Chiedo venia per il gergo clinico, ma a Torino ci sono stato anch’io, e per tre giorni. Quindi ho visto cose diverse da quelle di Rob53, confluendo anch’io poi al Lingotto domenica pomeriggio.
Riconfermo quanto osservato l’anno scorso a proposito dell’edizione 2023: la rassegna torinese è una realtà di prima grandezza, gode di notevole supporto organizzativo e finanziario, è seguita da un vastissimo pubblico colto e curioso, oltre che da un nucleo di jazzfans di lungo corso e di grande esperienza. Last but not least, è affidata ad un direttore artistico che è uno studioso di indubbia fama, Stefano Zenni. Da milanese, riconfermo tutta la mia invidia soprattutto per il solidale e generoso retroterra cittadino su cui TJF può contare, qui a Milano è fantascienza pura.
Ma veniamo alla cronaca, che suddividerei in due sezioni: musica suonata e musica filmata. Eh sì, perche TJF vanta una sezione cinematografica veramente molto forte, direi la più interessante delle poche viste in campo negli ultimi 2-3 anni.
Iniziamo con la musica suonata. Il fil rouge di questo festival è stato Duke Ellington: inevitabile dato l’incombere del centenario, ma non si è trattato affatto di un omaggio rituale o meramente celebrativo, quantomeno nel segmento di festival che ho seguito io.
Uno dei vertici della ‘Indian Summer’ di Ellington, quella a cavallo tra gli ultimi ’50 ed i primi ‘60
Down Bit Duke è un trio formato da Stefano Risso al basso, Mattia Barbieri alla batteria e Francesco Bearzatti al sax tenore e clarinetto. La parte video è firmata da Simone Sims Longo. L’idea è ambiziosa: prendere la celebre colonna sonora ellingtoniana per ‘Anatomia di un Omicidio’ di Preminger, polverizzarla in particelle minime e su di esse costruire nuove armonie e nuovi ritmi. Pratica comune nell’hip hop. Sotto il profilo polverizzazione e rigenerazione l’operazione è certo riuscita, al punto che si è perso completamente il tratto distintivo del Duke: il colore, sontuoso e sensuale. Ed anche una certa felina e tagliente aggressività di questa partitura: forse lo si deve ad un drumming duro e scabro. Erroneamente ho sopravvalutato il ruolo del valoroso Bearzatti, che mi è sembrato più che altro un ospite, sia pure di gran lusso. I suoi interventi al sax tenore sono stati un poco più piatti e sbiaditi del solito, mentre al clarinetto ha sfoggiato l’irruenza e la passionalità che sono le sue note distintive. Mi sbaglierò, ma stiamo per acquisire un clarinettista a tempo pieno e di gran livello, che va a colmare un certo vuoto della nostra scena. Le elaborazioni video sulle sequenze del film di Preminger a tutta prima appaiono ingegnose, ma dopo un poco peccano di ripetitività e schematicità (la vibrazione dell’immagine attivata dalla cassa della batteria, lo split del fotogramma in dinamici schermi separati etc.). Da rivedere all’uscita dell’album appena rifinito in studio. Un obiettivo comunque è stato conseguito: quello di raggiungere un folto pubblico giovane e coinvolto in uno dei suoi luoghi, un bel circolo di canottaggio del Lungo Po che non avrebbe sfigurato in un romanzo di Pavese.
