Rob Mazurek Chicago Sao Paulo Underground con Chad Taylor e Mauricio Takara a Novara Jazz 2023
Concordo in pieno con chi ha scritto, in merito alle liste dei best di fine anno, che è molto meglio leggere quelle degli altri che stilare la propria. Difficile sintetizzare un anno di ascolti quotidiani in dieci o più titoli, con il distacco temporale che può modificare le percezioni del momento, più stimolante andare a cercare quello che si è perso fra gli ascolti consigliati da altri ascoltatori. Fra l’altro rimango spesso stupito da quanti titoli a me sconosciuti e non “emersi” durante i 12 mesi passati, vengano alla luce con l’approssimarsi del 31 dicembre. In ogni caso, per contribuire circolarmente al processo a favore di eventuali altri colleghi di ascolto incuriositi, ecco la scaletta di ciò che mi ha colpito nel 2023, concerti inclusi, al netto di tutto quello che ho mancato.
Jonathan Blake “Passage” (Blue Note) : Il batterista statunitense ha allestito una dream band con Wilkins, Ross e Virelles, confezionando un disco che equilibra alla perfezione il peso specifico della materia con una forma accattivante. E’una dedica al padre John Blake, violinista jazz.
Jamie Branch (Fly or die or die fly or die) (internation anthem) : Jaco Pastorius scrisse nel 1978 per i Weather Report di “Mr. gone” un pezzo intitolato “Punk jazz” che è la migliore definizione per la musica di questa combattente del caos e della poesia che ci ha lasciato troppo presto nell’anno che finisce.
Lakecia Benjamin “Phoenix” (whirlwind)
Connessa musicalmente e culturalmente alle radici black, a John Coltrane ed Angela Davis, la trentenne sassofonista ha costruito una solida identità che trova nel quarto album ed in un live espolsivo piena espressione.
Roberto Ottavano & Pinturas “A che punto è la notte” (dodicilune)
Dei diversi contesti frequentati dal sax di Ottaviano nel corso del 2023 questo è uno dei più affascinanti e personali, sviluppato su fondamenta che fanno capo alla cultura del Sud, con sguardo aperto sull’orizzonte del mondo.
Sophie Tassignon “Khyal” – (W.E.R.F.)
Un disco che ha la capacità di creare piccoli miracoli: unire il jazz da camera di un quartetto europeo alla lingua araba, dare vita ad un potente strumento per trasmettere emozioni, diventare messaggio di pace universale.
Pat Metheny “Dream Box” (BMG) - Ha raccolto giudizi contrastanti e non è mancato chi lo ritiene la prova della conclamata debacle artistica del chitarrista. A me è sembrato, invece, un efficace concentrato dell’arte di Metheny che va al nocciolo di un’intera carriera di compositore ed esecutore con la sola forza delle corde di una chitarra elettrica. Un pò come ha fatto lo splendido concerto visto a Luglio a Lucca per il Side Eye tour.
Claudio Fasoli “Ambush” (abeat)
Federica Michisanti “Afternoons” (parco della musica)
Due dischi che unisco per avervi ravvisato un’analoga spinta verso nuove forme, nelle quali il jazz rimane elemento nodale: è in gioco il rapporto con la musica contemporanea in quello della contrabbassista con Louis Scalvis, Michele Rabbia e Vincent Curtois, c’è una visione musicale personalissima, che a suo modo assorbe elementi di rock ed elettronica, in quello del Next 4tet di Fasoli con Grasso, Massaron e Rantzer. Entrambi richiedono attenzione ed ascolti ripetuti, ma sono in grado di restituire molto.
Giovanni Tommaso “Walking in my shadows” (parco della musica)
Il contrabbassista rilegge una parte della propria carriera in compagnia di Girotto, Marcotulli e Paternesi, mischiando generazioni di esecutori ed epoche di composizione. Tira un’aria di famiglia da queste parti e la musica suona rassicurante restando avvincente.
Rob Mazurek Exploding Star Orchestra “Lighting dreamers”/ “New future city radio” (international anthem) : Due facce della multiforme espressività del trombettista di Chicago : la grande orchestra che costruisce affreschi collettivi sempre ricchi di inventiva e di capacità improvvisativa, con Jeff Parker, Angelica Sanchez e Gerald Creaver ed il combo con Damon Locks dove l’elettronica e l’hip hop gicano un ruolo importante. Visti entrambi a Novara Jazz cui va, peraltro, il mio personale titolo di festival dell’anno, cui dedico l’immagine di copertina.
L’intruso (intruder)
Peter Gabriel “I/O
Come ogni anno la lista si conclude con un intruso che, un pò a fatica, con qualche “mugugno” dei sodali di Tdj, cerco di segnalare all’attenzione dei lettori. Se riuscite a non dare peso alle sue invasive strategie di marketing ed ai tempi lunghi, l’ultimo album di Peter Gabriel “I/O” è una delle poche cose che in ambito rock/pop vale la pena di avere quest’anno. Ovvio, secondo me, e considerata la mia ormai scarsa frequentazione di quel mondo. Canzoni scritte come capitoli di un libro, che si sviluppano tramite magistrali connessioni armoniche e melodiche. Un poker di ballad avvolgenti “Playing for time”, “So much”, “Love can heal”, “And still”, nelle quali la voce del nostro è assoluta protagonista, brani permeati di funky, elettronica e ritmi tribali che stanno fra gli anni ’80 ed un futuro prossimo (“Panopticon”, “Four kinds oh horse”, “This is home“), un’ ardita sperimentazione sulla forma canzone (“The court“) ed un inno corale alla convivenza pacifica ( “Live and let live“) . Il tutto con i fidi Tony Levin, David Rhodes e Manu Katchè, qualche nota regalata dalla tromba di Paolo Fresu, e lo zampino trasversale di Brian Eno.
