
Riceviamo e pubblichiamo questa cronaca di un recente concerto di Marc Ribot e dei suoi Jazz Bins redatta da un caro amico di TDJ, che ringraziamo. Se anche voi volete farci avere le vostre cronache Live, le vostre “cartoline” dai concerti, magari corredate da foto, potete utilizzare senza problemi la nostra mail: traccedijazz@libero.it e poi incrociare le dita. Del resto il nostro motto è da sempre “from Jazz-Fans to Jazz-Fans”...
Nel romanzo “The Commitments” di Roddy Doyle la figura del trombettista Joey “the lips” Fagen spicca come improbabile padre nobile della squinternata band, nonché come patologico millantatore di inesistenti conoscenze nella scena soul. E’ particolarmente godibile il passaggio del romanzo in cui lo svalvolato personaggio contrappone il soul, esempio di musica democratica fatta da gente ordinaria per la gente ordinaria, al jazz, a suo dire, astratto, antipopolare e pura forma di musica fine a sé stessa. Ebbene il buon Joey, se fosse uscito dalla finzione letteraria, avrebbe avuto l’occasione di ricredersi, assistendo al connubio tra cuore soul e calda anima jazz nel concerto di esordio della tournè estiva dei Jazz Bins, lo scorso 12 luglio a Manerba del Garda all’interno della rassegna Minerva Musicae . La formazione capitanata da Marc Ribot, da sempre a suo agio nel meticciare suoni e generi con la sua attitudine noise, ha dominato il palco per’unora e mezza di squisito soul jazz, ammodernato e contrappuntato dai tocchi a volte eterodossi del chitarrista del New Jersey, che si conferma come uno dei migliori interpreti della chitarra contemporanea tout court.

Ribot, ripiegato sulla chitarra come sua abitudine, in uno stato di fusione fisica e spirituale con il proprio strumento, ha iniziato un gioco di continue connessioni con l’hammond b3 di Greg Lewis, capace di produrre un suono ricco di calore e colore; Lewis ha giostrato sulla tastiera da grande interprete dell’organo, donando ricami delicati, sostenute trame melodiche e orditi ritmici, oltre a un respiro strumentale che genera un suono enorme come il suo esecutore, tenuto a lungo e ricco d dinamiche multi-strato. Le lunghe linee di basso ottenute con l’utilizzo (a piede scalzo!) dei pedali hanno segnato il concerto, così come l’inesauribile colonna ritmica garantita dal giovane e promettente drummer di New Orleans Joe Dyson (già collaboratore del compianto hammondista Dr. Lonnie Smith, anche nel live All in my mind ).
La scaletta ha attraversato gli standard (“Come rain or come shine” ), i classici del soul jazz ispirati dalla chitarra di Grant Green , jazzista assai amato da Ribot che ha omaggiato il gigante di Saint Louis eseguendo due sue composizioni: “Ain’t it funky” , che ha messo a rischio le fondamenta della palestra che ospitava il concerto, e la decontratta ” Grandstand” dall’omonimo Blue Note del ’62. Le venature salsa e latin di Joe Bataan ( “After shower funk” ) e una perla come “Neck bones ” di Gene Ammons, brano in origine donata al groove di Jimmy Smith hanno chiuso un concerto esplosivo, di grande energia e ben connesso con un auditorio che nonostante la location non fosse quella prevista in cartellone, causa meteo, ha reclamato ed ottenuto due lunghi e roventi bis di un Trio dal cuore soul ed anima jazz.
(Edmondo Ros) Ph: Patrizia Bonatti

