NOTTI ROMANE – ISTANTANEE

Walter Smith III nel backstage…

Nella presentazione della stagione di Summertime organizzata a Roma da Casa del Jazz, vi segnalavo che nel cuore di luglio si allineavano come per magia una serie di appuntamenti di grande interesse ed originalità: il ‘filotto’ a cavallo del weekend scorso del 13/16 luglio. Ebbene, il ‘filotto’ mi è riuscito e mi ha fatto dimenticare il caldo africano che nel frattempo investiva Roma, garantendo però serate immuni da pioggia.

Grazie alle serate con doppio concerto ho sentito veramente molta musica, e soprattutto delle tendenze più diverse: al punto che non è facile fare delle scelte e garantire la dovuta attenzione alle cose più rilevanti e sorprendenti.

Premetto che dei Jazz Bins dell’indistruttibile Marc Ribot vi parlerà altro collega che li ha sentiti altrove: mi limito a dire che questo organ trio mi è parso piuttosto diverso da come lo avevo sentito un anno fa a Novara. Meno ‘blood & guts’, la chitarra di Ribot aveva una vena piuttosto riflessiva, pur senza venir meno al solido radicamento blues, sottolineato senza eccessi dal corposo Hammond B3 di Greg Lewis.

Invece il quartetto di Walter Smith III è mio, e guai a chi me lo tocca….. A mio avviso si è trattato della seconda grande sorpresa di questo intenso, lungo weekend. Dall’altra parte dell’oceano ci si sorprenderebbe molto meno: i 44 anni di Smith sono fitti di collaborazioni di grande livello (Ambrose Akinmusire, Jason Moran, Roy Haynes, Joshua Redman, Christian McBride) e soprattutto di una discografia a proprio nome contraddistinta da un percorso continuo e meditato, approdato da ultimo nell’album ‘Return to Casual’ (che non a caso riecheggia un titolo precedente). Il book della serata romana viene da questo disco, ma la formazione no: sul palco di Villa Osio sono comparsi Danny Grissett al piano, Joe Sanders al basso e Bill Stewart alla batteria, nessuno dei quali ha partecipato alla registrazione. Una band d’occasione radunata per la tourneè? Nient’affatto, il gruppo ha invece brillato per compattezza ed omogeneità: cosa tutt’altro che facile, considerata l’inclinazione lirica e meditativa mostrata dal sax tenore di Smith, un texano un po’ sui generis, vista la corposa tradizione sassofonistica di laggiù.

Il quartetto di Roma pochissimi giorni fa, stessa formazione

Il leader si è dimostrato un vero maestro di nuances sia timbriche che dinamiche, oltre a sfoggiare un fraseggio denso e complesso, lucidamente articolato anche nei momenti in cui il suo tenore è rimasto solo in scena. Il piano di Grissett, oltre ad accompagnare con sensibilità e sobrietà Smith, si è posto sulla sua stessa lunghezza d’onda anche negli ampii spazi solistici generosamente concessi dal leader: anche qui morbidezza, attenzione al dettaglio, mood meditativo, ma non senza qualche audacia. La fluente batteria di Stewart, prevalentemente giocata sui piatti, ed il basso sostanzioso e discretamente presente di Sanders, entrambi beneficiari di una briglia molto lenta da parte del leader, hanno fatto il resto. Insomma, un gruppo molto felicemente assortito, che conferma la sicura mano di Smith nell’assemblare le sue band. Il repertorio di ‘Return to casual’ ne è uscito largamente rinnovato.

Kurt Rosenwinkel ‘Next Step’ dal vivo due settimane fa

Che queste doti siano tutt’altro che scontate anche nel jazz, lo ha dimostrato il confronto con il gruppo ‘Next Step’ di Kurt Rosenwinkel. Il chitarrista ha voluto ridar vita ad una sua formazione del 1996, che allinea Mark Turner al sax tenore, Ben Street al basso e Jeff Ballard alla batteria. Anche qui si viaggia in prima classe, anzi sono in campo due individualità divenute nel frattempo di gran rilievo come Turner e Ballard. Sarà che un gruppo centrato sulla chitarra richiede un attento bilanciamento delle altre voci strumentali, ma non ho avuto la stessa impressione di spontaneo, felice amalgama offerto dal gruppo di Smith: si è percepito un filo di ‘sindrome di controllo’. Intendiamoci: anche qui siamo su livelli di assoluta impeccabilità e fluidità, ma il sax di Turner, notoriamente incline a lunghi voli melodici, mi è sembrato un poco confinato in uno spazio ben delimitato ed un filo ristretto. Una nota di più rilassata piacevolezza è venuta dalla briosa e sottile batteria del fuoriclasse Ballard (ricordiamo la sua lunga militanza nel trio di Mehldau), ora domiciliato in Italia: speriamo che non se ne penta e che nel frattempo sparga buoni semi nella nostra scena.

Ma Summertime, ormai il vero cuore pulsante dell’estate jazzistica italiana, aveva in serbo altre sorprese…. Stay tuned. Milton56

Per non far torto a Rosenwinkel, mi piace ricordare un suo recente album live che ci ha riportato un concerto parigino del 2012 in duo con la rimpianta Geri Allen, beniamina non solo mia, ma di parecchi jazzmen emergenti di oggi, alcuni dei quali hanno addirittura studiato con lei. Nel nostro piccolo, ravviviamo il suo ricordo che già mi sembra un poco sbiadito.

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