I misteri di “Out to lunch”

Nella mia carriera di ascoltatore, pochi capolavori della storia del jazz si sono rivelati così enigmatici come “Out to lunch” , l’opera di Eric Dolphy registrata nel febbraio 1964 negli studi di Rudy Van Gelden con il quartetto composto da Freddie Hubbard, Bobby Hutcherson, Richard Davis e Tony Williams e pubblicato dalla Blue Note quattro mesi dopo la morte del suo autore, a soli 36 anni,.

Collocato nel cassetto del lettore cd dopo alcuni anni, per circostanze che illustrerò fra poco, confidando nei benefici della maturità degli ascolti, ho riscoperto una musica incredibilmente originale ed unica – oggi, e figuriamoci per l’epoca della sua creazione – non così inaccessibile come ricordassi, ma soprattutto sostenuta da un progetto sonoro chiaramente individuabile. Composizioni autografe la cui natura inafferabile ed indefinibile ha prodotto teorie circa il dualismo di Dolphy, detentore ed al tempo stesso sovvertitore dei canoni hard bop,anche in virtù delle collaborazioni pregresse negli ambiti sia della tradizione che dell’ avanguardia, ed alimentato aloni leggendari sulle modalità di esecuzione, a lungo ritenute affidate ad una session totalmente improvvisata, messi oggi in discussione dal recente ritrovamento di alcune alternate takes pubblicate in Giappone.

I recenti più avveduti approcci con “Out to lunch” mi hanno consentito poi di mettere a fuoco almeno due elementi.

Il primo riguarda l’influenza sul polistrumentista di Los Angeles, esercitata da Thelonius Monk. Evidente nell’affettuosa dedica iniziale di “Hat and beard“, cappello e barba, due tratti caratteristici di Monk, ma ancor più nelle parti tematiche angolari e sghembe dello stesso brano, che affronta ripetuti precipizi e risalite, nei rintocchi del vibrafono della title track che spezzano magnificamente la elaborata declamazione dei fiati, nel procedere “storto” della conclusiva “Straight up and down” che lo stesso autore paragonava alla camminata di un uomo ubriaco. Dolphy moltiplica l’effetto straniante del materiale tematico con il proprio stile negli assoli al clarinetto basso, aggrovigliato e contorto quello su “Hat and Beard“, al flauto, concitato ed aggressivo in “Gazzelloni” dedicato al celebre strumentista classico, al sax alto in bilico fra tradizione e rottura di “Straight up and down“.

Il secondo elemento riguarda la totale immedesimazione del quartetto nel progetto del leader. Impensabile immaginare “Out to lunch” senza il battito scandito dalle corde di Richard Davis, la pulsazione di Tony Williams, che inventa un approccio totalmente nuovo alla batteria senza “tenere il tempo”, gli unisoni fra i fiati del leader e la tromba del giovane Hubbard, affilatissima e tagliante nei soli, il vibrafono sornione ed essenziale di Hutcherson che apre gli orizzonti sonori e sdrammatizza gli angoli più acuti delle composizioni. Una di quelle circostanze che capitano raramente nella vita di un musicista, concepire musica dalla dirompente originalità e riuscire a condividerne ogni aspetto con compagni di viaggio provenienti da diverse esperienze, radunati per l’occasione.

A dire il vero c’è un terzo elemento e porta il nome del band leader con il quale Dolphy collaborò a lungo, Charles Mingus, la cui influenza avvolge il tema cadenzato e cerimoniale di “Something sweet, something tender“, una composizione che origina dal duetto fra Dolphy e Richard Davis e si sviluppa coralmente mantenendo intatto quel nocciolo di feeling.

Nel corso del tempo, dopo la sua uscita, molti musicisti hanno ammirato, ed alcuni tentato di scalare questo “sesto grado del jazz” come dice l’amico e sodale Milton. L’occasione per riscoprirlo cui accennavo sopra mi è stata fornita dalla notizia di un disco del 2005 del chitarrista e direttore d’orchestra Otomo Yoshihide il quale, alla guida di un corposo ensemble denominato New jazz orchestra, composto tutto da musicisti del Sol Levante con l’eccezione del baritonista Mats Gustafson, ha riproposto per intero il disco, pubblicato da un’ etichetta dall’appropriato nome di Doubtmusic, con una copertina fedele ai colori dell’originale, salva l’ambientazione in un vagone della metropolitana di Tokio.

    L’approccio di Otomo massimizza la carica dirompente dell’originale in chiave free orchestrale arrivando a proporre una versione jazz punk di “Gazzelloni“. La lunga coda finale di “Straight up and down” vuole rappresentare in oltre venti minuti di ambient e suoni elettronici il significato dell’assenza di Dolphy da questa musica, alludendo a quel cartello presuntamente premonitore della cover originale : “Will be back” , che segna tutte le ore e nessuna contemporaneamente.

    Più recente, dello scorso anno è “Nexus plays Dolphy” disco pubblicato dalla Red Records che sta mietendo successi nei referendum del meglio del 2024. All’opera lo storico gruppo italiano a geometria variabile capitanato da Tiziano Tononi e Daniele Cavallanti, qui coadiuvati dai fiati di Achille Succi, dal violino di Emanuele Parrini, dal trombone di Alessandro Castelli, il vibrafono di Luca Gusella ed il basso di Andrea Grossi.In scaletta, insieme ad altri quattro pezzi del repertorio di Dolphy, inclusa una torrenziale “Jitterburg Waltz” di Fats Waller, tre brani da “Out of lunch” , “Hat and beard“, la title track e “Straight up and down”, rese ottimamente, con grande rispetto ed “affetto” per gli originali e qualche significativa variazione timbrica apportata dagli strumenti non presenti nell’incisione originale.

    Come capita ai grandi capolavori, sessanta anni dopo la sua uscita, “Out of lunch” è ancora oggetto di attenzione, ascolto ed ispirazione.

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