Un’ attitudine eclettica attraversa i contenuti del secondo album del giovane chitarrista e compositore originario di Roma Edoardo Liberati , “The turning point” (Wow records ), registrato con il suo Synthetics Trio, con Dario Piccioni al contrabbasso e Riccardo Marchese alla batteria, evoluzione di un precedente quartetto. Il titolo riprende, non so quanto intenzionalmente, un celebre disco del 1969 del bluesman John Mayall che sanciva, dopo anni votati al blues elettrico, l’apertura ad una forma di blues spruzzato di aromi folk /jazz affidato ad un quartetto acustico . Qui siamo su territori in gran parte lontani da quelle latitudini, ma la spinta verso il cambiamento, “il punto di svolta” , è palpabile anche di brano in brano. Liberati, studi musicali a Rotterdam, un nutrito carnet di premi internazionali alle spalle, ed una prima prova discografica come leader con “Everyday life” nel 2022 (Gleam records) si professa infatti “tutt’oggi un fan della musica rock, un curioso ascoltatore di musica classica, con un occhio rivolto a varie correnti di musica Sud-Americana, fino ad arrivare ai suoni e all’attitudine derivante dalla musica Nord Europea“. Il campo di riferimento principale è, ovviamente il jazz, ed infatti il nuovo disco, oltre ad inglobare buona parte di queste influenze, è anche concepito come una raccolta di omaggi ai più autorevoli colleghi chitarristi che hanno contribuito a definire il suo stile: John Scofield, Julian Lage, Tim Miller fino a George Benson. Ispirazioni (e non imitazioni) che confluiscono in un lavoro dall’impronta compositiva matura e personale, valorizzata da un gioco di squadra ben messo a punto ed equilibrato, e da una vena esecutiva che pone le evidenti capacità tecniche strumentali dei tre protagonisti al servizio di un’ espressività originale.
L’avvio è sulle morbide melodie di ‘Dear Jane’, un tema semplice ed iterativo condotto dalla chitarra acustica che si alterna al contrabbasso nelle esplorazioni soliste foriere di piccole scintille nel clima rilassato e morbido del brano scelto come introduzione al lavoro. Le tracce seguenti disegnano un percorso, come detto, cangiante e ricco di sorprese: “Porcelain“, portata al successo dal gruppo rock Red Hot Chili Peppers, è rivisitata tramite l’innesto di profonde modifiche ritmico/armoniche, mantenendo vicina all’originale la parte melodica, e trasformandola in una jazz ballad asimmetrica e ricca di colore, ‘One For Uncle John’, e ‘Round Town’ , ispirate rispettivamente a John Scofiled ed al suo più recente album, ed a Tim MIller, rappresentano il lato più grintoso e ruggente del trio, ai confini con il rock, con i toni della chitarra che si accendono e, specie nella seconda, protagonista con esuberanti breaks finali la batteria di Marchese, che ritroviamo a sorreggere, con un lavoro di intensa tessitura ritmica, i climi astratti di “Another story”. Completano la scaletta le atmosfere acquatiche e psichedeliche di “Apnea“, ottenute tramite l’utilizzo di un’ampia tavolozza timbrica e l’uso ricorrente del crescendo, la title track, una ballad che scava le profondità di una semplice melodia per costruire un piccolo universo di suoni, ed un altro brano in acustico, dalle atmosfere sommesse (“Small house”) che si ispira al versante più intimo di Julian Lage e nel quale trova uno spazio solista la voce dell contrabbasso.
L’unico brano per sola chitarra “Stardust“, cover da Hoagy Carmichael, ispirata alla versione di George Benson, è, infine, in cinque minuti nei quali il famoso tema viene svelato con una grazia che sfiora il pudore, una dimostrazione della capacità e sensibilità di questo giovane chitarrista nel percorso del jazz.
