ANCORA SU BENNY GOLSON, L’UOMO DALLA DOPPIA VITA

Ah, le copertine degli anni ’60……

Eh sì, ci ha lasciato anche lui. Ma dopo 95 anni, che nel jazz sono qualcosa di simile all’eternità.

Per dare un’idea dell’estensione e della varietà della carriera di Golson, ricorriamo ad un paragone con la musica europea: debuttare spalla a spalla con Brahms e ritirarsi ai tempi della maturità di Aarvo Paart….

Non solo: ma si può anche dire che abbia vissuto due vite in una.

Cominciamo con la prima. Dopo un apprendistato lungo e brillante (ma iniziato in una band di Rhythm ‘n blues…. significativo dettaglio che lo accomuna al suo amico Coltrane) che lo vede a fianco di Tadd Dameron (grande ‘penna’, anche qui non è  un caso), Dizzy Gillespie  ed Art Blakey (in una delle più brucianti edizioni dei Messengers), nel 1958 fonda il primo Jazztet con il fedele Art Farmer: una coppia di dioscuri intorno a cui nel tempo ruoteranno molti bei talenti arruolati ai loro esordi. Un leader dalla vista lunga dunque, che nonostante il tourbillon degli organici ed una presenza ondivaga e carsica sulle scene, riuscirà ad imprimere una fisionomia inconfondibile a tutte le edizioni del Jazztet. Una musica raffinata e sottile, fatta di accurati accostamenti timbrici, dinamiche calibrate, in cui si affaccia quasi con discrezione il sax tenore morbido e fluido di Golson, spesso in magnifici unisoni con la tromba di Farmer con cui forma una coppia perfetta.

Un Jazztet del 1962 dove fa capolino al trombone Grachan Moncur III, destinato a folgorante carriera di innovatore pochi anni dopo

Ma c’è un altro Benny, quello che siede a tavolino con la penna in mano…. Diventare il direttore musicale dei Jazz Messengers del 1958 – 59 non era cosa da tutti. Una sedia su cui poi si accomoderanno personaggi del calibro di Cedar Walton ed un certo Wayne Shorter. Quanto al gruppo, basti dire che Miles Davis aveva impartito istruzioni categoriche al suo agente di rifiutare qualsiasi ingaggio che prevedesse la condivisione del palco con i Messengers di Blakey. Un gran complimento per questi ultimi, conoscendo la modestia ed il sobrio tenore di vita di Miles… :-). Il mondo musicale di Blakey è distante da quello del tenorista e leader Golson, l’inserimento non è facile: ma qui comincia a svilupparsi la sua doppia personalità. E ora facciamo un giochino, che mi ronzava nella testa da molto: metter a confronto le diverse letture di uno stesso brano.

Cominciamo con uno dei più brillanti hits golsoniani, ‘Along come Betty’.  Partiamo con con Benny ed Art Farmer alla guida del Jazztet 1962, che schiera gli ancora imberbi Grachan Moncur III ed Harold Mabern:

 l’archetipo dello stile Jazztet, inossidabile negli anni….

Ma Blakey non si fa certo sfuggire un brano cosi, infatti:

Golson è al tenore, ma Lee Morgan e Bobby Timmons danno al suo tema una tagliente aggressività in linea con il profilo dei Messengers. Ahimè non ho trovato la versione dal vivo, quella con il boato finale del pubblico. Nota bene: non era quello hipster di Newport, ma quello stilè parigino dell’Olympia 1958.. Entrambe le versioni le ho consumate da ragazzo

Ma il fascino di Betty non colpisce solo tra le file dell’hard bop. Ecco Bobby Hutcherson, certo uno a cui non pesava la penna: siamo già negli anni 2000…

Ma Betty flirta anche con la New Thing. Eccola a braccetto con Archie Shepp, chi l’avrebbe mai detto…. Ma tutto si tiene: nel suo ultimo rientro sulle scene dopo una delle varie pause, il tenore di Golson sorprese tutti con un nuovo sound più aspro ed acido, non distante da quello di Shepp:

Un Archie d’annata,dal vivo negli anni ’70 nella sua amata Parigi. Come dire un Barolo 1964…..  

Negli anni Zero Betty seduce anche un feroce e graffiante James Carter alla testa del suo organ trio. 10 minuti di travolgente adrenalina:

“Capita a molti di azzeccare un tema fortunato”, osserverà il solito minimizzatore scettico. Ed allora ecco ‘Stablemates’, nella ‘interpretazione autentica’ di Benny con un clan di altri Philadelphians (nel jazz praticamente una setta…):

Tirerebbe aria di Jazztet, ma l’esplosiva introduzione di Philly Jo Jones fa presagire il levarsi di nuovi venti. Notare bene: un pezzo jazz del 1958 che inizia con un solo di batteria….

