…allora è proprio un vizio, direte voi. Beh, ma stavolta ho vagabondato poco: entrambi gli appuntamenti erano presso il Blue Note Club di Milano.
Questo locale è stato coinvolto sin dall’inizio nel cartellone di JazzMi; a cavallo della pandemia ha cambiato gestione, con una nuova impostazione del servizio in sala e soprattutto della programmazione artistica. A quest’ultimo proposito, devo dire che il cambiamento è stato decisamente per il meglio. Accanto ad appuntamenti di grande richiamo che servono a sostenere una iniziativa privata con notevoli costi di struttura (ha ben 300 posti, e la sua ampiezza e confort spesso suscita la meraviglia di molti jazzmen americani), compaiono sempre più spesso date con formazioni internazionali di jazz di gran livello: basti citare il concerto del trio di Vijay Iyer del 9 ottobre. Date di grande qualità che tra l’altro sono state premiate sempre da una sala piena: speriamo che i ripetuti successi inducano ad osare ancora e di più.
Il ‘nuovo’ Blue Note è diventato quindi a pieno titolo il secondo pilastro del Festival, affiancando JazzMi nelle proposte più impegnative sotto il profilo economico ed organizzativo, indispensabili a fornire un quadro completo del cuore della scena contemporanea, soprattutto americana.

L’esempio più calzante è quello della serata dell’1 novembre con Christian McBride, fuoriclasse assoluto del basso acustico, ma che da qualche anno sta emergendo sempre più come leader di gruppi originali e ben impostati (in JazzMi 2023 abbiamo ammirato il suo New Jawn, un quartetto determinato a raccogliere il testimone del jazz dei tardi anni ’60, quello di Ornette, Dolphy e Rollins: un opportuno ripasso qui).
La serata è stata anche qui all’insegna del pellegrinaggio verso le proprie radici: in questo caso il grande bassista Ray Brown, mentore di McBride, e da ultimo leader del pianista Benny Green e del batterista Gregory Hutchinson. Il tono è stato più lieve rispetto alle precedenti occasioni con Ottaviano e Frisell, prevaleva la gioia di suonare e rievocare: si è trattato di una sorta di concerto- conversazione, in cui ciascuno dei tre musicisti ha portato un suo contributo di conoscenza, sia sulla persona e che sulla musica di Brown.
Una delle cose più belle di Ray, è il 1976, notare i partner
E così abbiamo appreso che oltre ad esser un veterano di tante stagioni del jazz moderno, Ray è stato anche un profondo conoscitore dell’industria musicale (in vista dell’apertura del primo Blue Note di New York i gestori richiesero il suo consiglio, sottolinea con decisione McBride).
Ancora meno ovvia è stata l’evocazione dei talenti di arrangiatore di Brown, che aveva tanto mestiere e creatività da mettere le mani sulle partiture di un vero genio dei ‘charts’ come Neal Hefti. E con questo filo rosso è stato possibile dar continuità ed omogeneità ad una scaletta ricca di standard moderni rivisti dalla penna di Ray, e riproposti con brio e brillantezza dal trio. Su questo versante si è molto distinto il pianismo incisivo e dinamico di Green; la batteria di Hutchinson è stata talmente esuberante da metter un poco in ombra il pur corposo basso di McBride. Strumento che per la bellezza del suono e la sciolta duttilità del fraseggio mi sarebbe piaciuto ascoltare un poco più in evidenza, ma evidentemente il grande McBride è leader democratico e poco geloso della sua incontestabile supremazia. Comunque il tempo vola e si esce con il sorriso sulle labbra, il che non accade poi così spesso.
L’omaggio a Ray Brown, in edizione che vede Karriem Riggins al posto di Hutchinson alla batteria. Anche qui fa capolino Rollins, evidentemente una delle ‘cotte’ di McBride
Diversa l’atmosfera dell’appuntamento con il Tapestry trio di Joe Lovano. Al contrario di quello un po’ d’occasione di McBride, questo combo è cementato da una lunga milizia comune e da ben tre sessioni in studio per ECM a partire dal 2019. Lovano è ormai figura familiare per il pubblico italiano, e lo diventerà ancora di più grazie alla sua attuale direzione artistica di Bergamo Jazz.
