Abbiamo di recente ascoltato Roberto Ottaviano omaggiare la figura di Steve Lacy in un concerto dato all’Auditorium Pittaluga del Conservatorio di Alessandria, al termine di una masterclass di tre giorni dedicata all’opera del sassofonista statunitense. Con lui i docenti delle classi di jazz Ausonio Calò, anch’egli al soprano, Fabio Giachino al piano, Danilo Gallo al basso e Marco Volpe alla batteria. Rispetto a quella occasione, che esibì un percorso strutturalmente filologico – con tutte le eccezioni del caso- nella rivisitazione del brani di Lacy, il trio (con Ottaviano, Gallo al contrabbasso, banjo e chitarra e Ferdinando Faraò alla batteria) che ha registrato questo “Lacy in the sky with diamonds” appena pubblicato da Clean Feed records , pare stringere l’obiettivo sulla visione di Lacy, affrontando i sette brani originali, cui si aggiungono quattro improvvisazioni in studio, con un approccio che postula un percorso dalla libertà alla forma. «I brani del disco sono stati scelti casualmente – spiegano Ottaviano, Gallo e Faraò – sulla base delle nostre preferenze. Ai pezzi originali ne abbiamo aggiunto altri per così dire estemporanei, improvvisazioni che hanno preso spunto grazie al clima che si è creato in sala di registrazione.Lacy è stato uno degli ultimi jazzisti mosso da un’autentica curiosità nel costruire un mondo non autoreferenziale. Basta guardare le sue partiture: sono come un misterioso cruciverba che comprende testi provenienti da ogni dove… Una cartolina ricevuta da un amico africano, un antico haiku zen, un vecchio diario di bordo e così via. Per non parlare della stravagante architettura della sua scrittura musicale, che spazia dal piccolo carillon per bambini ai temi del teatro musicale brechtiano. Il gioco di trasfigurazione visionaria di Lacy-Lucy nel cielo, visto attraverso la rifrazione di un diamante multifaccia, è naturale. A vent’anni dalla sua scomparsa si sente più che mai la sua mancanza». Aderenti alla massima di Lacy secondo la quale “Risk is at the heart of jazz, every note we play is a risk”, i tre alludono, nel titolo riferito alla canzone dei Beatles, a quel processo di decomposizione e successiva ricostruzione che interessa la musica qui presentata, così come l’immagine che si deforma attraverso le facce di un diamante. Ed in effetti lo sviluppo dei brani ben si presta a questa chiave di lettura, interpretata ed assimilata tanto profondamente dal trio da condurre ad esiti sempre interessanti e spesso imprevedibili lo sviluppo dei brani.
Gli obiettivi programmatici descritti, grazie alle doti dei musicisti, sono agevolmente raggiunti anche nei quattro titoli improvvisati, fra i quali una “Diamond flock accident” retta da un caracollante gioco percussivo e virata nel finale, grazie alla chitarra di Gallo, verso inedite sonorità rock,
Disco da ascoltare con attenzione e che saprà ripagare dell’investimento prestato. A patto di non aspettarsi nulla di affine ai Beatles.

