Ad ogni selezione, il distillato appropriato 🙂
Arrivo buon ultimo con la mia lista di fine anno. Qualche malizioso detrattore insinuerà che l’ho fatto per farmi notare, per creare una sorta di effetto suspence intorno alle mie scelte. Troppo buoni, mi sopravalutate: il punto è che la lista non si materializzava proprio.
Vi risparmio la pensosa lamentazione sul redattore che annaspa alla ricerca di un criterio, di un filo conduttore a cui aggrapparsi: pezzo di repertorio ormai scadutello anzichenò, buono per far compagnia alle infinite repliche di RaiStoria che partono già quando i titoli di testa della prima non sono ancora del tutto scorsi.
La lista del best di fine anno voi ve la aspettate, è quindi si tratta di un servizio al pubblico dovuto dal redattore, al pari delle recensioni.
Il Nanni Moretti de ‘Il Sol dell’Avvenire’ alle prese con un kombinat della serialità ed i suoi apparatchik…. Come lo capisco…
Ciò non toglie che arrivare al ‘what the fuck’ jazzistico 2024 è stato un parto travagliato, direi cesareo. Anche perché l’unico criterio scelto è stato quello dell’emozione e della passione. Non aspettatevi quindi scelte esoteriche (non sono di quelli che compulsano liste altrui per sfoderare opzioni peregrine che servano a sgomitare nella ridda dei ‘best’) e nemmeno sconvolgenti novità: i miei gusti ed inclinazioni sono ben noti ai quattro lettori che ci seguono da tempo e si sono già manifestati con posts precedenti.
Direte voi: “allora la situazione è grigia….”. Paradossalmente no: ho sentito molta musica emozionante, anzi spesso entusiasmante, ma sui palchi dei concerti. E purtroppo poco o nulla di tutto questo ha trovato rappresentazione discografica: il problema è serio, ma a presepe ancora aperto non è il caso di risvegliare l’Impolitico che ha già sfornato una filippica in materia.
Attacchiamo con l’hit parade, allora, con l’unica avvertenza che le emozioni più grandi arrivano da lontano, dal passato….
McCoy Tyner/Joe Henderson – ‘Forces of Nature – Live at Slug’s’ (Blue Note). Sì lo so, non sono originale, sono prevedibile etc. Ma questo rovente reperto del 1966 non ha paragoni nella scena odierna: il jazz come pratica artigianale, il risultato estetico folgorante frutto del lavorio quotidiano e della creatività del collettivo che ne nasce. Un modello anche per l’oggi, e di quelli con cui è arduo cimentarsi
Charles Tolliver Music Inc. – Live at Captain’s Cabin (Reel to Real – Cellar Records). “Allora è proprio un vizio”, direte voi… Ebbene sì, non riesco a fare a meno della musica di fuoco, di quella di carne e sangue, nella quale il musicista mette la lucidità dell’arte al servizio dell’espressione e della comunicazione. Questo ‘Truth’ ci dimostra come anche nel fuoco si può trovare bellezza e poesia. Nota bene: anche questa è musica che nasce in tempi difficili e problematici, come si è detto qualche giorno fa. Basta questo a renderla più che mai d’attualità
JD Allen – The Dark, the Light, the Grey and the Colourful (Savant). Raffreddiamo un poco l’atmosfera con un disco notturno, quasi scolpito nel silenzio. JD Allen è un musicista che qui amiamo sin da tempi non sospetti, e continuiamo a seguirlo nonostante la sua assenza dalle scene nostrane (è colpa sua) e l’inesistente distribuzione dei suoi album, fedelmente riproposti sempre nel catalogo dell’ottima Savant, del tutto ignorata in Italia insieme alla sorella HighNote. Lo trovate in streaming
Gato Barbieri – Standards Lost and Found 1 (Red Records). E torniamo al passato che brucia ancora. Qui non siamo né a New York, né in Canada: è un’imprecisata primavera romana del 1968, quando l’Urbe era ancora uno dei quattro angoli del mondo in cui si andava per creare. E per seminare…. guardate i sidemen… Un altro tesoro dissepolto da Red Records, i ‘dischi rossi’ stanno veramente tornando…..