Il Tapestry è una creatura delicata la cui musica rarefatta ed ariosa esige totale intesa e dialogo telepatico tra tre musicisti che imprimono ciascuno un volto diverso al trio. Rispetto all’ultimo album ‘Our Daily Bread’, nutrivo soprattutto due curiosità: quella per il piano di Marylin Crispell, e la verifica della capacità del trio di scrollarsi di dosso una certa atmosfera algida della registrazione (siamo pur sempre in casa ECM…).

Il Tapestry in un bello scatto di Bart Babinsky, che ricorda la curiosa passione di Lovano per un assortito set di piccole percussioni, che vanno a competere in sottigliezza con l’inafferrabile drumming di Castaldi
Rari gli assieme dell’intero trio, più frequenti dialoghi a due tra i membri, ed anche finestre di espressione in solo. La chiave di fondo della musica del gruppo è lo spazio che lo abita, e che nel contempo valorizza le sue voci sottili e preziose.
Prima fra tutte quella di Carmen Castaldi, uno dei batteristi più originali e raffinati che abbia mai ascoltato: il suo drumming è una trina sottile e quasi impalpabile, in certi momenti quasi implicita (non ricordo di aver udito la sua grancassa). Una ragnatela però onnipresente e che traccia la segreta riga su cui scrivono in gran libertà Lovano e Crispell: Castaldi porta anche in dote a Tapestry ricche sfumature di volume e di timbro, quasi sempre giocate sui piatti e sui registri più elevati dei tamburi.
Abbiamo poi una gran prova di Lovano, spesso al sax tenore e più sporadicamente al soprano: il nostro è concentratissimo sul suono, lo si capisce subito dal microfono di gran classe che ha davanti e con il quale gioca in avvicinamento ed allontamento per plasmare il volume del suo timbro pastoso e sensuale.
Quella della brava Marylin Crispell sembra la classica ‘vita da mediano’: una lunga carriera, a tratti accidentata ed erratica, ma che ha conosciuto tappe importanti e molto formative (es. la lunga milizia nei piccoli gruppi di Anthony Braxton, lo stretto sodalizio con Gary Peacock e molto altro). La sua fisionomia di accompagnatrice è discreta, ma sempre nettamente avvertibile, non passa mai inosservata per il tocco di instabilità avventurosa che imprime al gruppo: l’amore di lunga data per Cecil Taylor è insopprimibile. Evidentemente Lovano ha la stessa mia stima per la Crispell solista, visti gli ampi spazi personali che le concede: la solidità e spigolosità del suono di ascendenza tayloriana è bilanciata da una evidente inclinazione lirica, oltre che dall’attenzione allo spazio che pervade e valorizza la musica di tutto il trio.
Se nelle prime fasi del concerto prevale la matrice cameristica di un gruppo articolato su maglie larghe (assente però il nitore un po’ raggelato che caratterizza l’ultimo album ECM), nel prosieguo del set la densità della musica cresce, così come l’attenzione allo sviluppo tematico, sia per Crispell che per Lovano. Anzi, in quest’ultimo alla fine sembra di cogliere qualche accento coltraniano, naturalmente più sul timbro e sulla pronunzia che sull’intensità del fraseggio.
Un pubblico attento e rispettoso delle esigenze della musica (anche questa una piacevole novità del nuovo corso Blue Note) alla fine viene premiato con un bis, un ‘Lady Day’ significativamente pescato dal vasto book di Wayne Shorter, ormai avviato a far compagnia a Gershwin, Porter, Ellington, Mingus e Monk sui leggii dei jazzmen di oggi. Mettetevi in agenda anche il Tapestry trio….. Milton56
Il Tapestry a Madrid, qualche giorno dopo il concerto milanese: mettiamo tra parentesi la parte video decisamente amatoriale, quella musicale rispeccchia abbastanza bene l’amosfera della serata al Blue Note