Finire sul leggio di Miles Davis, ma soprattutto conservando la propria firma sullo spartito è impresa che è riuscita a pochi (chiedere ragguagli a Bill Evans per ‘Blue and Green’….). E poi figurare nel book del suo primo Quintetto con la ‘Q’ maiuscola, quello con Coltrane….

Se il Jazztet ed il Quintetto davisiano potevano condividere una certa eleganza apollinea, certo il dionisiaco Jackie McLean non poteva esserne più lontano:

Molti jazzisti dicono che un song deve raccontare una storia. E se finisci nelle mani di un grande affabulatore come il Dexter Gordon degli anni ’70, vuol dire che la storia c’è, eccome:

E dopo letture estroverse e rapsodiche, eccone una introversa, intellettuale ed indagatrice.  Ambrose Akinmusire, una laconicità dal DNA davisiano che ci manca da un poco di tempo. En passant, qui siamo già arrivati al 2008

Come si può constatare, la seconda vita del Golson compositore è in qualche modo sorprendente, se si pensa alla distanza che corre tra la sua personalità di solista e di leader e quella di molti interpreti dei suoi pezzi: paradossalmente il morbido e sfumato Benny si è trovato a fornire al più aggressivo e assertivo hard bop alcune delle sue armi più affilate (per tacere poi dei suoi ammiratori ancora successivi).

E qui il lungo viaggio nella musica di Golson ci porta diritto alla nota questione del ruolo e del peso della composizione nel jazz. Dobbiamo subito distaccarci dalla concezione europea del compositore demiurgo, che dalla sua scrivania muove a distanza gli esecutori burattini (talvolta senza nemmeno piena consapevolezza delle possibilità e dei limiti dei loro strumenti). E soprattutto dobbiamo lasciarci alle spalle l’idea della sacralità inviolabile del testo, blindato da un sistema di notazione che ambisce a normare e disciplinare tutto il possibile.

La composizione jazzistica ha invece molto in comune con i canovacci della Commedia dell’Arte: è una base, una cornice da riempire con la personalità dell’inteprete, è in qualche modo il trampolino di lancio della sua creatività. Va anche considerato che sin dagli esordi il jazz ha lavorato – per amore o per forza – su materiali eterogenei e soprattutto d’occasione. Quindi la figura del compositore jazz è sottile ed evanescente? In parte sì, soprattutto quando il jazzman scrive per sè stesso o per un suo organico tagliandosi una sorta di abito su misura delle proprie risorse ed inclinazioni. Ma quando la tela a trama larga comincia a venir presa a prestito da altri, che vi trovano un veicolo duttile ed efficace per la propria creazione, beh, lì si può dire che è nato un autore jazz. Stirpe rara, bisogna aver il dono dell’essenzialità e dell’efficacia: l’arte sta nel togliere, molto più che nel mettere, come da anni ci ricorda Enrico Rava. E la statura ed il valore del compositore si rivelano con ancor maggior sicurezza quanto più gli interpreti successivi hanno stile e temperamento lontani da quelli dell’autore che si sono scelti.  

E questo è senz’altro il caso di Golson, come abbiamo appena visto solo con pochi degli esempi possibili. Ci mancherà indubbiamente il sax morbido e suadente (meno negli ultimi anni, ha registrato sino a dopo il 2015), il leader dalla mano leggera di ensemble delicati e raffinati. Ma ascoltando tanti ‘originals’ macchinosi e lambiccati che corrono oggi sui palchi e nei dischi, forse ci mancherà di più il creatore di versatili ed agili hits come ‘Along Come Betty’, ‘Stablemates’ e diversi altri. Sempre che qualcuno non rimetta mano ai suoi charts…. Spes ultima dea. Milton56

Nella sua movimentata carriera, tra pause dedicate a colonne sonore, direzioni musicali di divi di prima grandezza ed altro lavoro tra le quinte, Golson non ha mai mancato di ritornare sul palco con il suo sax tenore. Da ultimo anche alla venerabile età di 84 anni, come qui in Germania nel 2013, e tra l’altro in compagnia di altri ‘musicisti per musicisti’ come Nathan Davis e George Cables . Sul leggio il suo ‘Killer Joe’, che invece è una vera ‘killer song’, come i critici yankee chiamano i pezzi che ‘spaccano’ sin dal primo ascolto  

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