Dopo due lavori dedicati ad interpretazioni di brani della tradizione popolare multietnica (“Un dio clandestino” – Dodicilune, 2008) e di famose songs pop /rock (“Change the world” – Nel gioco del jazz, 2017) il progetto Pinturas, allestito dal sassofonista Roberto Ottaviano insieme al chitarrista Nando di Modugno, al contrabbassista Giorgio Vendola ed al batterista Pippo D’Ambrosio, approda ad una terza “tappa” composta in gran parte di composizioni originali. ” Parola ad Ottaviano per presentare Pinturas: «Dopo anni di progetti realizzati insieme ad artisti provenienti da varie parti del nostro pianeta, non è un caso se una quindicina di anni fa questo nuovo quartetto è nato nella mia terra. Il jazz diventa qui il “pennello” veloce con cui rappresentare paesaggi e storie immaginarie, i colori sono una infinita tavolozza costituita da tutte le musiche che amiamo profondamente e che rappresentano ancora oggi, e nonostante tutto, l’idea di un messaggio nella bottiglia. Ecco come si compone Pinturas, un affresco dinamico e proiettato verso il futuro ma tuttavia profondamente radicato nell’archetipo del Sud». E per illustrare il nuovo lavoro: «”A che punto è la notte”, racconto di Fruttero e Lucentini, è in realtà solo un buon titolo che, confesso, ho usato strumentalmente perché può racchiudere in sé molte altre atmosfere e richiami, come quelli contenuti in diversa letteratura, come ne “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, o “Non andartene docile in quella buona notte”, poesia di Dylan Thomas, “Il lungo sonno” di Raymond Chandler o ancora “Tenera è la notte” di F.S. Fitzgerald, solo per citarne alcune. La notte come momento topico in cui riescono a disporsi in uno spazio indefinito ed in un momento sospeso, una serie di teorie, interrogativi, memorie, come costellazioni lontane e che pure ci attraversano come nodi gordiani dell’esistenza. “A che punto è la notte” è una domanda che qui si traduce in singoli haiku musicali a riguardo di temi che investono il singolo come la moltitudine: il naufragio di una generazione, la cronaca di un amore, la denuncia della seduzione del denaro e la confessione dell’inevitabile sconfitta della sensibilità, l’incapacità di salvarsi non solo come uomini dotati di troppo talento o troppo sensibili, ma anche di molti fra i migliori di una intera generazione tradita da falsi miti, la paura di ciò che non si conosce e la presunta ineluttabilità di una scelta.”
Ciò che colpisce immediatamente fin dall’ascolto del primo brano , “O Silencio das Estrellas” della cantante e compositrice brasiliana Fatima Guedes, una delle due cover del disco, è l’atmosfera diretta e familiare evocata dalla melodia scandita con esemplare nitidezza dal sax di Ottaviano, una caratteristica che si ritrova in molti altri episodi di un lavoro intriso di quello “spirito mediterraneo” evocato dal suo autore, qui più che in altri episodi a più marcata connotazione jazzistica, incline ad una narrazione melodica ed evocativa.
Siamo però ben lontani dalle oleografie e dal calligrafismo di certa abusata world music: “A che punto è la notte” è un disco propriamente jazz, con un’identità costruita sul dialogo e l’ascolto fra i musicisti, l’improvvisazione che connota molti dei brani con sortite soliste di tutti i componenti, e, non ultimo, la capacità di swingare. Ascoltate ad esempio “You and the Night and the Words (Like Clouds)“, con la chitarra acustica protagonista della prima parte, ed il suo dispiegarsi attraverso il solo di Ottaviano sostenuto da un leggero ma essenziale lavoro della ritmica. Oppure avventuratevi fra le tortuose strade ritmiche in cui confluisce il tema iniziale di “Pinturas” , dove il soprano sviluppa un serrato dialogo con le stringenti scansioni di basso e batteria. Ma il disco offre molte altre suggestioni, dalle eteree volute di “The Moon is Hiding Beyond Your Mouth ” che offre spazio ad un concentrato solo del contrabbasso di Vendola, al dialogo pacato ed evocativo di una ballad come “Boo” o alle intime riflessioni del “Notturno indiano” . ” “Like tears fron the sky”, è l’omaggio di Pinturas al chitarrista pugliese Rino Arbore, scomparso nel 2021 a soli 62 anni: gli strumenti sfilano in successione quasi a voler porgere un tributo personale all’amico, prima il contrabbasso, quindi, inframezzati da collettivo appena pudicamente accennato, la chitarra, il sax ed infine la batteria.
A completare l’elenco delle dieci tracce il seducente tema dai sentori sudamericani di “Hermes“, uno dei brani che preferisco, che riserva uno spazio solista alla chitarra acustica di Di Modugno, le astratte scansioni ritmiche di “Scout”, a sottolineare un articolato e suggestivo assolo di Ottaviano che prelude al dialogo improvvisato ed alla coda tematica finale, e la finale “Avalanche” brano del cantautore canadese Leonard Cohen, inserito nell’album “Songs of love and hate” del 1971: una interpretazione che si inserisce in modo naturale, con il suo passo latino ed il tema esposto nel finale dal sax, nel contesto di un disco a cui tornare spesso, e non solo quando in vena di meditazioni “notturne”.

