Nduduzo Makhathini – il Sacerdote dell’Afro Jazz e la danza degli Spiriti.

NDUDUZO MAKHATHINI – uNomkhubulwane (Blue Note) – Supporti disponibili: CD / LP

Il pianista sudafricano, lanciato anni fa nei celebri Shabaka And The Ancestors, con questo album dal titolo impronunciabile -dodicesimo della sua carriera da leader e terzo per la Blue Note – torna a riallacciarsi ai suoi antenati, proponendo un altro spaccato della sua musica, una proposta anche stavolta dal potente afflato mistico, un’esperienza spirituale che ha le sue basi nella cosmologia africana e nelle pratiche divinatorie degli Zulu.

Nel cospicuo booklet allegato è lo stesso Makhathini che si fa gran Maestro di cerimonia per descrivere il rituale che anche questa volta si compie sulla sua tastiera: “il suono in questo album è il risultato dell’ascolto-udito-percezione (ukuzwa) e dallo stabilire una relazione con un “altrove” (una dimensione metafisica) attraverso una certa guida. Il suono, a questo proposito, si realizza come manifestazione della parola (izwi) attraverso il rapporto con voci soprannaturali.” Se tendete ad avere gli occhi a spirale dopo aver letto la lunga dissertazione dal quale abbiamo pubblicato un estratto forse è meglio chiuderli del tutto per un’esperienza immersiva, lasciando entrare la musica di un fascinoso e moderno trio pianistico jazz della più bell’acqua:

Quanto ad “uNomkhubulwane”, titolo dell’intero lavoro, si tratta di Colei che è considerata l’unica figlia di Dio, una sorta di manifestazione femminile dello scopo creativo di Dio stesso. Si ritiene che Ella sia una mitica Dea della pioggia, regolatrice della natura, della luce e della stessa fertilità. Il toccante canto di Makhathini ci conduce alle soglie di riti millenari, iterati in un cerimoniale coinvolgente, dal possente invito ritmico.

Si perdoni la gracile e sommaria ricostruzione di chi scrive, chi volesse approfondire questa complessa cosmologia può immergersi nel pensiero del pianista, per esempio ascoltando qui un’intervista da casa Blue Note, in un inglese assai comprensibile. Fissate in ogni caso alcune indispensabili coordinate spirituali ecco che il disco si presenta come un solido lavoro in piano trio con una sola escursione in solitaria, la dolce “Ithemba”, un arcobaleno significativamente posto in chiusura di album, una luminosa quiete dopo il lungo viaggio che il trio ci offre in precedenza, alternando paesaggi sonori evocativi, tempeste, uragani, ballad ed up-tempo ben distribuiti e spesso cantati dal leader, cellule melodiche che suonano come salmodianti invocazioni, in uno stile che ricorda altre esperienze del jazz sudafricano, in primis quelle del sommo Abdullah Ibrahim nei suoi album più “etnici”, anche se fanno capolino le figure di McCoy Tyner e Cecil Taylor per l’approccio percussivo allo strumento e per altre soluzioni impiegate negli sviluppi istantanei delle composizioni. L’aspetto ritmico del lavoro è ovviamente del tutto fondamentale e Makhathini ha da tempo trovato nel drummer cubano Francisco Mela (chi si rivede!) e nel connazionale bassista Zwelakhe-Duma Bell due sodali perfetti per questo suo jazz visionario ed ancestralmente profetico.

1 Comment

  1. L’emergere e l’affermarsi di un talento come quello di Makhathini ha avuto un interessantwe effetto collaterale: quello di riaccendere i riflettori sulla vitale scena jazz sudafricana. Interessante notare che Blue Note ha creato una sua sussidiaria nel paese, dedicata a raccogliere e lanciare sulla scena internazionale altri musicisti sudafricani di rilievo: speriamo di vedere anche noi i frutti di questa esplorazione. QUi un piccolo ‘bigino’ dell’operazione e dei suoi antefatti storici: https://www.bluenote.com/announcing-blue-note-africa/

    Milton56

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