Sono un fedele lettore, nonchè abbonato, dell’unico magazine italiano dedicato alla nostra musica. Ho iniziato da ragazzo e ora, dopo circa mezzo secolo, non mi sono ancora tolto il piacere (o il vizio). Agli inizi faticavo a leggere recensioni e articoli di approfondimento, nomi e concetti erano per me una materia semi sconosciuta, e la rivista, per gradi, mi ha accompagnato ad entrare in quel mondo meraviglioso che è la musica afro americana. Molta acqua è passata sotto i ponti, sono cambiate molte cose, dall’editore alla grafica, si sono succeduti diversi direttori e moltissimi collaboratori, sono cambiate le linee editoriali, apparse e scomparse rubriche, che, in un mensile ormai ottantenne, rappresentano una normale evoluzione nei gusti e nei modi .
In passato, sia su queste colonne che sul mio vecchio blog, avevo espresso pareri su impostazione e grafica, contenuti e rubriche, qualche volta raccogliendo consensi (da semplici lettori come me) e qualche volta rampogne direttamente dagli addetti ai lavori. Il mio intento però è rimasto immutato: non mi interessa polemizzare, vorrei solo condividere opinioni, conoscere le altrui, capire i perchè di scelte che ogni tanto mi lasciano basito.
E’ vero che noi lettori non siamo a conoscenza di quanto avviene nel retrobottega, sappiamo che i tempi si sono fatti duri per la carta stampata, figuriamoci se poi si occupa di un argomento di nicchia come il jazz. Non conosciamo i risvolti economici, e la scomparsa progressiva delle edicole non aiuta di certo, e mettere insieme cento pagine e un compact disc ogni mese non è fatica da poco. Insomma, ci sono molte valide ragioni che contribuiscono alla qualità della rivista che il postino ci consegna mensilmente. Tutto questo però non esclude che il semplice lettore, una volta sfogliato il nuovo numero, faccia delle considerazioni. E’ quello che ho fatto io ieri, e, impulsivamente, senza riflettere ne predisporre un ponderato post, ho messo nero su bianco le mie impressioni.
Facebook si sa, è un pò come un piccolo paese, dove prima o poi tutti sanno tutto di tutti, e cosi’, nel giro di poco tempo ho ricevuto garbata risposta di Franco Vailati, un redattore (si dice cosi?), che puntualizza e precisa molte delle mie lamentele (non è la parola adatta, ma rende l’idea).
Oggi, un amico di lunga data, seppur virtuale, commenta quanto scritto da me, e lo fa in modo cosi’ sapido ed efficace che mi è parso giusto condividere direttamente su Tracce di Jazz il botta e risposta. Altri amici hanno espresso i loro pareri, ma a mio parere Roberto Arcuri (blogger, scrittore, amante della musica jazz) lo fa in modo incisivo, toccando molti nervi scoperti. Ecco i testi:

Roberto Dell’Ava:
Sto sfogliando il numero di ottobre: 13 interviste, da pagina 20 a pagina 85, ed è una tendenza che dura da molto. Non sarà eccessivo? Bene il dossier su Surman e il ricordo di Golson, ma poche notizie, nessun accenno a tutto quello che passa in rete (una lacuna enorme), scomparse le recensioni di festival e dei concerti più importanti. E per di più non sempre le interviste si rivelano indispensabili. Sono un fedele lettore, ormai da mezzo secolo, ma faccio sempre più fatica a leggere il magazine. Sensazione solo mia?
Franco Vailati:
Qualche piccola considerazione in risposta.
Le recensioni dei concerti e dei festival, così come le notizie, non sono più sulla rivista da un bel pezzo ma vanno sul sito. Non ha molto senso metterle sulla rivista a due mesi di distanza dall’accaduto, visto che poi la gente si lamenta perché si riferiscono, appunto, a cose di due mesi addietro. È un aspetto sul quale una rivista di carta non può mettersi a competere con la rete, e non si può più ragionare come se si stesse parlando della Musica Jazz degli anni Ottanta-Novanta, quando internet non esisteva (o muoveva i primi passi) e tutto passava giocoforza dalla pagina stampata.
Le interviste sono aumentate per due semplici motivi: il primo perché è vertiginosamente aumentato il numero dei musicisti in attività e ci sembra giusto far vedere ciò che producono, dal momento che siamo l’unico periodico in Italia a occuparsi a fondo di queste cose e di questi artisti (e non mi sembra che né Martusciello né Venitucci, per citarne soltanto due, possano parlare a ogni piè sospinto sui media delle loro attività, visto che non suonano musica per le masse); il secondo è che è altrettanto vertiginosamente aumentata la difficoltà di trovare chi è disposto a impegnarsi a scrivere lunghi articoli di approfondimento: quando li abbiamo – e capita molto più spesso, comunque, di quanto si dica nel post – li pubblichiamo più che volentieri. Ma scrivere un articolo da rivista non è proprio la stessa cosa che scrivere un pezzo per un blog o un post sui social.
