Il Deer Head Inn è un albergo locanda situato ai confini del Parco Nazionale del Delaware Water Gap, nello stato della Pennsylvania. I suggestivi panorami offerti dalla montagne Pocono e dal vicino lago Delaware offrono una cornice ideale per un soggiorno a contatto con la natura e per chi intenda avventurarsi sui sentieri della catena degli Appalachi. Dieci camere ed un menu ricco di invitanti piatti locali ed ampia scelta di bevande.
Se iniziate a pensare di avere sbagliato sito e di trovarvi su Tripadvisor, niente paura. Il locale, costruito a metà degli anni ’80 del novecento, è divenuto famoso, fin dal 1950, per la sua reputazione di venue dedicata al jazz, con un pianista residente, John Coates js, e frequenti concerti di illustri ospiti invitati a suonare nella amena località. La lista è lunghissima, parte da Al Cohn e Zoot Sims, ed attraverso Stan Getz, Phil Woods, Dave Leibman arriva a protagonisti del jazz attuale come Pat Metheny, Fred Hersch e Bill Charlap. Al Deer Head sono stati registrati inoltre diversi concerti divenuti poi dischi più o meno famosi.

Uno che rientra nella prima categoria è stato registrato nel 1992 dal trio di Keith Jarrett con Gary Peacock al contrabbasso e Paul Motian alla batteria, ed è stato pubblicato dalla Ecm due anni dopo con il titolo autoesplicativo “At the deer head inn”. La principale curiosità suscitata da quella registrazione era il ritorno in formazione di Paul Motian, membro, con Charlie Haden e Dawey Redman, del quartetto americano di Jarrett fino al 1977, sullo sgabello normalmente occupato in quel periodo da Jack De Johnette, che formava con Jarret e Peacock il celebratissimo gruppo comunemente definito Standards trio. Per Jarrett il concerto al Deer Head era un’occasione per ritornare ad un passato remoto, quando sedicenne spesso si esibiva proprio in quel locale suonando prima la batteria e poi il pianoforte, manifestando già in nuce le doti che lo avrebbero di lì a poco lanciato nella carriera che tutti conosciamo, propiziata dalla necessità di dare una mano ad una raccolta fondi che supportava le spese necessarie per la conduzione dell’albergo.

Alla fine del lungo preambolo possiamo dire che, finalmente, l’intera serata è disponibile per l’ascolto di tutti grazie alla recente pubblicazione del cd ECM “The old Country” che completa le sette tracce pubblicate nel 1992 con altre otto presentate qui per la prima volta.
La possibilità di ascoltare l’intera performance proietta in una luce nuova anche il disco del 1992, generalmente considerato un episodio minore della discografia di Jarrett. In un clima rilassato e davanti ad un’audience familiare con la storia del pianista e ben disposta a sottolineare con entusiasmo la performance, riprese vita, quella sera del 16 settembre 1992 nella sala concerti del Deer Head Inn, in una veste particolarmente riuscita, la formula magica che attraversa nei decenni la storia del jazz statunitense: prendere alcuni evergreens dal songbook nazionale e trasformarli in veicoli per uno scambio creativo estemporaneo. Una pratica condotta ai massimi livelli di raffinata espressività da Bill Evans che Jarrett, in quel periodo, aveva sposato totalmente, consacrando a quel repertorio il suo principale canale espressivo collettivo. Lo show esalta le capacità esplorative del trio, con Jarret che spesso sottolinea il suo freseggio al piano con i noti vocalizzi, Peacock perno ritmico ed insieme solista raffinato, ed il drumming etereo di Motian che conferisce ulteriore levità all’insieme.
Come nella prima parte del concerto, che vantava “Solar” di Davis e “Chandra” di Jaki Byard, le composizioni di autori jazz sono due : la title track di Nat Adderley, una melodia di quelle sentite mille volte che fornisce il pretesto ad una estesa improvvisazione in calando nella quale rieccheggiano schegge di blues, ed una “Straight, no chaser” di Monk che liquida sbrigativamente il tema per diventare una fucina di groove alimentata dalle continue invenzioni del leader. Il brano di Monk segue una versione di “I fall in love too easily” affrontata con la solennità ed il pudore di una “Silence” di Charlie Haden, una lunga introduzione del solo pianoforte prima del tema proposto centellinando le sequenze di note in un afflato lirico che coinvolge anche un estatico solo di Peacock. Se ha senso stilare una classifica delle più belle versioni, mi sentirei di candidare questa per il podio.
La scaletta comprende anche una distesa versione di “Someday my prince will come”, una “Golden earrings” condotta dal solido walking di Peacock e con i breaks essenziali di Motian, il Cole Porter di “All of you”, introdotta dalle tinte astratte del pianoforte, e si chiude nel tono crepuscolare della “How long has this been going’ on” di George Gerswhin. Ma le parole iniziano a scarseggiare per descrivere un disco che è un puro atto di amore per la musica e non a caso inizia dalla programmatica “Everything i love” per offrire agli ascoltatori, anche a quelli che oltre trenta anni dopo presenziano virtualmente allo spettacolo del Deer Head Inn, un invito a condividere il sentimento dei musicisti.
