A ZONZO PER JAZZMI 2024

Quest’anno JazzMi enfatizza la sua vocazione di festival-galassia, diffuso nel tempo e soprattutto sul territorio nel tentativo di conquistare nuovi luoghi al jazz e musiche altre dallo stesso generate e covate.

Milano è citta difficile per il jazz (giusto per parlare per eufemismi), ma questa tenace opera di inseminazione un risultato lo ha senz’altro già raggiunto: quello di evocare dal nulla i molti e diversi pubblici del jazz che al di fuori delle due settimane della colorata invasione di JazzMi devono vivere in una sorta di rigorosa clausura: fenomeno che dovrebbe far riflettere molto promotori ed organizzatori locali.

Ben venga quindi il variegato cartellone del Festival, che a più riprese ha registrato sold out per concerti della più diversa formula ed impostazione. Da veterano della manifestazione ho imparato che la galassia sarà pure vasta ed in espansione, ma ha anche dei poli di gravitazione ben caratterizzati da cui arrivano proposte intriganti anche per le orecchie più navigate e stagionate.

Uno ovviamente è il Teatro della Triennale, di cui in apertura di festival sono stati ricordati i gloriosi trascorsi storici. Mi ha fatto piacere però veder riapparire nel tamburino di JazzMi anche il Bonaventura Club, da tempo migrato in quel di Buccinasco dopo un’intensa stagione milanese.

Il trio di ‘Lacy in the Sky with Diamonds’

E sul suo confortevole palco era di scena il trio di Roberto Ottaviano, quello di ‘Lacy in the Sky’ di cui tempo fa si è parlato su queste colonne.

Danilo Gallo qui è al basso acustico; Ferdinando Faraò alla batteria. Con questo trio siamo in un ambito diverso e lontano da quello del formidabile Eternal Love. Innanzitutto la dimensione è più intima e non solo per un mero fatto di organico: Ottaviano è ormai un sopranista a tempo pieno, e di spiccata originalità, ed a ciò non deve esser estraneo l’intenso rapporto, anche affettivo, che coltiva con Steve Lacy, musicista che tra l’altro molto ha dato a questo paese.

Nel rammentarci i suoi santi, Ottaviano ci ha mostrato un suo cotè più tagliente ed angoloso di quello più lirico che ci mostra in Eternal Love. Potenza della scrittura di Lacy, efficacemente evocata da Ottaviano. Il quale condivide con Steve un’attitudine quantomai rara di questi tempi: quella di saper unire rigore avventuroso e calda comunicativa nel rapporto con il pubblico (ahimè siamo rimasti in pochi a poter cogliere la somiglianza).  E la platea del Bonaventura ha goduto anche di precise introduzioni didattiche ai singoli brani, che hanno ulteriormente evidenziato la profonda conoscenza del mondo di Lacy maturata da Ottaviano.

Il protagonismo del suo sax soprano è stato ben sostenuto dal drumming spumeggiante e fantasioso di Faraò. Sul basso di Gallo incombeva il compito impegnativo di dare un solido fondamento a due partner molto ariosi e creativi: forse un poco di corpo in più non sarebbe guastato, ma il risultato d’insieme è stato comunque brillante.

Una serata che è senz’altro valsa la spedizione nell’hinterland post-industriale milanese, ma che forse avrebbe meritato più evidenza nel cartellone del Festival (non sono frequenti le occasioni di ascoltare Ottaviano ed i suoi alle nostre latitudini).

Dall’album Cleanfeed di quest’estate, qui Gallo mi sembra alla chitarra

Ma torniamo alla Triennale, cuore di JazzMi. Nessuno stupore per il pienone registrato dal primo di due concerti consecutivi del quartetto di Bill Frisell. La formazione è quella di ‘Four’, album uscito nel 2022 per Blue Note. L’ho ripassato prima, ed entro in sala senza particolari aspettative di novità, giusto un’ora di bella musica dispensata da una band di alto livello.

Ed invece il concerto ha sorpreso, è stato tutt’altro. Le languide foschie country che hanno avvolto il Frisell degli ultimi anni si sono completamente dissolte, anche Bill ritorna ad onorare i suoi santi. Che nel caso di specie vanno ricercati nel sé stesso del periodo più innovativo e sperimentale, che emerge di prepotenza nelle nicchie solistiche che si ritaglia con sobrietà, ma anche con perfetto tempismo: non sono un esperto di chitarre, ma ho l’impressione che la ‘hollow body’ imbracciata dal nostro fosse uno strumento piuttosto particolare, con una palpabile estensione verso il registro basso.

Frisell ed i suoi in uno splendido scatto di Leo Ahmed

Inoltre nel lungo set più del grande chitarrista è emerso un sofisticato leader, un regista che agisce tra le quinte di un gruppo quantomai raffinato e capace di intrecci sottili e di colori sfumati e cangianti. La batteria di Jonathan Blake era ‘orizzontale’ non solo per la singolare disposizione del set (tra cui spiccava una ricca serie di piatti di ogni dimensione), ma anche per la contenuta dinamica, cui era preferita l’intensità e la ricchezza di un flusso sottilmente frastagliato che non ha conosciuto un momento di calo per tutto il concerto.

