CARTOLINE – ORVIETO, YOUNG CATS E VECCHI LEONI

L’Umbria Jazz Winter di quest’anno è stata la trentesima, traguardo importante: forse ci si poteva attendere qualcosa di più eclatante per celebrare un simile compleanno, ma bisogna pur fare i conti con i costi monstre della scorsa edizione estiva, questione che tuttora agita le cronache locali umbre. Tuttavia il cartellone dell’edizione invernale a me è sembrato subito ben calibrato, con poche concessioni al glamour divistico ed un occhio più attento alla raffinatezza della proposta. Certo, l’impostazione è quella di un solido festival mainstream, anche se in passato non sono mancate proposte più ‘esplorative’, che spesso si sono risolte nel debutto internazionale di musicisti che in breve hanno costruito carriere brillanti. E che finiscono sempre per creare un legame sentimentale con la cittadina, come nel caso di Cecile McLorin Salvant, quest’anno presente in gran spolvero e bella evidenza, come vi vedrà da cartolina successiva.

Ad aprire le danze nel pomeriggio del 28 dicembre è stato il trio di Alessandro Lanzoni (lui ovviamente al piano, Matteo Bortone al basso ed Enrico Morello alla batteria) con ospite Francesco Cafiso, naturalmente  al sax alto. Un’accoppiata di ex enfants prodige, come li ha presentati Enzo Capua, ma anche Bortone e Morello non scherzano quanto a precocità nell’affermazione. Diciamolo, quella dell’enfant prodige si rivela condizione scomoda ed ingrata non appena si lasciano alle spalle i lidi dell’adolescenza per far vela verso quelli della maturità: l’eccezionalità e la spettacolarità degli esordi possono anche diventare un’intralcio nello sviluppo di una relazione più profonda con il pubblico.

Rischio brillantemente schivato dai nostri young cats: la loro proposta è sottile e raffinata e smentisce in gran parte le aspettative più ovvie di chi li ha seguiti ai loro inizi. Data la presenza di Cafiso (che più che ospite mi sembra componente essenziale di un quartetto già ben amalgamato), è naturale che l’esordio sia scorrevolmente boppistico (Nota Bene: qui si parla di ‘bebop’, non di hard bop, due cose parecchio diverse).

Ma da subito si nota una leadership discreta di Lanzoni, che però anche nell’accompagnamento rivela all’ascoltatore attento molte finezze: siamo lontani dal protagonismo aggressivo tipico dei boppers. In solo è arioso e dinamico, ricco di sfumature di timbro: forse il più bel sound pianistico che si senta dalle nostre parti. Il suo fraseggio a maglie larghe dona ai suoi interventi un insolito senso di spazio. Le dinamiche sono attentamente contenute, il tratteggio dei temi è in punta di penna.

Cafiso per un poco ci dona il suo splendido sound e la sua vertiginosa dinamicità, ma poi le mette tra parentesi per puntare su di un fraseggio nervoso e frammentato con frequenti venature di astrazione: anche qui il musicista Cafiso sceglie di far fare un passo indietro allo strumentista virtuoso rivelando una personalità musicale complessa ed in piena maturazione, che si lascia alle spalle facili seduzioni.  

Decisiva per l’equilibrio di questa formazione aerea e sottile è la pulsazione densa, febbrile e ricca di sfumature che viene da Bortone e Morello: il primo apporta il suo basso chiaro e limpido, che lega molto bene con il drumming nervoso e danzante del secondo (a mio avviso le migliori bacchette di questa UJ Winter).

I 3 + 1 a Macerata giusto un anno prima. Concerto dedicato a Paolo Piangiarelli, l’anima di Philology Records: bravi!

Aggiungiamo un bel book di composizioni originali, ma dense di espressi richiami alla tradizione afroamericana, un Teatro Mancinelli stipato sino al loggione ed abbiamo un’altra formazione di grande personalità e potenziale, cui manca ormai una sola cosa: un bell’album ben curato e prodotto. Discografici d’Italia, ci possiamo sperare?  

Post Scriptum. Una manciata di giorni dopo questo quartetto (chiamiamo le cose con il loro nome….) ha avuto una grande occasione che si è risolta in un pomeriggio magico. In un Teatro Mancinelli anche stavolta strapieno ha fatto la sua comparsa l’ospite Enrico Rava, salutato da un’ovazione da stadio. Il Cavaliere era reduce da un concerto dei suoi Fearless Five del giorno precedente (cartolina apposita in lavorazione): diciamo solo che era in forma smagliante. Il suo flicorno si avvicinava molto ad una tromba per agilità e velocità, consentendogli un confronto senza cautele di sorta con l’usualmente adrenalinico Cafiso. Il laconico lirismo del padre nobile del jazz italiano ha finito per coinvolgere anche il sassofonista, che ha rivelato belle doti di balladeur: il sound magnifico già lo conoscevamo, ma un fraseggio sparso e punteggiato di dense pause ha stupito. Tra i due musicisti si è subito creata un’immediata, palpabile intesa umana e musicale, intensi i conciliaboli tra i due a bordo palco, mentre il trio, sempre sottile e discreto nell’accompagnamento, aveva i suoi momenti di evidenza.

Un utile promemoria: di lusso, però……epocale persino la camicia di Miles. Siamo nel fatidico 1958…….

Si arriva ad una pausa, e Rava ne approfitta per lanciare al pubblico una delle sue semiserie allocuzioni: “In un concerto di jazz è obbligatorio PER LEGGE suonare un blues”. Poi, rivolto alla band, “Straight, No Chaser”. Sono seguiti più di dieci minuti memorabili, per me i più belli del festival: un delicato solo di Lanzoni da incorniciare, ispirati interventi di Bortone e Morello, un notevolissimo assolo di Cafiso. Nel jazz esistono premi e diplomi di tutti i generi, ma dubito che qualcuno di loro valga il gesto di un veterano con più di sessant’anni di musica alle spalle che si alza dal suo sgabello, posa lo strumento e viene a stringerti la mano di fronte a centinaia di spettatori: credo che  Cafiso questo premio se lo porterà dietro a lungo, molto a lungo. In dirittura finale Rava morde il freno per inserirsi in ogni varco possibile: sull’onda di una serie di breaks di Morello scatta alla fine una serrata chase tra lui e Cafiso. Una svelta e nonchalant evocazione finale del tema a  mo’ di epilogo e la magia finisce. Immaginabile la reazione del teatro.

Nessuna clip di questi 10 minuti magici, e neppure del resto del concerto. Maledizione…. poi non mi venite a parlare di Società dela Comunicazione, per carità…….    Milton56

…. ma almeno 1o minuti della Lanzoni, Cafiso & Co. Inc, quelli sì. Bella ripresa tra l’altro……

 

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