Cartoline:Ron Carter “Foursight” a Bologna Jazz

Bisognava essere in Emilia lo scorso fine settimana per avere la percezione di una comunità jazz in pieno fermento: appuntamenti del Bologna Jazz festival sold out, inaccessibili senza prenotazione, nei clubs cittadini il gruppo di Kassa Overall e quello di Dave Kikosky, in città anche gli Stick Man di Tony Levin accompagnati da “Mr. Moon June” Leonardo Pavkovic. Nella “dependance” del festival, a Ferrara, il trio di Greg Osby. E naturalmente, il main event del festival, Ron Carter con i suoi Foursight, ovvero Renee Rosnes, Jimmy Green e Payton Crossley Jr, accolti dalla platea gremita del Teatro Manzoni (nonostante prezzi non dei più abbordabili), con un affetto ed un entusiasmo che trasmettevano la profonda gratitudine alla carriera di uno dei grandi vecchi del jazz rimasto in attività , il contrabbassista con il maggior numero di incisioni nella storia di questa musica, come è stato presentato. Il quale ha ricambiato con le parole, pronunciate dopo la prima consistente parte del concerto con quattro brani legati fra loro, in memoria di chi ha creato tanto insieme a lui, e di ringraziamento per il pubblico, ma soprattutto con la musica, un’ ora e mezza di rigore stilistico distillato con sublime classe e di invenzioni istantanee che fotografano lo stato di grazia di una vera e propria super band. Il sax di Green con la sua nitida pronuncia nell’esposizione dei temi e la miriade di influssi blues e gospel nelle improvvisazioni, ed il pianoforte della Rosnes che scombina e riassembla secondo la propria intuizione gli spazi sonori, sono i protagonisti della prima parte dell’esibizione, con Carter ad assicurare il suo profondo walking e Crossley autore di un beat minimale ma essenziale nell’economia del quartetto. Poi c’è una magistrale “My Funny Valentine ” per pianoforte e contrabbasso, che segue quello che sembra il manifesto estetico scelto da Carter per i Foursight: esposizione stringata della melodia e dialogo successivo che scava nelle sue pieghe inventando costantemente nuovo materiale su cui dialogare. Alla fine esemplare il commento di Carter sull’esibizione della pianista :”E’ per questo che Irene siede là al pianoforte“. La chiama con il suo nome di battesimo e la benedice così, lei non proprio l*ultima arrivata, dall’alto dei suoi 86 anni che continua a riempire di musica e viaggi , prossimi impegni con il trio Golden Stryker, con Bill Charlap, con Pat Metheny. In un programma che si è sviluppato sul solido interplay dei membri del quartetto, gli interventi solisti hanno evidenziato, sotto la superficie del controllo e della misura, universi di emozioni che riflettevano le personalità dei singoli musicisti. La veneranda età non ha impedito al leader un lungo excursus solista nel quale jazz e classica si sono mescolati continuamente, con Bach che faceva capolino e si insinuava fra le note blue del contrabbasso. Il finale è stato sigillato da una corale “You and the night and the music”, nella quale Carter ha regalato un lungo solo stavolta impostato sul dinamismo ed il groove di un contrabbasso che è rimasto punto centrale di tutta l’esibizione, Forse terminata troppo presto, senza bis, ma per chi c’era, impossibile da dimenticare.

2 Comments

  1. Ecco a proposito di Ron Carter. Poco tempo fa non so come sono capitato in un blog all’apparenza di appassionati di Jazz dove discettavano dei migliori bassisti. Gli espertoni non citavano nemmeno di striscio l’immenso Ron Carter e non pochi con un discutibile senso di humor affermavano che in fondo Mingus in quanto a tecnica era proprio scarso. Mai letto una tale manica di imbecilli, ignoranti e presuntuosi.

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