Mi sfugge l’accenno all’ignorare «tutto ciò che passa in rete», perché sinceramente non mi è chiaro di cosa si tratti. Mentre sulla convinzione che tutto quel che si fa nella vita, o quel che si legge o si ascolta, debba essere «indispensabile» (in che senso, poi?) mi permetto di nutrire qualche dubbio. La rivista produce 100 pagine al mese (e non è una fatica da poco) con uno staff ridotto all’osso, visto che oramai sono scomparsi in larga parte anche gli introiti pubblicitari sia da parte delle case discografiche sia da parte dei festival, che prendono contributi pubblici ma ben di rado li rimettono in circolo.
Garantisco, e posso dirlo perché ci lavoro, che cercare di far uscire tutti i mesi Musica Jazz nelle migliori condizioni possibili comporta enormi sacrifici da parte di tutti coloro che vi contribuiscono; e il fatto stesso che dopo ottant’anni siamo ancora qui, con un millesimo dei mezzi che può permettersi, che so, un DownBeat, significa che pur nelle difficoltà dell’attuale mercato della musica e dell’editoria ciò che facciamo riveste ancora – per fortuna – una rilevante importanza per chi continua ad abbonarsi e ad acquistarci in edicola (i pochi fortunati che ancora trovano edicole aperte, perché nel computo delle grane di questo periodo storico va messa anche la sparizione dei punti vendita).
Per concludere, le critiche sono perfettamente legittime e ben accette, ma allo sesso modo gradiremmo anche ricevere lodi quando c’è qualcosa che va bene. Invece nella maggior parte dei casi – e sia chiaro che non mi riferisco nello specifico a questo post – la gente si fa viva solo quando c’è qualcosa che non apprezza, mentre se c’è qualcosa che le piace sta fragorosamente zitta.
Mi scuso per la lunghezza della risposta.
Roberto Arcuri:
No caro Roberto,
come vedi non è soltanto una tua sensazione… da blogger appassionati e fedeli lettori della rivista ne abbiamo parlato più volte e sempre con una sincera malinconia, mai con astio o l’intenzione di creare zizzania. Ma siamo sempre lì, si cerca un confronto e un dialogo sul tema con una controparte che non riconosce i “cronisti digitali” come adeguati, o allo stesso livello dei cosiddetti “giornalisti”, e che continua a “difendere” la posizione alzando steccati (mancanza di sponsor, vendite in diminuzione, noi esistiamo da centomila anni per cui andiamo bene così… ) anziché cercare collaborazioni, aprirsi alle critiche e tentare, insieme, di ritrovare l’armonia mancante in un contesto attuale e in continuo cambiamento.
Premetto che non ho letto questo numero. La mia fedeltà, pluridecennale come la tua (ma tu sei più stoico di me), si è interrotta diversi anni fa ma, ogni tanto, come capita tra chi si “conosce” e frequenta gli stessi ambiti, incontro ancora MJ casualmente in qualche stazione o edicola di passaggio e spesso ho anche ritentato di ricostruire il nostro rapporto ma niente, oramai sembra davvero essersi sfilacciato, per volontà di entrambi probabilmente; resta solo quell’affezione di vecchia data, che però si è tramutata in quegli algidi “auguri di Natale” che ci si scambia giusto una volta l’anno (e che mi fa pure la mia maledetta Banca, per quel che vale), ma nessuna vicinanza né emozione, tantomeno sentimento.
Devo anche premettere che apprezzo molto le interviste quindi, solo come esempio, testi sacri come “Uomini e Avanguardie jazz” di Mario Luzzi (1980) e “Jazz & Jazz” di Franco Fayenz (1981), passando per “Un Cielo di Stelle” di Pierpaolo Faggiano (2003) ma anche “Coltrane secondo Coltrane” a cura di Chris DeVito (2012) o “Miles on Miles” (2013), fino all’interessante panorama italiano fotografato da Nicola Gaeta in “Una Preghiera tra due Bicchieri di Gin” (2011), li riprendo spesso in mano e li spulcio in un’incessante ricerca.
