Tromboni pescespada e cani da pioggia.

Si è aperto un cassetto dell’armadio della memoria e sono spuntati fuori questi due dischi di Tom Waits: roba di quaranta anni fa che torna oggi sul mercato, insieme ad altri tre titoli del periodo Island Records, in una scintillante versione rimasterizzata. Roba preziosa, non solo nel personale processo di rimembranze giovanili, che può trovare corrispondenza in molti coetanei, ma per tutti coloro che, troppo giovani all’epoca, rischiano di avere perso queste mirabili vicende. Succede, quindi, che, nel corso del 1983, Tom Waits, con alle spalle una decennale carriera da cantante ed autore avviata con la beat generation e Jack Keruac come numi tutelari, sviluppata attraverso un pugno di albums nei quali blues, country e canzone d’autore spesso flirtano con il jazz ed un’attitudine da crooner da ore piccole (ascoltate il doppio live “Nighthawks at the diner ” del 1975 registrato con un quartetto di jazzisti che comprende il bassista Jim Hugart , il batterista Bill Goodwin, il pianista Michael Melvoin ed il sassofonista Pete Christlieb) , decide di dare una svolta radicale al proprio repertorio. Ed inventa una musica nuova. Un’orchestra di fiati, percussioni, tastiere ad imbastire una musica sghemba, dissonante e compulsiva sulla quale impera una voce che sembra uscita dal sottosuolo infernale. Un materiale incandescente nel quale si riconoscono brandelli del teatro musicale di Kurt Weill, forme di blues cavernoso alla Howlin Wolf e spruzzate di follia inventiva proprie di Don Van Vliet alias Captain Beefheart. Il disco si intitola “Swordfishtrombones“, ha una copertina felliniana, ed è stato realizzato con il contributo di una piccola comunità di jazzisti fra i quali il pianista Victor Feldman, qui assediato da un miriade di micropercussioni, il trombettista Joe Romano, il bassista Greg Cohen, che rimarrà presenza fissa a fianco di Waits per molti anni. Dietro la svolta ci sono molte circostanze: la necessità di chiudere con la disordinata vita on the road dell’ultimo decennio, una carta bianca della casa discografica ed il matrimonio con Kathleen Brennan, complice nella vita e nell’arte, conosciuta sul set del film “One from te Heart” di Francis Ford Coppola del 1981, lui impegnato nella colonna sonora e lei alla sceneggiatura. La reazione iniziale del pubblico abituato al vecchio Waits è di totale sconcerto, e l’album non va oltre posti da retro classifica nelle charts americane . Con il tempo e l’evoluzione indotta nella cultura musicale generale , il disco è invece diventato un vero e proprio riferimento sia per i successivi capitoli della carriera del suo autore che per molti altri artisti,a partire dal nostro Vinicio Capossela.

Il viaggio inizia da sottoterra, con una “Underground” che mette a fuoco tutti gli elementi del nuovo ciclo; trombone, marimba e la voce al catrame che descrive un brulicante universo “di sotto”. Si prosegue fra allucinazioni organistiche (“Dave the butcher“) , micro ballate sentimentali (“Johnsburh, Illinois“, dedicata alla moglie ), blues scheletrici schiacciasassi (“16 shelles from a thirty ought six”, “Gin soaked boy” ), la fanfara emozionante di “In the neighborhood”, la narrazione cadenzata dalle percussioni della title track, il blues spruzzato di hammond di “Down,dowm, down” fino alla pacatezza solo strumentale di “Rainbirds“. Fra tanto materiale infuocato e contorto, la perla di”Soldiers’s thing“, una poesia costruita con la descrizione degli oggetti di un soldato: il fucile, gli scarponi pieni di pietre, il cappotto a coda di rondine, i guanti da boxe. E’ il prodigio di questa nuova musica inventata da Tom Waits: far nascere fiori da traballanti macerie.

Due anni dopo si replica, e tutto sembra ancora più a fuoco, la vena di Waits ha acquisito coraggio e voglia di raccontare ed il nuovo capitolo “Rain dogs” si compone di ben 19 paragrafi per quasi un’ora di durata. La partenza non si allontana troppo da quella del disco precedente, ma questa ode ai diseredati della strada inizia dalle parti di “Singapore” per mettere in fila un’ entusiasamente serie di episodi. Il parterre si è molto arricchito, a partire dal ruolo centrale del chitarrista Marc Ribot che marchia con la sua sghemba chitarra le geometrie precarie delle composizioni, ma alle registrazioni partecipano fra i molti anche Bobby Previte, Chris Spedding, Tony Levin e addirittura Keith Richards. Segnalare i momenti migliori è davvero difficile: proviamoci con il blues alla marimba di “Clap hands ” , i fremiti latini di una “Jockey Full of Bourbon” che finisce proprio quando inizia la chase dei saxes, la ballad venata dai fiati “Tango till thy’re shore“, i Rolling Stones alla carta vetra di “Big black Mariah“, il cuore di rock ballad di “Hang down you head” , il blues rurale di “Gun street girl“.

Lascio da parte “Time” e “Downtown train” , pezzi che tutti devono aver sentito nelle interpretazioni di Waits o di altri artisti che le hanno riprese . Sono le parti migliori di un’opera che consacra l’arte di Waits allo status di classico e preferisco farveli ascoltare che descriverli.

Dopo questi dischi il nuovo stile messo a punto da Waits assumerà ulteriori prospettive, spingendosi verso la dimensione teatrale ed operistica con “Frank’swild years” e “The black ryder” scritto con Robert Wilson e William Burroughs , per poi proseguire con molti altri episodi sempre meritevoli di attenzione, fino al nuovo millennio.

Negli ultimi anni il nostro si è dedicato prevalentemente al cinema, riprendendo una carriera iniziata nei primi anni ’80 con Francis Ford Coppola con tappa nel celebre “Daunbailò” di Jim Jarmush da cui nacque una grande amicizia con Roberto Benigni: suoi ruoli più o meno rilevanti si sono visti in ” Parnannus” di Terry Gilliam , in “Codice Genesi” , “Old man and the gun” di David Lowery,” La ballata di Buster Scruggs” dei fratelli Coen, “I morti non muoiono” di Jim Jarmush e “Licorize pizza” di Paul Thomas Anderson . Dal 2008 non suona dal vivo e dal 2011, anno di pubblicazione di “Bad as me“, non pubblica dischi. Anche se recenti rumors dall’interno del suo entourage fanno ben sperare per un prossimo, auspicato, ritorno alla musica.

1 Comment

  1. Grandiosa la scena di Coffee and Cigarettes, in cui lui e Iggy Pop, al bar, non fanno che vantarsi di aver smesso di fumare e di essere ormai indifferenti, poi, invece… (da morire dalle risate!).
    Io conosco solo il Tom Waits del dopo-svolta e l’ho sempre molto amato (spesso la sua musica mi fa anche ballare).
    In Daunbailò c’è anche John Lurie (ha lavorato con Jarmush, Lynch, Wenders e in altri film insospettabili), altro bravo musicista insieme ai Lounge Lizards. Anche buon pittore.

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