Roscoe Mitchell e Michele Rabbia in duo. Indubbiamente è uno dei ‘colpi’ più grossi piazzati dal Prof.Zenni, scommessa premiata da una Sala dei 500 del Lingotto piena sino all’ultima fila. Risultato notevole, se si pensa che parliamo di una figura ormai di rilievo storico: evidentemente il pubblico torinese fa i compiti a casa. Che dire della musica? Non amo le polemiche, meno che mai via web, ma devo dire che mi ritrovo perfettamente nel giudizio di un autorevole scrittore di cose di jazz, che ha definito questa performance di Mitchell ‘beckettiana’. Dopo una prima parte del concerto in cui la massiccia fisicità del sassofono contrabbasso ha vincolato ad una maggiore consistenza sonora ed una certa articolazione del discorso, sia pur frammentato, nella seconda parte Mitchell ha imbracciato un sax, a distanza difficile distinguere se si trattasse di un alto o di un soprano ricurvo. Ahimè la questione è poco rilevante, perché lo strumento è stato costantemente usato al di fuori dei suoi standard di emissione e di formazione del suono. Ne è risultata una laconica sequenza di oggetti sonori molto straniati ed estemporanei, molto difficile intravedervi una qualche continuità o filo conduttore anche nascosto. Il bravo Michele Rabbia si è trovato interamente sulle spalle il compito di dare un certo tessuto connettivo ed almeno un poco di colore con un suo set di batteria e percussioni che quasi mai ha conosciuto il tocco delle bacchette: è stato dato fondo ad ogni risorsa di creatività nell’utilizzo sia delle pelli e dei piatti, che di altri materiali d’occasione. Bottom line: sono tornato da Torino con ricordi molto più vividi ed incisivi.
Una ‘scheggia’ del concerto di Torino, se non sbaglio il brano d’apertura
John Zorn New Masada Quartet. Ve ne ha già parlato il collega Rob53, per quanto riguarda la musica concordo con le sue osservazioni. Da osservatore ‘laico’, sono rimasto sorpreso dall’enorme seguito del musicista newyorkese: riempire l’immenso spazio dell’Auditorium G.Agnelli da 1.900 posti è impresa che lascia strabiliati nel mondo del jazz italiano. L’entusiasmo ed il calore dei ‘fedeli zorniani’ è ulteriore motivo di stupore: non è esagerato dire che il clima era da stadio. Il tutto per una musica vitalissima e travolgente, ma certo non incline all’imbonimento e caratterizzata da una notevole sofisticazione, sia nei continui cambi di passo, che nell’impeccabile coesione di gruppo. La voce graffiante e scorticata del leader la conosciamo, ma oltre al suo sax ha brillato in particolare la dinamica chitarra di Julian Lage dalla profonda intonazione blues. Solidissimi e grintosi anche Roeder al basso e soprattutto Wollesen alla batteria. Piuttosto vistoso ed insistito il gesto con cui Zorn governa la sua band e la rotazione dei suoi soli: mi sbaglierò, ma in questa sottolineata evidenza mi pare di leggere anche una sfumatura d’ironia sulla mistica della conduction. La dose del ricostituente zorniano è stata attentamente misurata, certo (63 minuti compreso un bis che si è fatto un poco desiderare), ma il popolo dei fedeli dovrebbe dedicare un ex voto (un sassofonino? 🙂 ) a Stefano Zenni che è riuscito nel miracolo di portare in Italia Zorn con una formazione di primo livello: in passato altri hanno tentato invano.

Alexander Hawkins e Matt Wright. E’ il classico caso della perla nascosta nelle pieghe di un festival. Pieghe di lusso, comunque, eravamo al Piccolo Regio di Piazza Castello. Due premesse necessarie: ho sempre guardato con un certo scetticismo alle performances multimediali, ed anche ad un ricorso largo ed un poco superficiale all’elettronica in campo jazzistico. Quindi quel che segue assume un peso ancora più speciale.
Ho alle spalle una frequentazione piuttosto assidua di Hawkins: l’ho ascoltato in diverse situazioni, ed in tutti i casi si è dimostrato musicista brillante e quantomai fuori degli schemi. Ma questa volta volta mi ha veramente messo k.o. Credo che nessuno fosse più titolato di lui ad evocare la figura di Duke: praticamente ha passato una infanzia ellingtoniana, all’ombra di un padre che collezionava oltre che i dischi, anche memorabilia di tutti i generi concernenti il bandleader. Per tacere delle cassette che suonavano in auto mentre il piccolo Alexander veniva accompagnato a scuola (che invidia… ).