Sono difficili le interviste e, forse per questo, non sempre lasciano il segno ma a volte addirittura le adoro perché raccontano molto meglio il contesto, osservato dall’interno, di quanto un approfondimento critico – che resta necessario pur se dall’esterno – riesca a fare (c’è una “bruciante” intervista a Giacomo Pellicciotti su un libello degli anni Ottanta dedicato alle etichette indipendenti, che getta diversa luce sulla sua uscita dalla Black Saint e su Bonandrini, senza togliere alcun merito a quest’ultimo). Sono un po’ come le note di copertina e la grafica che compone un vinile del 1965… la musica contenuta è fondamentale e, quindi, si può ottenere un effetto simile alla conoscenza anche ascoltandola su Spotify, ma il valore aggiunto con l’istantanea del momento, con la grafica, pur se datata, che all’epoca lo rappresentava al meglio, con le liner notes originali, sono zone d’interesse che la musica liquida ancora non riesce a colmare, a mio parere, proprio come le interviste, appunto. Quindi il tema non è sulla scelta editoriale dei contenuti di questo numero anzi, apprezzo tantissimo l’intervista che Sandro Cerini ha fatto a Luca, anche se il fatto che una rivista di musica jazz – anzi l’unica esistente in questo povero paese – racconti l’esperienza di Venitucci oggi, artista trasversale e formatosi dal basso, attivo sulla scena romana almeno dagli anni ’90, non può essere un vanto; doveva essere un “dovere di cronaca” farlo già vent’anni fa (penso solo a Ossatura), ma tant’è…
Il tema, almeno per me, resta quello della distanza siderale con i lettori, soprattutto quelli di vecchia data, proprio quelli cioè che hanno reso possibile il fatto che «dopo ottant’anni siamo ancora qui». Non si può negare che, culturalmente, noi italiani siamo poco abituati a dispensare feedback positivi, ma è anche vero che di input sul cambiamento desiderato dallo zoccolo duro dei lettori della rivista ne ho letti diversi nel tempo, praticamente tutti ignorati, probabilmente perché «dopo ottant’anni siamo ancora qui, quindi andiamo bene così».
Il tema, sempre secondo il mio modestissimo parere, resta quello di una “critica standardizzata” (l’identikit prevede barba d’obbligo – meglio se canuto – occhiali da vista e camicia a quadretti piccoli), abbastanza chiusa su se stessa (ma questo vale per il panorama generale, non solo per la rivista in oggetto) in cui ci si scambiano sorrisi tirati, fredde pacche sulle spalle e favori di convenienza (o forse di buona educazione, probabilmente io sono poco educato alla formalità), dove si lamenta «la difficoltà di trovare chi è disposto a impegnarsi a scrivere lunghi articoli di approfondimento» ma poi non si aprono candidature, almeno non pubblicamente se non nella cerchia degli amici, o degli amici degli amici, non si dedicano pagine ai lettori (quanti di quei critici che cita Vittorio hanno cominciato così, presentandosi attraverso le Lettere al Direttore?) e si ignora tutto quello che è al di fuori della nota casta. Si, ora qualcuno storcerà il naso a leggere “casta”, lo so, ma continuare a pensare che «scrivere un articolo da rivista non è proprio la stessa cosa che scrivere un pezzo per un blog» suona un po’ come dire “io non sono razzista, ma…”
Per quanto riguarda la rete, infatti, stenderei un velo pietoso… a parte che quel treno è stato perso vent’anni fa (tranne per le esplorazioni di Martinelli su Siti Sonanti, il nulla) ma davvero qualcuno deve spiegare al Direttore di uno dei media più longevi presenti in edicola – anzi l’unico dedicato al Jazz esistente in questo povero paese – quanto il web sia rilevante per comunicare?
Davvero dobbiamo evidenziare l’importanza della ricognizione sulla comunicazione tutta (a prescindere dal media utilizzato)?
Veramente dobbiamo illustrare il valore degli sterminati archivi digitali che si trovano on-line?
O delle pagine e pagine di approfondimento su un singolo disco, una sconosciuta label o artista di nicchia che difficilmente troveranno così tanto spazio su un contenitore di carta?
Davvero deve essere spiegato quanto appeal e facilità di fruizione offre oggi un podcast?
Realmente, qualcuno ha ancora bisogno di capire che l’inclusività è un valore, che la multimedialità è diventata prassi, che le voci fuori dal coro, pur con tutti i limiti e gli errori possibili (ma per questo esistono i Caporedattori e i Direttori) sono la linfa vitale dell’evoluzione culturale?
Ma dai… che almeno non si offenda l’intelligenza altrui…
No Robbe’… per quel che vale, anche io sono stanco, ma non credo che questo sposterà di un millimetro il metro di questa discussione.

