Samo Salamon è un chitarrista sloveno attivo fin dall’inizio del 2000, con un piede nella scena del jazz più avant di New York, dove ha collaborato con artisti quali Tim Berne, David Binney, Gerald Cleaver, Tyshawn Sorey, Donny Mc Caslin, ed uno in quella europea, con una trentina di produzioni a proprio nome in varie formazioni, da solista fino alla larga orchestra.
La scolta verso la musica creativa, dopo un inizio di studi classici ed una laurea in letteratura, arrivò nel 1999 dopo l’incontro con John Scofield, che in breve divenne maestro e mentore del nostro, invogliandolo ad un applicazione assidua sullo strumento ed al conseguente affinamento di una tecnica da virtuoso.
A chiarire la proprie fonti ispirative, iI primo disco di Salomon da leader di un quartetto, con Achille Succi, Salvatore Maiore e Zlatko Kaučič , del 2003 è intitolato “Ornethology“(Samo records), mentre un successivo, sorprendente album, “Dolphyology” (Samo records) , comprende 28 composizioni di Eric Dolphy riarrangiate per chitarra acustica solista.
Se le notizie riportate sopra non vi hanno ancora acceso una scintilla di curiosità per l’originale percorso di un chitarrista che ha forgiato il proprio stile ispirandosi a Coleman e Dolphy, e che spazia agevolmente dalla classica al jazz contemporaneo, potrebbe allora contribuire l’ascolto di questo “Dreams of freedom ” registrazione in trio con il pianista serbo Vasil Hadžimanov, nome di spicco della scena jazz balcanica, ed un musicista che ha una storia nell’avanguardia USA come Ra Kalam Bob Moses alle percussioni. La registrazione, risalente al 2021 ma pubblicata in questi giorni sempre dall’etichetta personale di Samo, si collega, anche tramite il richiamo della grafica di copertina, all’opera del 2021 di un similare trio con Salomon e Moses in compagnia del bassista Arild Andersen, dal titolo “Pure and simple“.
“Abbiamo passato una settimana durante un workshop a Novo Mesto come docenti e sono davvero felice di avere fatto questo disco con Ben e Vasil, rispettivamente uno dei miei eroi storici ed un vero fratello in musica: è molto diverso da tutto quello che ho fatto in passato” .
Parole del titolare dell’opera che introducono quaranta minuti di musica in gran parte improvvisata e sorprendente, in quanto costruita rovesciando il copione dei ruoli usualmente attribuiti agli strumenti: nelle otto tracce il tessuto basilare dei brani è solitamente rappresentato da un’articolato campionario di rumori/battiti che scaturiscono dalle varie percussioni di Moses, uno sfondo che prescinde totalmente dai canoni ritmici conosciuti, sul quale si stagliano di volta in volta ampie volute chitarristiche (Cream of emotion, Morphbed ), gli ululati di un synth (Ocean calimba), geometriche suggestioni contemporanee (Conga), enigmatiche soluzioni timbriche (Pans), in un disegno complessivo che spiazza ed affascina, richiamando l’imprevedibilità di un panorama naturale in perenne mutazione.
Mi piace citare due brani in particolare : “Dirty zone” un tango compresso e destrutturato condotto da un banjo free che inizia e si conclude sulle liriche note del pianoforte, e la conclusiva “Hapi may“, un dialogo fra pianoforte e chitarra collocato sulle dune ritmiche di una processione di tamburi.
Uno dei dischi più originali ed interessanti ascoltati di recente, dove la libertà creativa, sempre gestita con lucidità e controllo, non va a scapito di una proposta accessibile e diretta.

Veramente interessante, belle le due tracce musicali. E grazie ☺️
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