Gli standards di Haidu e l’ombra di Jarrett.

NOAH HAIDU – Standards (Sunnyside) Supporti disponibili: CD / digital download

Ma quanto manca Keith Jarrett alla scena jazzistica attuale?! Il ritiro del pianista, dopo i due ictus del 2018 che hanno compromesso in particolar modo la mano sinistra, non è stato ancora del tutto assorbito dalle legioni di fans che da tempo cercano un “erede spirituale” degno di tanto lascito.

Il pianista e compositore 50enne Noah Haidu con questo lavoro incrocia per la seconda volta il magistero pianistico jarrettiano. Se un paio d’anni fa aveva pubblicato l’esplicito omaggio “Slowly: Song for Keith Jarrett”, in trio con i magnifici Buster Williams e Billy Hart, questa volta Haidu celebra, sempre per Sunnyside, il quarantesimo anniversario di un album tra i più iconici del pianista di Allentown, ovvero “Standards Vol.1”, la prima di una lunghissima serie d’incursioni nel cuore del repertorio statunitense, che Jarrett sviluppò naturalmente con i fidati Gary Peackock e Jack DeJohnette al fianco, contribuendo a cambiare l’idea stessa del trio pianistico, in un mirabile equilibrio formale che faceva poi sbocciare la creazione istantanea, molto spesso più codificata di quanto apparisse. A conti fatti si trattava di una proposta jazzistica di altissimo livello, in grado di soddisfare platee trasversali e non è certo colpa di Jarrett se certe “estasi mistiche” incartate come saponette in confezioni ECM, con mugoliì orgasmici e tutto, facevano breccia negli ascoltatori più naif ed in certi ultras del Nostro che cercavano in quei dischi accenni esoterici stile “shivaismo tantrico di stile dionisiaco”, un grimardello da riproporre poi nel proprio salotto hi-fi per tentare il colpo gobbo dopo il caffè, mentre ci si ravviva la chioma argentata rovistando tra dischi di James Last, Einaudi Lodovico, Brian Eno e Jean Michel Jarre.

Ma torniamo a questi standards ed al nostro Haidu, pianista dell’Illinois di stanza a NYC. Si tratta di un pianista di sostanza, e non lo scopriamo oggi, in grado di muoversi anche con una certa astuzia che bilancia peraltro un’originalità non particolarmente spiccata. Infatti qualche anno fa aveva dedicato un disco intero a Kenny Kirkland (Doctone) ricevendo un’ottima accoglienza negli ambienti newyorkesi bazzicati dal pianista scomparso in giovane età. Di certo Haidu ama molto Jarrett. e in questi brani sciorina la consapevolezza e l’umiltà di un collega ammirato che sa mettere da parte l’ego, per quest’opera che ha un certo grado di rischio, conoscendo il rigore con cui Jarrett interpretava il songbook, ma il leader non rilegge tutte le tracce di quell’album, decide di pescare anche dal repertorio che appartiene ai dischi di standard successivi a quello oggetto di ricorrenza e quindi il disco, se non sapessimo dal titolo dell’omaggio a Jarrett, potrebbe essere benissimo un disco di standards pianistici. Il livello è certamente elevato. Haidu può comunque contare oltre che sul roccioso luminare Buster Williams nei primi quattro brani, anche su un altro grande bassista, Peter Washington, e sul magnifico drummer Lewis Nash, come dire che dinamismo, swing e groove micidiale non potranno proprio mancare in questo lavoro che potremmo definire un “concept album” molto sui generis.

Infatti il repertorio interpretato da Jarrett era già stato battuto e disossato da generazioni di pianisti e ben s’addice anche allo stile incalzante ed hardboppisitco di Haidu, cresciuto alla scuola di Kenny Barron, ed avvicinabile stilisticamente a un Dave Hazeltine, uno stile che differisce in modo sostanziale da quello di Jarrett e soprattutto nei quattro episodi in cui il trio accoglie anche l’ottimo sax contralto di Steve Wilson si avverte la distanza dalle modalità con cui Jarrett sviluppava la sua ricerca in quel materiale tematico. Forse solo in Skylark, proposta non casualmente in pianoforte solo, possiamo trovarne qualche eco lontana. Questo non significa affatto che il disco non sia riuscito, anzi!, ci sono gemme jazzistiche sparse a piene mani. l’eloquio elegante e potente illumina tutto il repertorio, che in alcuni casi è davvero battutissimo (“All The Way”), anche quando esposizioni canoniche finiscono nelle mani di giganti come Buster William si vestono di colori nuovi e fascinosi (“Old Folks”), l’energia creativa del leader si dispiega lungo tutto l’arco dell’album, che risulta estremamente godibile.

Nemmeno il tempo di far sedimentare questo disco, uscito nell’autunno del 2023, che poche settimane fa viene pubblicato un nuovo episodio in trio di Haidu intitolato “Standards II”, ovviamente sulla stessa falsariga, e sempre per i tipi di Sunnyside.

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