Le percussioni metalliche di Andy Pupato costruiscono un riff adagiato sugli sfondi delle tastiere di Fabio Anile e del basso di Colin Edwin. I piatti e le pelli di Yogev Gabay iniziano a definire una scansione ritmica sulla quale planano le chitarre liquide di Stephan Thelen e Jon Durant. Inizia così “Uneven” la prima traccia del secondo cd del Fractal Sextet diretto dal chitarrista svizzero, già leader dei minimalisti Sonar, che segna l’ atteso ritorno alle pubblicazioni dell’etichetta londinese RareNoise, uno dei più solidi presidi delle musiche senza confine del nuovo millennio, dopo due anni sabbatici. Il brano prosegue affastellando in una trama ricca di sotterranea tensione, sonorità ambientali e ritmiche tribali, sfociando in una serie di breaks ipercinetici della batteria. Ma è solo un preludio parziale a quello che verrà dopo, sei lunghi brani che rappresentano la più avanzata applicazione ad una forma collettiva delle teorie e sperimentazioni praticate da Thelen nei suoi quattro album di “fractal guitar”, ed insieme un’ ipotesi credibile di musica per un presente progressivo, nella quale elementi strutturali tipici del substrato prog rock sono inseriti in un contesto che favorisce l’improvvisazione e la creazione collettiva. E’ soprattutto quella del ritmo, o meglio dei poliritmi, l’idea cardine di questa musica, declinata grazie alle capacità ed alla duttilità del duo Gabay/Pupato. “È un album molto poliritmico”, afferma Thelen. In effetti, non solo abbraccia le fantasie metriche dei precedenti progetti Fractal, ma spesso le raddoppia: ‘Flight of the Phoenix’ è in 7/4 con molte melodie ‘frattali’ in 3/8, 5/8, 7/8 e 15/8. In “Ladder To The Stars” il riff di base è in 11/8, mentre i veloci pattern di organo/chitarra/Mini Moog sono in 7/8 e 10/8. “My Secret Place” è follemente poliritmico – 9 contro 7 e molte altre firme temporali. Persino Yogev ha dovuto fare un paio di prove prima di azzeccarla”.
L’insieme, come già si intravedeva nella prima prova del sestetto pubblicata due anni fa, contempera questa attitudine, portato delle esperienze precedenti del chitarrista, con l’anima melodica ed immaginifica delle tastiere di Anile, del basso infinito, alla Mick Karn, dell’ex Porcupine Tree Edwin, della chitarra ambientale di Jon Durant. Un processo non semplice da governare per il quale Thelen sembra assumere il ruolo di regia, disciplinando le tessere che, per accumulazione, vanno a comporre il mosaico complessivo. Scopriamo quindi una “Sky full of hope“, il brano più accattivante, costruita anche ritmicamente sui delays delle chitarre e ricca di figure vintage come l’assolo di mini moog o il solo floydiano della chitarra, “Flight Of The Phoenix”, che si sviluppa sulle iterative e vorticose sonorità disegnate dalle tastiere, in simbiosi con la chitarra elettrica di Thelen memore di quella di Robert Fripp, “Ladder to the stars”, un’ estesa esplorazione di abissi nei quali risuonano echi ed ombre che gradualmente, combinando l’ostinato lavoro di basso e batteria ed il ruolo delle tastiere elettroniche, assume una sembianza ritmica spiraliforme, aprendosi verso una dimensione materica nella parte collettiva marcata dalle pennate funky delle chitarre. Nuvole elettroniche e rintocchi del pianoforte popolano il panorama iniziale di “My secret place“, presto surriscaldato dalle stilettate elettriche delle chitarre e sigillato da un ribollere conclusivo delle percussioni, mentre “Four hands” è ammantata da un fitto mantello elettronico, con i synths in volo libero prima che tutto si coaguli in una dialettica fra stasi ed accellerazioni per concludersi nel minimale dialogo fra percussioni e tastiere. Il remix di “Ladder to the stars” sembra un reperto di laboratorio del brano, riportato al suo scheletro ritmico essenziale tramite un procedimento che richiama tecniche dub, utile vademecum per approfondire le modalità di funzionamento di questa fantascientifica, affascinante avventura sonora.