Sul palco del Piccolo Regio c’era solo il gran coda di Hawkins ed il banco con le elettroniche di Wright: ma sopra incombeva un lungo schermo da proiezione. Il concerto è iniziato in una oscurità translucida da acquario: sullo schermo sfilano le immagini in bianco e nero fortemente contrastato (quasi bruciato) di Hawkins al piano. Prima il suo volto, poi le sue mani. Presto ci si rende conto che non è la ripresa in tempo reale del concerto, ma immagini girate altrove e sottilmente manipolate nei contrasti e soprattutto nella velocità, percepibilmente accelerata. Comincia a crearsi un’atmosfera sottilmente fantasmatica.
La musica inizia con la citazione apparentemente lineare di celebri tempi ellingtoniani, che però dopo poco si incrinano e si sgranano nel contrasto tra una sinistra che genera accordi sempre più scuri ed angolosi ed una destra capace di brevi guizzi luminosi ed aerei. Lo sviluppo dell’improvvisazione si addensa sempre più, sino a che non ci si rende conto che alcune delle intricate linee sono campionamenti del piano di Hawkins rinviatigli quasi in tempo reale da Wright: comincia un lungo gioco di riflessioni e rifrazioni sempre più intenso e complesso.
Nel frattempo sul centro dello schermo cominciano ad emergere sempre più a fuoco immagini logorate dal tempo: Ellington ed i suoi musicisti in momenti di vita quotidiana, poi una villetta in una sorta di versione yankee dello stile Bauhaus. Iniziano a persistere le immagini degli interni razionali e modernisti.
Nel frattempo, la tensione musicale cresce, con l’affacciarsi del movimento a vortice tipico dello stile di Hawkins, fronteggiato da un tappeto ritmico sempre più fitto di Wright. Dai suoi dispositivi poi cominciano a partire a mo’ di segnali dei frammenti del ricco paesaggio orchestrale ellingtoniano: prima una tromba, poi un rullo di batteria, qualche nota isolata di ottoni. Tutto viene da una lontananza inafferrabile. Hawkins continua a scomporre e ricomporre celebri temi del Duca, ma solo in momenti isolati si concede fugaci momenti di esposizione lirica, di grande fascino.
Dopo un crescendo di dinamiche e timbri molto contrastati, la musica si assottiglia riducendosi ad una sottile trina sostenuta quasi solamente dai ronzanti ritmi di Wright. Il concerto volge al termine? Niente affatto, perché dopo poco riemergono le frasi cubiste e lampeggianti del piano di Hawkins: ma stavolta è acccompagnato da una lontana voce femminile che lentamente giunge in primo piano. E’ ‘Come Sunday’, probabilmente interpretato da Mahalia Jackson. E su quest’ultima apparizione il lungo, enigmatico sogno finisce.
Un’autentica esperienza, sia musicale che sensoriale, fortemente evocativa dell’essenza del mondo ellingtoniano. E’ frustrante non potervene mostrare nemmeno un piccolo frammento. C’è da sperare che una produzione così originale e fascinosa possa esser riproposta altrove, magari con qualche aggiustamento là dove non fosse disponibile un ambiente così raccolto e concentrato come quello del Piccolo Regio. Non sono il solo a pensare che Stefano Zenni con questa performsance abbia piazzato il suo colpo migliore di quest’anno: sarebbe bello che non ne fosse troppo geloso.
Stay tuned, seguirà la musica filmata. Milton56
In mancanza di clips del concerto torinese, ecco il trio di Hawkins a Ferrara nel dicembre scorso: un altro concerto memorabile, ve lo garantisce uno che c’era

Peccato non aver potuto seguire questo festival! L’ultima esperienza con Hawkins deve essere stata molto bella, descritta magistralmente. Grazie mille.
"Mi piace"Piace a 1 persona
… e si trattava di un festival di 10 giorni. Ho dei rimpianti: quanto alla musica, Selebeyonè di Steve Lehman, Christian McBride… Quanto ai film, gli Zorn 1 e 2 di Mathieu Amalric, ‘Paris Blues’ di Martin Ritt. Milton56
"Mi piace""Mi piace"