SOFT MACHINE – HØVIKODDEN 1971 (Cuneiform Rune)
“Avevo scoperto “Volume Two”, ancora oggi uno dei miei album favoriti, circa un anno prima, ed era stato amore al primo ascolto, così che in poco tempo acquistai anche il primo ed il terzo volume . Quando seppi che sarebbero venuti in Norvegia, non stavo più nella pelle, ed i concerti furono quasi all’altezza delle mie aspettative. Dico “quasi” perchè non suonarono “Moon in June” e Robert Wyatt a quell’epoca non cantava più dal vivo. Incontrando la band prima e dopo le esibizioni ebbi l’impressione che, nonostante l’ottima performance, il clima fra di loro non fosse ottimale. PIù tardi, quello stesso anno , il 1971, come si sa, Robert avrebbe lasciato i compagni “
Chi parla è Hans Voigt, un fan norvegese presente ai concerti che i Soft Machine’ suonarono all’ Henie-Onstad Art Center vicino ad Oslo il 27 e 28 febbraio 1971, documentati da un recente splendido box edito da Cuneiform records. Non è la prima volta che l’etichetta statunitense riporta alla luce storiche registrazioni dei Soft Machine, e, d’altra parte, circolano da tempo testimonianze registrate di questo periodo della band. Stavolta, però, in ragione della completezza di ben due concerti e della ottima qualità della registrazione, l’occasione è davvero ghiotta per i fans e gli appassionati dei Softs. A cinque anni dagli inizi, avvenuti nel segno della vena dadaista di Daevid Allen e Kevin Ayers, e dell’improvvisa notorietà che li aveva portati a condividere il palco londinese dell’ Ufo con i Pink Floyd e dello Speakeasy con la Experience di Jimi Hendrix, i Soft Machine si trovavano nel pieno di una fase di transizione inaugurata con le dilatate improvvisazioni delle quattro facciate di “Third” , album che aveva condotto, con l’ingresso in pianta stabile dei saxes di Elton Dean , il loro rock psichedelico a stretto contatto con il jazz e forme più astratte. Parabola seguita con “Fourth” , all’epoca appena dei concerti da poco pubblicato, che sancirà la rottura definitiva della collaborazione con Robert Wyatt , relegato nel disco a “semplice” batterista. L’assenza dalla scaletta norvegese di “Moon in June” brano simbolo del periodo Wyatt, è emblematica del clima fra i membri della band che Voigt descrive palando di quelle due serate. Non rimase solo un appassionato, Hans Voigt, ma, in seguito, svolse un ruolo cruciale nel percorso che ha riportato alla luce questi nastri. “Sapevo che i concerti erano stati registrati . Un collega del teatro dove lavoravo come stage manager era l’ingegnere del suono Meny Bloch, che aveva registrato i concerti dal desk del missaggio per la Biblioteca nazionale norvegese. Li contattai e riuscii a reperire i nastri , che in seguito sono stati ulteriormente migliorati con un lavoro di missaggio e masterizzazione”.

La musica contenuta nel box, due concerti composti ciascuno di due lunghe parti senza interruzioni ed un bis, fotografa una band nel pieno delle proprie capacità creative, con le inconfondibili tastiete di Mike Ratledge, l’Hohner Planet, l’organo Lowrey e l’esordiente Fender Rhodes che lanciano bagliori accecanti sul palco, sottolineando le immagini psichedeliche di Mark Boyle di corredo all’esibizione, intrecciati con i voli free dei saxes di Elton Dean e la inortodossa sezione ritmica di Hugh Hopper e Robert Wyatt, che spesso interpretano il proprio ruolo in senso paritario rispetto a quello dei compagni.
Il materiale proviene in gran parte da “Third” e da “Fourth” con l’eccezione del free ritmicamente squadrato da Wyatt di “Neo- Caliban Grides,” che sarebbe poi apparsa sul primo album solo di Dean, di “All white” e “Pigling Bland“, ed è interessante anche confrontare le due esibizioni e constatare le differenze fra i medesimi brani in scaletta, per notare, nella seconda data, una messa a fuoco più precisa e rapida rispetto all’esordio.
Brani molto estesi, quattordici per serata, spesso dilatati oltre i dieci minuti , come le versioni ricche di parti improvvisate delle celebri “Out bloody rageous“, che sfocia nell’impro vocale affidata a Wyatt, “Slightly all the time” e “Facelift”, ovvero i tre quarti del contenuto di “Third“, le suite più strutturate tratte da “Fourth” come “Teeth” di Radtledge e “Virtually” di Hopper, la furia prog di “Pigling bland“. Forse inutile dirlo, ma non si può fare a meno, ascoltando questi brani, di notare il ruolo assolutamente centrale della batteria di Wyatt, inesauribile fucina di idee ritmiche e soliste che letteralmente animano la musica, determinando le variazioni strutturali ed improvvisate che innescano i percorsi solisti delle tastiere e dei fiati.
E’un bel salto nel tempo questa pubblicazione, un tempo nel quale i fermenti sonori, in parallelo a quelli sociali, sbocciavano a ripetizione, ed i Soft Machine, per lo spazio di un biennio, vi giocarono una parte determinante, prima di lasciare Robert Wyatt libero di cercare nuove forme di poesia sonora.