Greg Tardy con il suo sax tenore e soprattutto con il suo affascinante clarinetto è stato decisivo nel dare anima e verità ad un lungo episodio ellingtoniano, durante il quale il quartetto ha dimostrato di saper manovrare una tavolozza di timbri che compete in ricchezza e sensualità con quella del Duke.

Ma il viaggio di Frisell e dei suoi non è stato solo nuances e sottigliezze: per un un lungo tempo tra i diffusi aromi blues si sono nettamente percepiti sulfurei guizzi monkiani, da ultimo sfociati nell’esplicita esposizione di un tema di Thelonious. E qui molto si deve al piano di Gerald Clayton, un poco sacrificato negli assieme per necessità di convivenza con la chitarra di Frisell: nei suoi assoli nitidi e perfettamente costruiti un gioco di pause e di brevi frasi ci ha consegnato un originalissimo Monk ‘stilizzato’, impresa al limite del possibile. Del resto, non per nulla è stato scelto dall’ultimo Charles Lloyd, uno che di grandi pianisti ne ha cresciuti un’intera serie (a cominciare da un Jarrett ancora ben lontano dal diventare divo planetario).

A chiudere in souplesse più di un’ora di sottili tensioni è giunto un Bacharach elegante e lievemente ironico, quasi a dire “sappiamo fare anche questo”. Un pubblico attento e rispettoso dei tempi e delle pause della musica ha potuto finalmente sciogliersi in una prolungata standing ovation che ha costretto Frisell ed i suoi ad uscire nuovamente alla ribalta. Bill ha risposto portandosi ripetutamente la mano sul cuore, ma ahimè niente bis, dopo solo una ventina di  minuti incombeva un altro concerto, “che sarà completamente diverso dal primo”, come annunziato dal Direttore Linzi con aria misteriosamente allusiva.

Insomma, un gruppo assolutamente da ascoltare mettendo tra parentesi l’album del 2022, che scontava senz’altro ancora una certa inclinazione elegiaca dovuta al cono  d’ombra della pandemia. Speriamo che qualcun altro riesca a riportarlo da noi dopo JazzMi, cosa tutt’altro che facile…. Comunque vigilate attentamente, non è detta l’ultima parola. Milton56

Intanto consolatevi con questo: il quartetto a Bratislava pochi giorni prima del concerto milanese. E’ un poco lunghetto, ma vale assolutamente la pena

 

7 Comments

    1. Bontà tua. Purtroppo la clip di Frisell (è un montaggio artigianale di vari brani) non rispecchia del tutto l’atmosfera della serata milanese. Ragione di più per onon fersi scappare i Four al prossimo, sospirato passaggio. Milton56

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  1. Era successo che a cena prima del primo concerto avevo chiesto a Frisell come intendesse approcciare i 2 set.E lui mi aveva risposto che non aveva assolutamente intenzione di ripetere neanche un brano.Detto fatto.Per gli hard core fans,ecco le due scalette consegnatemi al termine della serata.Tenete conto che i musicisti non ne sapevano nulla delle sue intenzioni…

    Milanoset 1

    •Monroe- B Frisell•Blues from before – B Frisell•Conception vessel- Paul Motian•Claud Utley- B Frisell•Isfahan- Billy Strayhorn•Evidence- T Monk•Dog on Roof- B Frisell•What The World Needs Now- Burt Bacharach

    Set 2

    •Dear Old Friend- B Frisell•Birds Mother- Jaki Byard•Song for Hal Willner- B Frisell•Little did we know- B Frisell•Bama Drame- Boubacar Traore•Subconscious Lee- Lee Konitz•Come Sunday -Duke Ellington•Way Out West- Sonny Rollins— encore•People -Julie Styne

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    1. Molte grazie, Luciano. Acc…. non ho riconosciuto ‘Evidence’… Comunque grandi selezioni di brani, purtroppo non dovevo vedere quella del set 2 :-). Di tutti i 4/5 concerti di Frisell ascoltati negli ultimi anni, questo è stato di gran lunga il più affascinante ed all’altezza della fama di Bill… Grazie ancora, aanche a nome dei lettori. Milton56

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    1. Non farmi diventare rosso, ormai via web si vede anche quello. Seriamente, speriamo che sul fronte discografico Frisell riprenda in mano questo quartetto nell’attuale vena che abbiamo visto nei recenti concerti. Tra l’altro Bill ha dietro di sè la Blue Note di Don Was, che dà gran mano libera ai suoi musicisti (a volte anche troppo), come altri suoi colleghi di etichetta dovrebbe approfittarne senza tante timidezze…. Grazie per l’attenzione. Milton56

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