Il villaggio naturalmente è Saalfelden, una splendida cittadina nella regione del salisburghese, e il sabato è la giornata più impegnativa per il vostro cronista: sette concerti nello spazio tra metà mattina e notte inoltrata. Un piacere che spesso confina con il supplizio, tanto che al termine del festival il silenzio e la solitudine diventano un premio ambito.

L’ inizio è dei più spiazzanti: il duo tra il violoncello di Tomeka Reid e la voce di Sofia Jernberg rappresenta sicuramente la punta più sperimentale dell’ intera rassegna. La cantante, definizione alquanto restrittiva, è un prodigio della natura tra borborigmi, fischi, sovracuti e vertiginose esplorazioni dei toni gravi. Una voce che mancava da almeno un paio di generazioni e che riporta alla mente le sperimentazioni delle grandi vocalist di alcuni decenni fa, Jeanne Lee, Lauren Newton, Urszula Dudziak.

Nemmeno il tempo di riprendersi dal talento straripante di Tomeka e Sofia che già è l’ ora del duo, sulla scena e nella vita, tra Tomas Fujiwara alla batteria e Mary Halvorson alla chitarra. Set equilibrato e raffinato nel solco di un interscambio costante di stimoli e rimandi, tra cui l’imprevista ma bellissima versione di Ida Lupino, celebre tema di Carla Bley. Il concerto si svolge nella antica stamperia sovraffollata, con un caldo che costringe la chitarrista a ricorrere a vecchi rimedi…

Il pomeriggio inizia nella Sala Congressi con una bella sorpresa: la Brainteaser Orchestra, gruppo giovane che raccoglie musicisti di diverse nazionalità, da vita ad un’ ora di musica spumeggiante e ben congegnata. Spiccano i talenti del leader e compositore Tijn Wybenga, della trombonista Nabou Claerhout e del clarinettista Federico Calcagno.
Il trio La Litanie des Cimes non è un coro del Club Alpino francese come sarebbe logico supporre, ma un raffinato ensemble di musica da camera di stampo minimalista che mette in luce il virtuosismo dei componenti ma, inevitabilmente, raffredda l’ atmosfera surriscaldata dall’ orchestra olandese.
A riportare l’energia al giusto equilibrio ci pensa Amirtha Kidambi’s Elder One, un quintetto ben calibrato e imperniato sulla voce e sui testi di impegno civile della cantante di origine indiana. Buone individualità al servizio di una proposta originale e di buon livello complessivo.

Il clou dell’ intero festival è sicuramente rappresentato da Chimaera, il gruppo di eletti diretto da Sylvie Courvoisier e che vede la stessa formazione dell’ omonimo album (a mio parere il migliore dello scorso anno), con la mancanza di Wadada Leo Smith e la sostituzione di Kenny Wollesen con la formidabile Patricia Brennan. Magnifico set per scrittura, intensità, dialogo costante e interscambio dei ruoli. Una musica fresca, avvincente e coinvolgente, una vera delizia per le (stanche) orecchie del vostro cronista. Ovazione finale strameritata.

Si chiude a notte fonda con James Brandon Lewis e il trio Messthetics, un divertente connubio tra il rock esplicito ma di qualità e il sax arroventato e al centro della scena. Molto meglio dal vivo rispetto all’ album, la proposta è parsa equilibrata e ben congegnata. Un rock al sapore di jazz o un jazz speziato di rock. Fate voi, io mi sono divertito e James Brandon Lewis si conferma un gigante dello strumento.

