50 anni nello Spazio Interstellare/Cyber swing

Per la rubrica Cyber Swing oggi parliamo di una pietra miliare della musica jazz, e lo facciamo prendendo un articolo scritto da un giornalista e critico brasiliano, Fabricio Vieira nella mia traduzione in italiano. Buona lettura e buon ascolto.

Nel settembre del 1974, sette anni dopo la morte di John Coltrane (1926-1967), la Impulse pubblicò una registrazione inedita, Interstellar Space . Quel disco conteneva una session tenutasi il 22 febbraio 1967 e non si trattava solo di musica inedita: c’era lì, in letargo da anni, un universo sonoro tutto nuovo. Molte cose erano cambiate nella scena jazz dalla dipartita di Coltrane. Il jazz era dominato dalla fusion, con i suoi principali musicisti che diventarono davvero grandi nomi, attirando l’attenzione anche dei giovani rocker. Il free jazz aveva perso molto del suo spazio e del suo splendore, ormai in parte dimenticato. Se ad un certo punto degli anni ’60 il free jazz aveva avuto una importanza maggiore, nei 70′ era tornato nell’underground. Dopo la fuga dei musicisti in Europa all’inizio del decennio, New York avrebbe presto visto la nascita della scena loft. E in questo scenario, Impulse ha deciso di pubblicare una delle più grandi opere del free jazz. Dato il peso intrinseco di Coltrane e Impulse, è difficile non rimpiangere l’ errore di tempistica della casa discografica e immaginare che il suo impatto avrebbe potuto essere più clamoroso se pubblicato immediatamente, al momento della sua registrazione.

Verso la fine del 1965 Coltrane era entrato una volta per tutte in una nuova fase della sua carriera artistica . Il suo gruppo da quartetto diventò poi un quintetto, con Pharoah Sanders, Alice Coltrane, Jimmy Garrison e 
Rashied Ali . Il 1966 fu caratterizzato maggiormente dalle esibizioni dal vivo, incluso un tour senza precedenti in Giappone. Il 1967 invece vide sostanzialmente registrazioni in studio. Con il progredire della malattia che lo avrebbe ucciso, Trane praticamente eliminò i suoi impegni dalla fine del 1966 (annullò addirittura una tournée europea prevista per novembre). Ma le sue idee e i suoi progetti non si sono fermati. Fu in questo contesto che fissò una sessione per il 22 febbraio 1967 al Van Gelder Recordings Studio, nel New Jersey. Rashied Ali ricevette una telefonata che lo convocava alla seduta e, nel giorno stabilito, fu il primo a presentarsi in studio. Non sapeva cosa avrebbero fatto quel giorno (il quartetto, senza Sanders, aveva registrato nello stesso luogo una settimana prima). Dopo un po’ apparve Coltrane, proprio lui. Il batterista chiede degli altri , ma Coltrane dice che questa volta saranno solo loro due, solo sassofono e batteria. Coltrane porta con sé il sax tenore e alcune campane . ” Non avevamo mai suonato in quel modo prima, una cosa tutta solo noi due, senza pianoforte e basso “, avrebbe detto Ali della sessione. “ 
Non abbiamo discusso affatto in anticipo di cosa avrebbe potuto avere in mente (…). Diceva che voleva entrare e uscire dal tempo, poi darmi un po’ di melodia e cominciavamo. Suonava la melodia e iniziava la sua improvvisazione, e io gli rispondevo con lunghe rullate, droni e cose che erano tanto suoni quanto ritmi. “

John Coltrane’s last band in the recording studio, 1966. Trane in front, Pharoah Sanders with flute and tenor sax, Rashied Ali way in the back on drums, Jimmy Garrison on bass, Alice Coltrane at the piano

A testimonianza di quella giornata rimarranno circa 55 minuti di musica fresca, una combinazione di idee mai sentite prima, divise in sei tracce: Mars , Venus , Saturn , Jupiter (due versioni) e Leo .

I pezzi si aprono e si chiudono con Trane che suona le campane (tranne Saturno) e Ali alla batteria, che promuove la coesione del suono, dà una linea sequenziale al materiale registrato – un’eccezione all’unicità della sessione, avendo l’apparenza di un bonus, è ” Leo”. Si trattava di un pezzo su cui il sassofonista stava lavorando da tempo, apparendo in diverse registrazioni dal vivo dopo essere stato registrato in studio per la prima volta nel febbraio 1966. Leo e la seconda versione di Jupiter (o “Jupiter Variation”) sarebbero rimasti fuori dall’LP originale, ma vennero recuperati nella versione su CD pubblicata negli anni ’90. Anche se può sembrare così, Interstellar Space non parla di libera improvvisazione in senso stretto . Forse per Ali, sì, ma Coltrane aveva delle idee in mente, frammenti melodici, un’idea generale per la sessione, ma nulla che potesse offuscare la fondamentale spontaneità di quella registrazione – vale la pena ricordare che “Venus” era stata registrata dal quartetto una settimana prima, il 15 febbraio, successivamente pubblicato con il titolo “Stellar Regions”. I temi registrati quel giorno avrebbero avuto il nome dei pianeti, e non a caso: c’era tutto un immaginario in gioco attorno a quella sessione. Coltrane non ebbe il tempo di vedere l’album finito, né di parlarne. Ma resta inteso che vedeva quella seduta come una nuova suite, qualcosa che potesse essere l’erede di “A Love Supreme” o “Meditations”. La concezione dell’album diventa più chiara nell’edizione originale in vinile, dove troviamo i sottotitoli rivelatori dei brani, che danno un’idea della vibrazione di ciascuno (rimossi, chissà perché, dalla ristampa in CD del 2000). Alcune prime edizioni su CD negli anni ’90 hanno fatto un’altra stupidaggine: hanno rimescolato l’ordine dei brani, mettendo Leo come seconda traccia!); sull’etichetta originale dell’LP e sulla sua copertina interna si legge:

Side A

Mars: fourth from the Sun; battlefiled os the cosmic giants 

Venus: second from the Sun; love

Side B

Jupiter: fifth from the Sun; supreme wisdow

Saturn: sixth from the Sun; joy

Se è dotato di un’energia vitale, pulsante e latente, con alcuni dei duelli tra sax e batteria più scintillanti della storia, Interstellar Space è legato anche a quell’aura spirituale che ha segnato molti dei progetti di Coltrane da A Love Supreme in poi (sonicamente, più esplicita in Venere , che ha l’Amore nel sottotitolo, e nell’uso rituale delle campane). L’album rappresenta una pietra miliare nella storia del free jazz, quasi inaugurando una sottocategoria del genere: da allora molti sassofonisti hanno iniziato a registrare duetti con batteristi. Coltrane aveva già testato il formato, ma non in modo sistematico: ricordiamo il brano “Vigil”, che registrò nel giugno 1965 in duo con Elvin Jones. 
Interstellar Space inaugurò, infatti, l’era dei duetti sax e batteria. Ascoltare questo album oggi, cinque decenni dopo la sua prima pubblicazione (cioè 50 anni dopo che le persone hanno avuto l’opportunità di ascoltare questo gioiello per la prima volta), significa riscoprire la freschezza delle idee e l’energia pulsante che emana dall’universo del free jazz . Basta spegnere le luci e accendere il disco.   

Fonte: http://www.freeformfreejazz.org/2024/11/interstellar-space-5-decadas-de-um.html


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