Ancora una volta raccolgo l’assist del collega Rob53 con le sue ‘Parole per dirlo’.
Mi affiora alla mente il ricordo di una serata dello scorso maggio a Vicenza.
Siamo al Teatro Olimpico, luogo di grande bellezza per l’occhio, molto meno accogliente per una serata di ascolto di oltre due ore (erano in cartellone il duo Danilo Rea-Michel Godard ed il trio femminile Myra Melford/Mary Halvorson/Joelle Leandre).
Il pubblico è molto folto, il che dimostrerebbe un bell’amore per la musica, considerata la notevole scomodità delle gradinate dell’Olimpico (ma basterebbe poco ad ovviarvi). La platea è popolata prevalentemente di fourty o fifty-something, tipici esponenti di quella garbata e colta ‘minoranza silenziosa’ che si mette in coda pazientemente per Festival e Giornate varie, come osserva Rob53.
Il set di Rea (Godard mi sembra recitare poco più del ruolo della ‘spalla’) si protrae per ben più dell’ora che gli competerebbe, erodendo non poco spazio al trio successivo. Sorvoliamo sulle mie impressioni, mi limito a dire che ho guardato varie volte l’orologio e che la mia curva d’attenzione ha avuto qualche blanda scossa solo in corrispondenza delle brillanti spiegazioni di Godard circa l’avventurosa storia del serpentone.
Si accendono le luci dell’intervallo e…. in pochi minuti si assiste all’abbandono della sala da parte di gran parte del pubblico; la pattuglia di superstiti sarà falcidiata da ulteriori defezioni nei primi minuti del concerto del trio americano, che alla prova dei fatti si è rivelato meno attraente di quanto appariva sulla carta, bisogna ammetterlo. Fatto sta che la gran parte del pubblico non gli ha concesso nemmeno una chance, non foss’altro che per mettere a frutto un biglietto che comprendeva anche questa metà del concerto: niente da fare, la ‘maggioranza fuggitiva’ era lì solo per Rea, in assenza del quale non si sarebbe nemmeno scomodata. Brutta cosa da vedere. En passant, l’episodio dovrebbe suggerire agli organizzatori qualche riflessione sulla criticità della formula del ‘doppio concerto in una serata’.
Ma ritorniamo alla ‘maggioranza fuggitiva’. L’Impolitico acidamente la identificherebbe con quella che vede in Baricco il Proust dell’ultimo ‘900 italiano. Io non sarei così impietoso, e forse sarei anche un tantino più realista: in fin dei conti si tratta dello zoccolo duro che assicura la sopravvivenza della massima parte delle manifestazioni culturali italiane di maggior rilievo e soprattutto di maggior impegno organizzativo. Ne ho frequentate diverse, che nelle loro prime edizioni hanno spesso dimostrato una freschezza ed un’originalità tali da far gridare al miracolo, considerato il panorama generale offerto dal Paese circostante. Ma con il trascorrere del tempo, e con il crescere degli investimenti economici ed organizzativi retrostanti a queste kermesse, ho notato un’inesorabile tendenza, ormai del tutto evidente e dominante: il motore di queste occasioni culturali è ormai essenzialmente il consumo del Personaggio. Dal quale Personaggio ci si aspetta una maschera sempre uguale, amplificata dai media generalisti per ampliare e nobilitare lo spettacolo dei loro teatrini.
Diciamocelo: il jazz odierno è piuttosto avaro già su scala mondiale di figure del genere, figurarsi sulla nostra piccola scena nazionale. Alla quale ha molto nuociuto una certa chiusura autarchica, divenuta sempre più soffocante dagli anni ’80 in poi, che ha posto fine all’effervescente apertura degli anni ’60 e ’70: anni in cui l’Italia era diventata un luogo molto interessante e stimolante per tanti artisti stranieri, in prima fila molti jazzmen. Risulta facile e quasi scontato che in una dimensione così angustamente provinciale si creino fenomeni di microdivismo sostenuti da un seguito di followers che sono i primi ad esigere l’inossidabile marchio riconosciuto ed omologato.
Aggiungiamo che lo ‘zoccolo duro’ dei fifty-something è ormai entrato in una fase della vita in cui prevale un’attitudine sentimental-nostalgica ed ha ormai accantonato esperienze di ascolto più evolute e stimolanti, pure incontrate negli anni giovanili.
Al di fuori del modesto recinto della c.d. ‘musica colta’ (peraltro non più esteso di quello del jazz e popolato anch’esso più che altro di melomani, come da passata esperienza personale), riemerge poi il potente imprinting del sistema educativo italiano, che confina la musica ad una dimensione puramente ricreativa e decorativa, sonorizzazione da accostare appropriatamente a momenti di abbandono sentimentale privato o di retorica occasione pubblica. La ‘tappezzeria dell’anima’, come ebbe a dire tempo fa l’Impolitico.
E’ illusorio pensare che tutto ciò possa sfuggire ad organizzatori che devono spesare costosi spazi da 500/600 posti, vedendosela con committenti pressoché esclusivamente istituzionali che spesso si trovano sul tavolo bilanci ansiogeni (che pesano non poco sulle scelte di cartellone…). Per le scelte di nicchia non resta che trovare appunto le nicchie, che certo non possono essere i teatri da centinaia di posti di cui sopra.
Direi che per ora un festival italiano senza Fresu e Bollani è già novità non trascurabile… contentiamoci per il momento. Milton56
Un rarissimo reperto, miracolosamente sfuggito allo sfacelo degli archivi RAI. Credo 1977, il Perigeo suona in tv. Riempirono gli stadi con questa musica, si sciolsero perchè non gli arrivava in tasca che una manciata di lirette. Però fecero preoccupare Joe Zawinul, che non li volle più come spalla dei Wheather Report degli anni d’oro…
