 90% dei frequentatori di sale da concerto italiane (del resto se le orchestre non lo eseguono….). In risposta a Mina Agosti, mi sembra di poter osservare che il più grosso problema è l’estraneità del jazz al paesaggio musicale quotidiano di questo paese: il jazz non è una ‘musica normale’. In questo la censura del ventennio democristiano/crociano si è rivelata molto più sottile ed efficace di quella dell”altro Ventennio, quellonper antonomasia;-) Milton56

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  5. Senza alcun intento polemico, sia ben chiaro, ma che Radiotre Rai dia grande spazio al jazz, non è un fatto oggettivamente riscontrabile.
    Avendo un bel po’ di primavere sulle spalle, lo spazio dedicato al jazz negli anni Settanta, Ottanta e ancora Novanta era molto più consistente di quello riservatogli nei tempi odierni. Non credo che una trasmissione che dura tre mesi con due soli appuntamenti settimanali e “finestre “nel contenitore notturno Battiti sia sinonimo di grande spazio e soprattutto di adeguata considerazione.
    Se poi facciamo il confronto con la musica classica, imalgrado le lamentele di alcuni suoi appassionati evidentemente mai contenti, non può sfuggire la presenza di appuntamenti quotidiani, approfondimenti serali con concerti dal vivo su Radiotre – mentre mi pare che vi sia una sola serata dedicata al jazz spesso solo parziale – e soprattutto un canale digitale erede della vecchia Filodiffusione che mi pare trasmetta per 18 /20 ore quotidiane concerti e registrazioni discografiche.
    Se noi jazzofili avessimo sulla radiofonia pubblica un quarto o anche meno del tempo dedicato alla musica classica, potremmo ritenerci soddisfatti e, ringraziamo Rai Radio Techetè con l’archivio dedicato al jazz con Mazzolettie altri a disposizione degli appassionati.
    Naturalmente vi sono altre fonti di ascolto, dalla radio della Svizzera Italiana, alle radio private più acculturate (Radio Popolare) dove si può essere educati all’ascolto del jazz, in un contesto comunque caratterizzato dall’abbondanza di canali di altri Paesi che offrono programmazioni articolate in fatto di jazz

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    1. Ahimè, anche stavolta devo concordare von Roberto. Oltre alla carenza quantitativa, la programmazione jazz di RadioTre manca di ogni valenza didattica e sembra rivolgersi ad una ristretta fascia di appassionati, per di più orientati verso esperienze di raro e difficile ascolto. Roberto ha usato un’espressione un poco ‘pepata’ (“marchetta”), ma la mutazione genetica di ‘Body and Soul’ da trasmissione divulgativa e didattica in passerella di ‘nuovi talenti’ in cerca di visibilità è li a dimostrare che il problema è reale. Persino la programmazione classica con la sua ripetitività e limitazione di orizzonti sembra fatta per assecondare più che altro un pubblico di melomani che non vedono al di là del tardo romanticismo (altro.che Webern, ….

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  6. Spiacente per interruzione. Altro che Webern, che credo rimanga un perfetto sconosciuto.per il 90% dei frequentatori di sale da concerto italiane (del resto se le orchestre non lo eseguono….). In risposta a Mina Agosti, mi sembra di poter osservare che il più grosso problema è l’estraneità del jazz al paesaggio musicale quotidiano di questo paese: il jazz non è una ‘musica normale’. In questo la censura del ventennio democristiano/crociano si è rivelata molto più sottile ed efficace di quella dell”altro Ventennio, quello per antonomasia 😉 Milton56

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  7. Trovo interessante il richiamo alla stagione democristiana/crociana. Non ci avevo riflettuto. A questo proposito, ricordo un documentario su Franco Cerri che raccontò di come fu rapidamente archiviato il suo programma tardo serale sul Primo canale nazionale in piena epoca bernabeiana, lasciando capire allo spettatore che il programma era sostanzialmente una “seccatura” di cui liberarsi presto. Vi ricorderete sicuramente meglio di me “Adesso musica” in seconda serata, direi antitetico rispetto alla formula portata da Cerri in tv.
    Sono d’accordo sulla carenza didattica della scarna programmazione odierna di Radiotre Rai e aggiungo sul sostanziale disinteresse per il jazz ante seconda guerra mondiale, ma anche su tanto jazz più vicino e apparentemente in linea con le scelte editoriali. penso a Strata East, Flying Dutchman, per fare qualche esempio.
    Fra l’altro, noto con un certo stupore che i conduttori italiani di “Body and soul” di diversi anni fa, scomparsi dai microfoni Rai, sono transitati sulla Radio della Svizzera Italiana… Cattivi rapporti personali con chi rappresenta attualmente il jazz nell’ambiente della radiofonia pubblica?
    Sulla classica, giustamente rimarcate l’assenza di Webern, ma non andiamo tanto meglio con molto altro Novecento, persino quello tonale e neoclassico apparentemente più rassicurante (Sibelius, Vaughan Williams, Poulenc, Respighi) o comunque non altrettanto radicale, ma pur sempre innovativo (Bartok, Hindemith).
    Va però detto che il canale digitale offre delle opportunità anche in quell’ambito che sono piuttosto modeste, ma non del tutto assenti, considerato che, nell’ambito della musica colta, vi è comunque una preparazione professionale della materia che porta ad avere una visione storica, purtroppo latitante dall’altra parte, che significa sostanzialmente la continua reiterazione di ormai sedimentate, cattive abitudini che hanno contribuito alla sempre più precaria collocazione del jazz nel panorama culturale italiano.

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