Un tempo uno scambio di opinioni come questo veniva ospitato nella rubrica Lettere al Direttore, che su Musica Jazz non esiste più da oltre quarant’anni. E’ come se con bacchetta magica avessi riesumato tempi andati, ma credo che manca da tanto tempo un vero confronto e solo quando qualche vecchio lettore si sfoga sui social si riesce a parlarne, ma poi tutto rientra, e molti di conseguenza purtroppo abbandonano il campo. Se ne potrebbe parlare all’ infinito, la rivista perfetta non esiste, ma di sicuro si potrebbe renderla più interessante. Io credo che una sincera apertura ai lettori non possa che apportare nuove idee, magari nuova linfa, e comunque servirebbe in primis alla redazione per capire chi c’è dall’ altra parte, quali sono le aspettative e le richieste. Voi che ne pensate ?

Allora inizio io, vista la timidezza generale. Doverosa e comprensibile la difesa d’ufficio del ‘Redattore Vailati’, che tra l’altro interviene su questioni che chiamano direttamente in causa l’Editore, che da colophon è anche Direttore Responsabile (insolito cumulo di cariche), e viceversa non si esprime mai. Comunque anche dall’autodifesa traspare la consapevolezza di problemi che esistono e che sono sollevati da alcuni lettori. Occuparsi della scena live non vuol dire necessariamente produrre le recensioni del giorno dopo, significa anche cercare di ricavare da un’osservazione a distanza e più meditata tendenze ed evoluzioni che solo parzialmente e con molto ritardo vengono documentate dall’industria discografica. Tutta la grande stampa italiana ha perso l’appuntamento con il web, che sotto la spinta della necessità è stato poi inseguito goffamente. Non si può quindi farne una colpa ad una rivista che dietro di sè non ha un grande editore cui poggiarsi, come invece avveniva in passato (e questo è forse il suo più grosso problema attuale): ma oggi una rivista di musica non può chiudersi alla multimedialità. Il sito web di MJ (che ha cambiato troppo spesso webmaster) è un’appendice poco vitale della rivista, a parte il tamburino di ‘Time Out’ (che peraltro ha il difetto di una cadenza settimanale, dovrebbe anticipare gli eventi almeno di 15 – 30 giorni). Viceversa, dovrebbe esser la vetrina ed il laboratorio di un prossimo, inevitabile e forzato passaggio dell’intera rivista sul web, ovviamente con formula di abbonamento. Altrettanto dicasi per il CD, sui cui contenuti ci sarebbe molto da dire. A mio avviso, la vera ragion d’essere di un rivista come MJ è ormai l’approfondimento, non l’attualità spicciola: il che non vuol dire pubblicare in ogni numero un saggio di storia della musica, ci sono soluzioni intermedie. Difficile trovare chi li scriva? Abbiamo diversi studiosi di cose jazzistiche la cui firma non si vede mai sulla rivista, mentre in libreria hanno all’attivo dei volumi che rimangono validi anche a molti anni di distanza. E tra l’altro hanno minimi o nulli impegni con la stampa generalista. Quanto alle interviste, il musicista deve concentrarsi sulla musica, non sul modo di ben figurare o di risultare personaggio in un’intervista. Non tutti hanno grandi consapevolezze teoriche, e leggere cose imbeccate da addetti stampa o consulenti di comunicazione francamente è inutile. Anche perchè temo che buona parte di queste interviste vengano fatte attraverso lo schermo di un PC, o forse addirittura in differita con lo scambio a distanza di domande e risposte. Quindi al di fuori di un rapporto umano diretto tra intervistatore ed intervistato. Ricordiamo in proposito la aurea essenzialità e semplicità delle risposte di tanti grandissimi del jazz del passato. Oggi tra foto a tutta pagina e ponderose e spesso lambiccate risposte un’intervista si porta via spazio del tutto eccessivo: e soprattutto si premia chi si sa fare personaggio (al riguardo, sarebbero da fare considerazioni anche sull’apparato fotografico, molto rivelatore). E dalle nostre parti di ‘personaggi’ ne abbiamo già troppi sui palchi, ahimè… MIlton56
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Ah, dimenticavo un ottimo spunto di Arcuri: il podcast. MJ potrebbe vararne uno che potrebbe proseguire il lavoro didattico e di approfondimento svolto dalle rimpiante Birdland di Radio Svizzera 2 ed per più breve tempo da Body and Soul di Rai RadioTre. Due strumenti indispensabili per un ascolto più consapevole, unico strumento per discriminare il grano dal loglio nella gran babele della musica jazz di oggi. Anche perchè soprattutto da noi sembra che ormai siano di più quelli che suonano di quelli che ascoltano 😉milton56
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