CONSIDERAZIONI DI UN IMPOLITICO – LUSH LIVES

…no, quella di Billy fu tutt’altro che ‘lush’

Da qualche tempo si susseguono le notizie della scomparsa di grandi figure del jazz che nella loro giornata terrena sono arrivate a sfiorare il secolo.

Nel piccolo mondo del jazz (e qui ci si riferisce soprattutto al pubblico degli appassionati) ovviamente si levano accorate e malinconiche parole di cordoglio, reazione del tutto comprensibile sul piano della solidarietà umana. In molti casi, si intravede un certo sgomento per quello che viene percepito come il crepuscolo di un’era, ma questo è un altro discorso.

Chiusa la parentesi di abbandono sentimentale, forse è però il caso di formulare a mente fredda qualche considerazione un poco più lucida e razionale.

Prima di tutto, il fatto che qualcuno doppi il capo dei novant’anni, e spesso pure in condizione di ragionevole forma fisica e talvolta addirittura di persistente produttività intellettuale ed artistica, è fatto del tutto nuovo nella storia della musica jazz. La quale spesso e sino a tempi piuttosto recenti si è lasciata alle spalle una lunga serie di morti precoci, spesso precedute da drammatiche vicende di emarginazione sociale e talvolta di vera morte civile. E’ un cambiamento di non poco conto, direi quasi rivoluzionario: dal punto di vista sociale, il jazz sembra avviarsi a diventare una ‘musica normale’, quantomeno per la generazione di questi riconosciuti senatori. Qualcuno forse si dorrà del dissolversi di quella aura romanticamente ‘maudit’ che tanta parte ha avuto nella seduttività del jazz, ma state pur sicuri che questi nostalgici andranno ricercati più che altro tra le fila del pubblico, e non certo tra quelle dei musicisti.

Martial Solal e Johnni Griffin insieme, per la colonna sonora di ‘A bout de souffle’, ‘Fino all’ultimo respiro’. Un film girato per strada con una macchina a 16 millimetri con cui Jean Luc Godard diede una scossa alla storia del cinema. Una scossa che vibra ancora oggi

E poi diciamocelo, la generazione degli anni ’20 del secolo scorso ha avuto l’opportunità di vivere una grande avventura. La sua infanzia e la prima adolescenza si è nutrita degli ultimi fuochi del grande jazz classico e del trionfo popolare delle grandi orchestre dell’Era Swing, vere testimonial della tenace ed ottimistica rinascita del New Deal roosveltiano, che oltre a costellare l’America di colossali opere pubbliche mise in campo un’altrettanto gigantesca mobilitazione di energie intellettuali ed artistiche. Hanno avuto la possibilità di formarsi nell’eccitante stagione del bebop, che fece uscire il jazz dal ghetto delle musiche di intrattenimento aprendo vaste praterie di libertà di espressione ad una generazione di musicisti ormai tecnicamente acculturata. Gli anni delle lotte per i diritti civili resero esplicita la loro leadership intellettuale ed estetica della comunità afroamericana, accreditandoli nel contempo presso i settori più aperti e dialoganti dell’establishment USA. Negli anni successivi per molti di loro si sono aperte le porte di università prestigiose in cui hanno potuto selezionare ed affinare i talenti delle generazioni successive. Qualcuno di loro ha addirittura raggiunto insperate posizioni dirigenziali nell’industria musicale. Ed in genere la loro maturità e vecchiaia è scorsa serenamente in uno status sociale ed economico di agio e tranquillità del tutto ignoti ai loro padri e fratelli maggiori. Agio e tranquillità che ormai stanno ormai ridiventando un miraggio per i loro figli e nipoti di oggi….

Quincy Jones fu il primo nero ad esser chiamato alla vicepresidenza della Mercury, una delle più sofisticate label americane dei ’50 e ’60. Qualcuno disse che così si era allontanato dal mondo del jazz: nel 1969 per tutta risposta rientrò in studio per un altro affascinante progetto orchestrale, ‘Walkin in Space’. Al passo con i tempi, non solo nel titolo. Senza nemmweno alzare un dito si ritrovò in sala di registrazione Freddie Hubbard, Jay Jay Johnson, Kai Winding e Roland Kirk. Tra le altre cose ne uscì questo elegante ‘Killer Joe’, che molti ritengono più definitivo dell’originale di Benny Golson, altro grande vecchio del jazz. Tra le mille altre imprese, ad ottant’anni suonati da un pezzo Quincy ha creato la prima web TV interamente dedicata al jazz ..puirtroppo per soli cugini yankee  

Hanno vissuto in anni in cui quella del jazz era una comunità fortemente coesa, anche dal punto di vista fisico e geografico: e questo era un gran vantaggio in termini di sviluppo artistico e di circolazione delle idee (per tacere delle opportunità professionali). Ora la scena jazzistica è infinitamente più frazionata e parcellizzata, i debutti sono molto più faticosi e rischiosi, molto spesso si tenta di creare perlopiù nella solitudine di una stanza, lontano da un vitale rapporto con un ampio humus di colleghi musicisti di formazione ed estrazione diversa. E soprattutto lontano da un pubblico anche piccolo, magari raccolto intorno ad un palco umile ed un poco improvvisato. E tutti questi minus si sentono non poco nella musica che si fa oggi, soprattutto in quella delle generazioni più giovani.  