Franco d’Andrea Trio – Something Bluesy and More (Parco della Musica). Siamo di nuovo nel presente, ma in uno che si volta verso le sue radici più profonde. E le condivide con le generazioni più giovani, in un intenso passaggio di testimone. Un trio combinato in cielo, che continua a crescere sul palco: il loro concerto del 21 dicembre scorso a Ferrara è stato una delle più intense occasioni live di cui vi parlavo in premessa. Si annunziano altre loro date nei prossimi mesi: se a tiro, non fateveli scappare per nessuna ragione al mondo
Nexus Plays Dolphy – Red Records. I Nexus sono una sorta di Jazz Messengers italiani: i componenti possono ruotare (ed anche quelli che ne escono mantengono una fisionomia precisa e ben riconoscibile), ma l’identità di gruppo ed il suo spirito sfidano i decenni che hanno sulle spalle. Dopo vari altri pellegrinaggi presso altri loro santi, i Nexus battono alla porta dell’ultimo: uno ‘che non suda’, ma al contrario fa sudare, e freddo anche, Eric Dolphy. A rendere prezioso questo album già basterebbe il solo fatto di essersi cimentati con un sesto grado superiore del jazz: averlo fatto con personalità e scioltezza fa del disco un ‘must’ senza se e senza ma. Infine, una menzione speciale discografica: è una nuova produzione Red, perfettamente in linea con quelle degli anni d’oro della label. Avanti così, ne aspettiamo altri di album come questi; anche in Italia c’è materia (scavando bene e scansando ovvietà che sanno di marketing, però)
Alessandro Lanzoni Trio + Francesco Cafiso – Reverse Motion (Jam/UnJam, distribuzione Universal Italia) . Il collega Pepe mi ha proditoriamente soffiato ‘Bouncin’ with Bud’, un album insieme rigoroso e dal fascino sorprendente. Per fortuna Alessandro Lanzoni è uno che lavora molto: il ‘tre più uno’ di questo album ha battuto in lungo ed in largo l’Italia jazzistica del 2024. Ed i risultati si vedono: manderei in soffitta senza tante cautele il ‘tre più uno’, qui siamo ormai davanti ad un quartetto fatto e finito, di grande personalità ed eleganza, e soprattutto di perfetta coesione ed amalgama. In una parola, una perla rara nel panorama italiano, spesso futilmente caleidoscopico. Quanto a Lanzoni, siamo di fronte ad uno dei pochissimi jazzman purosangue nostrani, bastano solo due sue note in fila per capirlo, in questo è come il Brad Mehldau dei momenti migliori e più intensi. Il Francesco Cafiso che si è scrollato di dosso la camicia di forza dell’ipervirtuoso ha trovato qui la sua vera casa: le sue sommesse, ma meditate audacie danno un’impronta decisiva al quartetto. Aggiungiamoci le sottigliezze della raffinata coppia Morello & Bortone ed abbiamo finalmente una combo di young cats italiani di indiscusso livello internazionale. Anche qui aspettiamo il seguito.
Come di consueto, chiudiamo in bellezza (e leggerezza) con una clip video. Quella che segue potrebbe rappresentare una sorta di menzione speciale, una cosa tipo il premio della Quinzaine des Realisateurs del Festival di Cannes. Abbiamo parlato della deprimente situazione del mercato del disco, ma quando dopo cinquant’anni di album di tutte le fatture scarti un piccolo cd e ti scappa un ‘Ohh…’ di meraviglia, vuol dire che finalmente hai in mano un oggetto speciale. Un disco veramente fatto con amore, come ho già detto in commento alla sua recensione. Quanto alla musica, è un altro ‘ritorno al futuro’; l’oggetto magico è questo:

bellissima playlist, ineccepibile e molto armonica nel suo insieme. Grazie mille
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Grazie anche per avere segnalato JD Allen, devo recuperare quest’ultima fatica elettronica. Per vederlo dal vivo toccherà fare un salto in Catalunya…
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Direi che quest’ultimo di JD sia essenzialmente un album acustico, diversamente dal precedente. Tra l’altro questo favorisce una sua proposta dal vivo, ma sembra che il nostro abbia la vocazione dell’anacoreta. C’è qualcun che si sta sforzando di contattarlo per portarlo in Italia, ma l’impresa sembra ardua. Aggiungiamoci anche l’irreperibilitá dei suoi dischi (siamo abituati alle defaillance di importatori che hanno in catalogo tutto il possibile, ma solo sulla carta… più grave è la disattenzione di negozi online in passato ben forniti ed attenti all’attualità) ed abbiamo una figura quasi fantasmatica, un vero peccato… Milton56
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