1958, il celebre scatto di Art Kane. Era ancora possibile metter insieme una gran pezzo della storia del jazz su un marciapiede di Harlem. Non senza cimentarsi nell’ardua impresa di tirarlo giù dal letto di mattina e soprattutto di venir a patti con gli implacabili scugnizzi immortalati in prima fila….

Hanno beneficiato di tempi in cui tutto era più facile nella fruizione e diffusione della musica: bastava un ambiente alla buona, un bar abbastanza capiente, al limite una cantina non troppo inospitale ed un gestore con un poco di fiuto e la capacità di calamitare il pubblico giusto. Cose che nel nostro oggi burocratizzato, strutturato e professionalizzato non sono più possibili, se non mettendo in campo risorse finanziarie ed organizzative che poi fatalmente finiscono per incidere sulle proposte musicali.

Il periodo della loro maturità è poi coinciso con l’età dell’oro dell’industria discografica, che offriva sbocchi di mercato tanto ampii da consentire la coesistenza delle grandi majors con etichette più garibaldine ed avventurose, che spesso e volentieri hanno fatto da talent scout ed apripista per le prime. Ozioso fare confronti con la situazione odierna, quasi agonica: ed il mondo del jazz vive in simbiosi con quello della discografia, in questa musica il disco è l’opera. Ed i dischi destinati a restare, quelli che segnano il cammino di questa musica richiedono una professionalità ed un autentico talento nella produzione, che allora c’erano con una certa larghezza, mentre oggi sono molto più rare e circoscritte a scale e dimensioni molto ridotte.

Nelle loro carriere più che cinquantennali hanno avuto la possibilità di vedere affacciarsi nuove generazioni, spesso da loro influenzate: e molti di loro non hanno esitato a mescolarsi con i loro proseliti più giovani generando una sincronicità di stili e scuole che è una caratteristica pressochè unica del jazz. Si pensi al primo Coltrane che guardava a Dexter Gordon, il quale ascoltato il Trane più maturo ne fu a sua volta influenzato… un bel circolo virtuoso, non c’è che dire. Dissolto quell’ambito comunitario di cui si è discorso più sopra, la scena odierna del jazz è invece molto più compartimentata, soprattutto qui in Europa.

1962. Roy Haynes è uno che ha debuttato con Lester Young e Charlie Parker, Qui si porta in studio il classico Tommy Flanagan (che due anni prima però era in ‘Giant Steps’ di Coltrane), l’ancora rovente reduce mingusiano Roland Kirk ed una colonna della New Thing come Henry Grimes. Ne esce un disco epocale, partorito dalla Impulse, l’etichetta con il punto esclamativo: in pochi anni scrisse un intero capitolo della storia del jazz moderno, ‘The new wave in jazz” come la chiamavano loro (niente di nuovo sotto il sole, come si può ben vedere ;-)). Ah, averne una così oggi….

Insomma, i loro colleghi di oggi hanno molto, direi tutto da individiare ai grandi vecchi che ora ci hanno serenamente lasciato. Grandi vecchi per i quali la vita non poteva ridursi a staccar fogli da un calendario, ma aveva un senso solo se riempita dalla musica vissuta. Si pensi all’ultimo dei Mohicani, il grandissimo Sonny Rollins: da quando salute ed età estrema lo hanno allontanato dai palchi ha puramente e semplicemente smesso anche di ascoltare musica: “se non posso far più la mia, che senso ha ascoltare l’altra?” affermò pacatamente tempo fa.

I nostri nonagenari hanno avuto vite belle, piene e snodatesi in tempi eccitanti e stimolanti, in cui spesso tutto sembrava possibile ed a portata di mano. Il modo migliore di averli vicini è quello di continuare ad ascoltare la loro musica, anche le loro cose ultime, spesso guardate con un poco di sufficienza sotto l’influsso del consumismo nuovistico: il loro sguardo carico di esperienza e passato è invece prezioso per mettere un poco in prospettiva questo nostro caotico ed un po’ sterile presente. E’ anche un modo per farci lambire dal riflesso luminoso delle loro ‘lush lives’, le loro belle vite. Milton56

Ancora la favolosa combine Godard/Solal/Griffin nel finale di ‘A bout de souffle’. L’agonia più antiretorica della storia del cinema, con la sardonica battuta finale di Belmondo che la traditrice Seberg non capisce nemmeno per via dei suoi soliti imbarazzi linguistici. I francofoni apprezzerano :-). Occhio alla musica

 

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